1 ottobre 1949: Mao Tse Tung pone fine alla sanguinosa guerra civile e proclama la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Primavera ed estate del 1989: sull’onda delle rivoluzioni colorate che poco alla volta stanno travolgendo il secondo mondo, facendo cadere i quarantennali regimi comunisti in tutto l’impero sovietico, una parte del popolo cinese insorge contro la dittatura e manifesta con forza, riempiendo le piazze della capitale. Quella che avrebbe potuto essere la primavera di Pechino – e sulla quale pesano ancora oggi le ombre delle interferenze straniere – finisce nel massacro di piazza di Tiananmen.

2013: Xi Jinping, da poco succeduto alla presidenza a Hu Jintao, dichiara all’oltre un miliardo di cittadini del paese di avere avuto una visione di grandezza e prosperità. Ribattezza quella visione il ”sogno cinese” e, ai fini della sua realizzazione, annuncia Made in China 2025 e la cosiddetta Nuova Via della Seta.

2016: con l’ascesa dell’amministrazione Trump ha inizio il primo capitolo della guerra fredda del nuovo millennio, quella fra Stati Uniti e Cina.

Le date elencate sono senza dubbio importanti, ma per capire cosa si celi nella mente di Xi si devono dimenticare il 20esimo ed il 21esimo secolo e riaprire i libri di storia al capitolo dell’espansione imperialistica delle potenze europee e degli Stati Uniti in Asia nella seconda metà del 1800. La Cina del 19esimo secolo era molto diversa da quella attuale: era un impero in tremendo declino, i cui confini erano violati giornalmente dalle più grandi potenze del globo, desiderose di sfaldare l’impero asiatico più esteso, ricco di risorse e manodopera a basso costo.

Se per l’Occidente, inteso come ordine europeo di Vienna e Stati Uniti, il 1800 è stato l’età d’oro dell’imperialismo, per la Cina è invece ricordato, insegnato nelle scuole e commemorato, come il secolo della vergogna e dell’umiliazione (百年耻辱). Il secolo inizia approssimativamente nel 1839, con lo scoppio della prima guerra dell’oppio, e si conclude nel 1949, con la vittoria dei rivoluzionari comunisti di Mao e l’entrata di Pechino nella sfera di influenza di Mosca, al riparo dalle centenarie intrusioni occidentali e giapponesi.

È l’impero britannico a segnare l’inizio del secolo dell’umiliazione: la convinzione di Londra è che l’impero cinese sia decadente tanto quanto quello moghul e che sia possibile penetrare silenziosamente negli immensi territori della dinastia Qing sfruttando l’arma commerciale, ossia la Compagnia delle Indie Orientali.

Fu proprio il commercio dell’oppio il casus belli della guerra: i cinesi ritenevano il suo commercio impuro e dagli anni ’20 del 1800 stavano tentando di debellarlo tramite sequestri, roghi, arresti, imponendo restrizioni sempre più severe ai commercianti stranieri. L’ennesima operazione anti-oppio, nel 1839, scatenò le ire di Londra. Per tre anni, gli inglesi bombardano senza tregua le coste dell’impero cinese, infliggendo danni gravissime alle infrastrutture portuali di Pechino. La strategia britannica fu ribattezzata la diplomazia delle cannoniere, in virtù del forte ricorso all’artiglieria pesante.

Nel 1842, la Cina decise di scendere al tavolo delle trattative. Fu l’inizio dell’epoca dei cosiddetti trattati ineguali, partendo da quello di Nanchino, a causa dei quali l’impero dovette accettare che i suoi lavoratori si implicassero in ogni sorta di produzione richiesta dai commercianti occidentali, soprattutto le droghe come l’oppio, di cedere piccole e grandi porzioni di territorio, fra cui Hong Kong, e di garantire ai britannici impunità per i crimini commessi in loco in base al concetto di extra-territorialità. La politica dell’accomodamento di Pechino non placò l’appetito di potere britannico, anzi lo favorì ulteriormente, e spinse le altre potenze europee, gli Stati Uniti ed il vicino, e da sempre ostile, Giappone a fare lo stesso.

Nel 1856 scoppiò la seconda guerra dell’oppio, nel 1894 scoppiò la prima guerra contro Tokyo, nel 1899 una coalizione multinazionale (alla quale partecipò anche l’Italia) si unì per invadere la Cina e porre fine alla rivolta dei Boxer, nel 1903 gli inglesi invasero il Tibet, e dal primo dopoguerra fino alla seconda guerra mondiale il paese fu in totale balia delle ambizioni egemoniche nipponiche. Furono centodieci anni tragici per una delle civiltà più antiche e fiere del mondo, e il ricordo di quel periodo non si è mai appassito. Il Partito Comunista Cinese ha impostato la sua esistenza sul secolo della vergogna sin dalla sua nascita: rivoluzione per vendicare l’umiliazione.

