(Articolo originariamente apparso il 16 novembre 2019 su ​The Guardian, di Dominic Rushe)

Le elezioni americane del 1996 furono tutte incentrate sulle “soccer moms” (donne bianche sposate che portano i figli a fare sport, (n.d.t.​​); nel 2004 fu la volta dei “Nascar dads”; nel 2016, Donald Trump conquistò la Casa Bianca a capo di un gruppo di miserabili (“basket of deplorables”). Ogni tornata elettorale sembra essere decisa da un particolare segmento demografico, e quella del 2020 non fa eccezioni.

Questa è la campagna dei “miliardari frignoni”. Alla Casa Bianca siede infatti un miliardario, e due dei suoi più agguerriti rivali in campo Democratico, i senatori Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, hanno fatto della crescente disuguaglianza dei redditi uno dei temi principali della loro campagna elettorale. “Penso che i miliardari non dovrebbero esistere” ha recentemente affermato Sanders, citando “l’immorale livello di reddito e la disparità di ricchezza” che sotto l’amministrazione Trump è persino aumentata.

La corsa alla Casa Bianca del miliardario Howard Schultz è finita ancora prima di cominciare. L’ex capo di Starbucks si è dovuto ritirare con la coda fra le gambe dopo che una folla inferocita lo ha aggredito verbalmente dandogli dello “stronzo miliardario egoista!”. Questo non ha scoraggiato un altro riccone, il magnate dei fondi speculativi Tom Steyer, dal presentare la propria candidatura alle primarie Democratiche. Anche Michael Bloomberg, ex-sindaco di New York e fondatore dell’omonimo impero mediatico, ha deciso in extremis di gettarsi nella mischia, irritato dall’ormai dilagante “tiro al miliardario”. Ironicamente, Bloomberg (col suo patrimonio netto di 52.3 miliardi di dollari) ha deciso di candidarsi al voto in Alabama, uno degli stati più poveri d’America con un reddito medio di appena 48 mila dollari annui.

Kevin Kruse, professore di storia alla Princeton University e coautore di “Linee di Frattura: Una Storia degli Stati Uniti dal 1974”, è convinto che Bloomberg potrebbe non essere l’ultimo.

La candidatura di Trump ha fatto pensare a molti di loro, ‘Beh, se ce l’ha fatta lui, con la sua ricchezza ereditata e la sua storia di fallimenti, perché non io?

Il loro errore sta nel dimenticarsi del carisma di Trump e delle sue doti da “uomo da palcoscenico”, sostiene Kruse.

Pensano che solo per il fatto di essere ancora piú ricchi risulteranno per forza anche piú carismatici. Ma non è questo il caso per Schultz, non lo è per Steyer e non lo sará nemmeno per Bloomberg. L’idea che Bloomberg possa far bene in Alabama è del tutto ridicola.

I miliardari non sono di quest’avviso. Dopo che Sanders e Warren hanno intensificato i loro attacchi, una schiera di plutocrati ha pubblicamente espresso la propria frustrazione per le accuse rivoltegli, e alcuni hanno già fatto sapere che sosterranno la candidatura di Bloomberg. Per loro, è diventata una questione personale. Il “grande sclero plutocrate del 2019”, come l’ha definito Anand Giridharadas nel suo recente studio sugli impatti negativi delle élites intitolato “Chi vince prende tutto”, sta letteralmente riducendo i miliardari in lacrime. Ad esempio, il gigante degli investimenti Leon Cooperman (patrimonio stimato da Forbes intorno ai 3,2 miliardi di dollari), interrogato dalla CNBC lo scorso novembre sulla sua posizione riguardo alle elezioni 2020, ci è mancato poco che non scoppiasse a piangere in diretta. “Ci tengo. Ecco tutto,” ha singhiozzato, gli occhi bassi mentre riordinava i suoi fogli sul tavolo.

Negli ultimi mesi Cooperman si è scontrato con Warren dopo che la senatrice ha proposto di alzare le tasse ai super-ricchi. “Credo in una tassazione progressiva sui redditi e sono d’accordo sul fatto che i ricchi dovrebbero pagare di più. Ma lei sta sparando merda sul fottuto sogno americano,” ha spiegato Cooperman su Politico​. “La denigrazione dei miliardari non ha alcun senso per me,” ha detto alla CNBC. Ha stroncato le sue proposte come “un’idiozia”, spiegando che “fanno appello al minimo comune denominatore, in pratica cercando di attirare l’attenzione della gente promettendo un mucchio di roba gratis.”

