Si era detto, e resta un dato di fatto, che la politica neo-ottomana che Erdogan ha deciso di portare avanti nuocerà all’Europa. E ci sentiamo di confermare che così sarà per una serie di ragioni: lo scenario del Nord della Siria si sta irrimediabilmente compromettendo, sebbene i morti che Ankara getterà sul tavolo dei negoziati con la Russia produrranno un macabro ma efficace risultato. Erdogan aveva bisogno di rivendicare le proprie posizioni in uno stato smembrato, quale la Siria, e che la sconfitta del terrorismo islamico di cui era uno dei finanziatori gli ha negato.

Nel Mediterraneo orientale la tensione tra Grecia, Cipro e Turchia sta subendo una critica escalation. Quest’ultima ha iniziato le trivellazioni off-shore, al largo di Cipro Nord, territorio in cui la nave di Eni fu bloccata durante le proprie attività di carotaggio. Un altro spinoso capitolo del triangolo velenoso riguarda la proclamazione delle zone economiche esclusive. Come già avevamo sottolineato, nel 2018 il governo libico di al-Sarraj ha firmato con Erdogan un accordo di mutuo riconoscimento delle rispettive ZEE, andando a sollevare le proteste di Cipro e Grecia, che rivendicano parte di quel mare. Posta sul piano del diritto internazionale, la proclamazione della ZEE di uno stato è un evento di carattere arbitrario, sebbene chiaramente le eventuali dispute con gli Stati adiacenti siano da dirimere nelle opportune sedi. Le questioni marittime tra Grecia e Turchia si erano inasprite di recente, quando Atene decise di far valere il diritto dei confini del proprio mare territoriale spingendosi fino alle 12 miglia dalle proprie coste, contravvenendo al caso particolare che contraddistingue le relazioni marittime tra i due Paesi, che fissano il limite delle acque territoriali nell’Egeo a sole 6 miglia.

La ZEE contesa tra Libia, Turchia e Grecia (Fonte: moderndiplomacy.eu)

Per l’Europa, si diceva. Per l’Italia, però, in questo momento Erdogan è un attore importante, meno dannoso di quanto si possa pensare. Il primo scenario rilevante in cui si inserisce la posizione turca è l’ormai – pare quasi dimenticata -, crisi libica. L’intervento con i boots on the ground della Turchia al fianco di al-Sarraj ha indubbiamente fatto respirare sia lui che noi, sia da un punto di vista politico che economico. Il blocco delle esportazioni di greggio dal sud della Libia rischiava di mandare definitivamente a gambe all’aria l’economia libica, dopo la chiusura dei rubinetti on-shore, in cui Eni ha un’importante presenza tecnica. L’intervento turco ha anche sedato le voci di ribellione e di caos interno che cominciavano a ruotare intorno al ruolo di Roma nell’affaire tripolitano, quando il ministro dell’Interno Bashaga aveva accusato i servizi italiani di doppiogiochismo: pare, da quanto dichiarato dal ministro (originario di Misurata), che l’Italia avesse mediato i rapporti tra una milizia vicina al Gna e i servizi segreti degli Emirati Arabi, principali sostenitori della campagna di raid aerei con droni su Tripoli.

Un’altra rilevante questione sul tavolo riguarda il gasdotto EastMed. A seguito della regolamentazione delle ZEE turca e libica, il consorzio che vuole realizzare il più lungo gasdotto sottomarino al mondo (1900km) dovrà vedersela con Ankara, che ha tutto l’interesse a non promuovere un progetto sostenuto da Grecia, Cipro, Egitto e Israele. L’Egitto, infatti, è in prima linea nel sostegno ad Haftar. La Francia, dal canto suo, è interessata alla realizzazione del gasdotto, perché Edison (azienda francese), aveva già iniziato gli espropri per l’approdo del tubo a Otranto, in Salento. Secondo l’ultima strategia energetica pubblicata dall’Italia lo scorso 25 gennaio, tale gasdotto non risulta più strategico per i piani italiani – in parte perché si sta puntando tutto su rinnovabili e idrogeno, un po’ perché un secondo caso Tap non avrebbe giovato a nessuno -, ed ecco che il ruolo turco diventa più che mai decisivo, eventualmente con la possibilità di trattare sulla fornitura di gas azero che passerà proprio attraverso il Tanap-Tap, ormai in via di completamento. L’Italia, così, sarebbe virtualmente tranquilla sui fronti dell’approvvigionamento energetico, con forniture da Algeria, Libia, Azerbaigian, Russia (Tag di Tarvisio) e una frazione crescente di Gnl. Ciò ci mette al riparo dalle questioni che riguardano il raddoppio del North Stream, attualmente sotto sanzioni, e non ci lega alle decisioni del Nord Europa.

Non è difficile comprendere che, ad oggi, la nostra diplomazia strizza l’occhio alla Turchia. Qualche giorno fa, su Twitter, è comparso (salvo poi essere rimosso) un messaggio dell’Ambasciata italiana ad Ankara in cui si esprimeva cordoglio per le vittime turche tra i soldati che oggi combattono a Idlib, con annesso auguri di pronta guarigione per i feriti.

Il tweet della missione italiana ad Ankara del 28 febbraio scorso, poi rimosso.

Erdogan non è sicuramente il personaggio più affabile e affidabile che ci potesse capitare al tavolo. D’altro canto, la presenza turca nello scenario libico ci semplifica il lavoro nella costruzione di ottime relazioni politiche e commerciali nel Maghreb. Il sottosegretario agli Esteri Manlio di Stefano si è recato ad Algeri nei giorni scorsi, dove sono stati conclusi degli accordi commerciali e dove ci dovremo sedere al tavolo per negoziare i reciproci confini della ZEE, che recentemente l’Italia ha deciso di definire. L’Algeria è un Paese che ci guarda con interesse, cosa che ha suscitato le ire di Parigi, che non pochi bastoni tra le ruote ci ha messo in Libia e continua a sgambettarci, a dispetto delle pubbliche strette di mano.

Ad oggi, forse, Ankara è l’unico attore mediterraneo con cui possiamo – se non fidarci -, quantomeno sperare di non avere problemi.