Il supermercato di sogni e speranze comincia ad andare in crisi. E’ questo il primo segnale che arriva dal terremoto delle elezioni di Mid Term, che hanno segnato una sconfitta senza appello per Obama. Il presidente democratico simbolo del politicamente corretto e dello spirito dei tempi paga il conto delle sue riforme controverse e poco incisive, oltre che di una politica estera percepita come debole e ondivaga dall’opinione pubblica.

Le incertezze in Siria, gli sconvolgimenti delle “primavere arabe” e la crisi Ucraina. Sono questi i principali esempi di un soft power e di una politica di ingerenza che non hanno dato i frutti sperati. Assad è stato combattuto con il classico repertorio di demonizzazione mediatica e ultimatum, ma la guerra non è mai arrivata, anche grazie all’intervento diplomatico di altre potenze. Paradosso finale: i gruppi fondamentalisti finanziati per combattere il regime di Damasco sono ora gli acerrimi nemici di Washington con la loro aggressività incontrollata. Tanto che l’amministrazione Obama ha frettolosamente riallacciato i contatti con il presidente siriano per fronteggiarli. Nel Nordafrica il tentativo di “esportare la democrazia” e di influenzare le proteste popolari ha gettato paesi come l’Egitto e la Libia nel caos. La mancanza di progettualità è stata palese, e ad oggi si fatica a ipotizzare scenari credibili per il futuro. In Ucraina il tentativo di ripetere la “rivoluzione colorata” del 2004 ha scatenato sconvolgimenti geopolitici in serie. La Russia ha reagito con piglio, appropriandosi della Crimea e sfruttando la sua influenza nella parte orientale del paese. Nonostante le recenti elezioni, l’Ucraina rimane in crisi d’identità e la stabilizzazione pare lontana. Mosca vanta un rapporto travagliato ma radicato nella storia con Kiev, che per gli Usa costituisce invece un crocevia cardine degli equilibri globali. Brzezinski ha da sempre descritto questa “terra di mezzo” come il passaggio chiave per minare alla base la forza della Russia, che rimane uno dei nemici principali, e per dividere Putin dall’Europa. Intento che in questo caso appare raggiunto, anche se alcuni politici UE hanno manifestato la loro opposizione alle “inique sanzioni” imposte a Mosca. Con disappunto sono state invece accolte da Washington le notizie relative agli accordi della Russia con Cina e Israele.

Il nome di Brzezinski non compare a caso: è centrale per capire le linee guida dell’amministrazione Obama. Il giornalista Webster Griffin Tarpley sin dalla candidatura del 2008 denunciò le influenze nascoste dietro l’apparenza, i sorrisi e gli “yes we can” di Barack, tanto da definirlo «burattino di Brezinski» e delle sue spregiudicate teorie realiste. Non a caso, suo figlio Mark figurò tra i primi consiglieri politici del presidente, accanto a una folta schiera di banchieri, uomini dell’era – Clinton e residui neo-cons come Victoria Nuland. Per Tarpley, il presidente è un personaggio costruito mediaticamente a tavolino, tramite qualcosa di somigliante a una vera e propria rivoluzione colorata. Grazie alla sua limpida immagine riuscì dove forse nessuno sarebbe potuto arrivare. Lo stesso giornalista annotò in Obama the postmodern coup: «Obama si è messo al servizio dell’egemonia statunitense promossa dai finanzieri di Wall Street, agendo tra l’altro come affossatore di quei movimenti di protesta popolare emersi durante il regime di Bush e Cheney. Infatti, grazie a lui, ampie frange del movimento per la pace, del movimento per l’impeachment e del movimento per la verità sull’11 settembre hanno cessato semplicemente di esistere. La capacità di Obama di mobilitare persino la sinistra pacifista per i suoi disegni di aggressione si è vista soprattutto con l’attacco alla Libia, iniziato il 19 marzo 2011, ironicamente l’anniversario dell’aggressione di Bush contro l’Iraq otto anni prima. Gran parte della pseudo-sinistra, pagata dalle fondazioni reazionarie e nell’orbita dell’ala sinistra della CIA, ha agito come claque per questa nuova guerra imperialistica».

Ma la “farsa” non poteva durare per sempre. Aggiungendo anche elementi come il Datagate e il caso-Snowden, incredibilmente passati quasi sotto silenzio in Italia, il bilancio è tutt’altro che positivo. Paradossalmente, la maggioranza appena conquistata dai repubblicani potrebbe aiutare proprio alcune proposte obamiane, che riscuotono grande successo negli ambienti conservatori. Stiamo parlando del TTP, il grande Trattato commerciale di marca liberista che segnerebbe un’epoca e “accerchierebbe” la Cina. Oltre che di un’accelerazione sul piano dello sfruttamento dello shale gas e della costruzione di infrastrutture come la Keystone Pipeline tra Usa e Canada. Su entrambe le questioni permangono perplessità di carattere ambientale molto forti, soprattutto in ambienti Dem. E’ qui che sono in gioco il prestigio del presidente e le partite chiave del futuro americano. E dell’intero pianeta.