Warren ha risposto con un tweet, dicendo:

L’unica cosa a cui tiene davvero è la sua fortuna. È un azionista di Navient, una compagnia di prestiti studenteschi che ha fregato i mutuatari usando tattiche abusive ed ingannevoli. Nell’ultima videoconferenza sugli utili, ha perfino avuto la faccia tosta di chiedere quali effetti avrebbe avuto la mia proposta sui suoi investimenti.

La squadra elettorale di Warren ha cominciato a vendere tazze stampate con la scritta “Lacrime di Miliardario”.

Qualche giorno dopo, un Cooperman di gran lunga più spavaldo è apparso sulla CNBC per celebrare la potenziale scesa in campo del “formidabile” Bloomberg. “È un unificatore, un uomo intelligente, di grande successo e da sempre estremamente generoso con le sue risorse,” ha detto. Cooperman sembrava particolarmente colpito del fatto che Bloomberg, come sindaco di New York, fosse riuscito a bloccare una proposta di tassa patrimoniale per i miliardari.

Ha resistito, spiegando che se perdi un miliardario perdi un’entrata maggiore di quella che ti può garantire chiunque altro. Perciò è uno che capisce come funziona il sistema.

Il problema, per questa sorta di Creso in calore e per i suoi compari, è che in realtà molti miliardari sanno che il sistema non funziona affatto. Negli ultimi anni uno stuolo di facoltosi ha dovuto ammettere che la disparità di reddito rappresenta una minaccia esistenziale per la società. L’enorme divario tra ricchi e poveri è diventata “un’emergenza nazionale”, ha scritto il re dei fondi d’investimento Ray Dalio (18,7 miliardi di dollari) in un blog di oltre 8000 parole postato su Linkedin lo scorso aprile. I timori di Dalio sono state ripresi dal capo di JP Morgan Jamie Dimon (1,6 miliardi), da Warren Buffet (87 miliardi) ed altri, ma nessuno ha saputo eguagliare la sua critica precisa e devastante.

Come sottolinea Dalio:

1) Il patrimonio dell’1% più ricco della popolazione è superiore a quello del 90% più povero messo assieme.

2) Il quaranta percento degli americani faticherebbe a coprire di tasca propria una spesa imprevista di 400 dollari in caso di emergenza.

3) Negli ultimi decenni, la crescita del reddito reale per la maggior parte della popolazione è stata praticamente pari a zero.

4) Il tasso di povertà infantile negli USA si attesta oggi intorno al 17,5% e per decenni non ha subito miglioramenti significativi.

Le opportunità che fecero la fortuna di gente come Dalio (figlio di un musicista jazz del Queens) e Cooperman (figlio di un idraulico polacco) stanno scomparendo. Il tasso di mobilità economica negli Stati Uniti – la possibilità di guadagnarsi una via d’uscita dalla povertà – è oggi tra i più bassi del mondo sviluppato.

Purtroppo le “soluzioni” proposte da Dalio non sono all’altezza della sua critica: maggiore “leadership dall’alto”, “cooperazione bipartisan” e “parametri più trasparenti”. Kruse non è affatto sorpreso che i miliardari non abbiano le risposte al problema. “La realtà è che il governo non è un’azienda,” ha spiegato. “Sono dei contesti fondamentalmente diversi. Quello che puoi fare in un’azienda non funziona per gli affari esteri, o per la politica interna. Convincere il tuo consiglio di amministrazione è una cosa; convincere il parlamento a passare una legge è tutt’altra. Ma questo non fermerà i miliardari dal voler aggiungere il numero 1600 di Pennsylvania Avenue al loro portafoglio immobiliare – anche se nel frattempo i contadini si sono radunati ai cancelli agitando i loro forconi. “C’è una cosa dei super-ricchi, non hanno abbastanza persone attorno che gli ricordino di essere dei figli di puttana,” ha sparato Kruse.


L’Intellettuale Dissidente ha provato a contattare, senza successo alcuno, l’autore della versione originale di questo articolo così da fargli visionare la traduzione e concordare una possibile pubblicazione. La redazione s’impegna a modificare, correggere o eliminare il contenuto in qualsiasi momento su indicazione e volontà dell’autore o della redazione del The Guardian.