Dopo le fallimentari esperienze del salto in avanti e della rivoluzione culturali, la Cina ha preferito puntare nuovamente sull’Occidente a partire dagli anni ’70, attraendo investimenti e delocalizzazioni che hanno reso possibile al paese sperimentare la più grande crescita economica della storia globale. A distanza di ormai oltre 40 anni da quell’apertura, nella consapevolezza che la Cina continua ad essere vista, trattata e considerata come la fabbrica a basso costo dell’Occidente, Xi ha deciso di portare a compimento il sogno recondito dei suoi predecessori: rivalsa per il secolo della vergogna.

La rivalsa ha dapprima avuto luogo conquistando il ventre molle dell’Occidente, ossia l’Europa, attraverso investimenti nei settori strategici, invasione di beni a basso costo che hanno eroso i mercati nazionali, e quindi le capacità resistenti e resilienti delle economie, e poi aprendo un sacco all’Africa in salsa gialla, che solo negli anni recenti è finito sotto la luce dei riflettori. Infine, le mire cinesi si sono rivolte all’Asia: la Nuova Via della Seta è un modo con cui monopolizzare il controllo dei corridoi di comunicazione infracontinentali e crearsi degli spazi di manovra utili in chiave antioccidentale, anti-giapponese ed anti-indiana, ma anche antirussa.

Nella mente di Xi non c’è spazio per le alleanze: Pechino va’, dove l’investimento può fruttare. Solo capendo questo importante elemento si può inquadrare la scelta di aver abbandonato il progetto di un maxi-canale in Nicaragua capace di rivaleggiare con Panama dopo lo scoppio di una nuova quasi-guerra civile, e di aver ridotto significativamente le importazioni di petrolio dall’Iran nonostante l’apparente appoggio diplomatico. Per questo motivo, è anche possibile che il partenariato con la Russia sia destinato ad esaurirsi nei prossimi anni, poiché nato per soddisfare un’esigenza comune di natura contingente – ossia il muscolarismo occidentale anti-multipolare – ma poggiato naturalmente sul nulla: aspirazioni egemoniche nelle stesse regioni, diffidenza reciproca, rivalità storica di lunga data.

L’incredibile ricchezza acquisita in oltre 40 anni di crescita economica ininterrotta ha permesso a Pechino di portare avanti, in ogni continente, una diplomazia del corteggiamento basata sul dono di grandi opere (stadi, ponti, ospedali, autostrade, palazzi ad uso politico), aiuti allo sviluppo (prestiti a fondo perduto, tonnellate di cibo e beni di prima necessità), ed anche prestiti-trappola. Questi ultimi sono l’esempio più lampante di come nessuna egemonia sia completamente benevola: rivalsa per l’umiliazione subita non significa ricerca di un nuovo ordine mondiale migliore a tutti costi, ma semplicemente sostituzione di una pax, quella americana, con un’altra, quella cinese.

È indubbio che fra un ordine che si regge sul sangue di guerre infinite e cambi di regime, quale quello americano-centrico, ed uno che fino ad oggi non ha dimostrato velleità belliciste – e non sembra averne, perché basato su un’impostazione completamente diversa, nella quale il denaro è l’unica arma possibile – sia preferibile l’ultimo.

Essere nella mente di Xi significa capire, però, che la rivalsa del risorgente impero celeste sarà esiziale per l’Occidente, in quanto diretta contro di esso. Infatti, se è vero che l’Europa ha perso la sovranità politica per via degli Stati Uniti, è altrettanto vero che perderà ogni rilevanza economica (anche) per via della Cina – e gli effetti della lenta transizione dell’ordine economico-finanziario da Londra-New York a Pechino sono già visibili: delocalizzazioni massive, acquisizioni predatorie di imprese-chiave, infrastrutture critiche minacciate, piccole e medie imprese ed economia locale in via d’estinzione, e così via.

L’impatto sarà ancora più devastante se l’asse Bruxelles-Washington non riuscirà a trovare il modo di creare una frattura fra Mosca e Pechino, perché le risorse naturali e il capitale umano del primo combinate alla ricchezza e alla brama di potere della seconda potrebbero dar luogo ad un’alleanza dal potenziale inimmaginabile sul piano globale.

Ed è proprio il rapporto fra le due potenze che sarà l’oggetto dell’approfondimento della nuova puntata di Confini: saranno confutati e smontati luoghi comuni, dipingendo un quadro realistico della situazione, evidenziando punti di forza e talloni d’achille del partenariato più incompreso dei tempi attuali.