Quello di Francesco I, al secolo Jorge Mario Bergoglio, sarà ricordato dai posteri come uno dei pontificati più rivoluzionari della storia bimillenaria della chiesa cattolica, la più antica istituzione della civiltà europea ancora esistente. Nonostante la macchina del fango messa in moto dall‘internazionale del populismo di destra con base a Washington e i controversi scandali ad orologeria che stanno azzerando intere diocesi in numerosi paesi, il papa argentino non ha mostrato segni di cedimento e, anzi, sta dedicando ogni risorsa al compimento dell’ambiziosa agenda per il “trasloco” della chiesa cattolica dall’Occidente a quelle che ha ribattezzato le periferie del mondo.

Quello del pontefice non è un compito facile, anche perché l’ambiente internazionale è sempre più ostile e, come ha fatto notare in una recentissima omelia natalizia, “l’era della cristianità è finita”. In realtà, l’ordine internazionale ha cessato di essere cristiano-centrico a cavallo fra la fine del ‘700 e la metà del ‘800, ossia quando il Vecchio Continente fu scosso, da paese a paese, da moti nazional-liberali di carattere anticristiano, ancor prima che anticlericale. Fu l’inizio della fine del cristiano-centrismo sul piano temporale, sebbene i Papi siano riusciti per mezzo della diplomazia ad esercitare dell’influenza su una parte degli stati nazionali fino ai tempi più o meno recenti e la produzione culturale abbia continuato a riflettere l’attaccamento popolare alla fede neotestamentaria.

Ma oggi, l’attaccamento popolare al cristianesimo non è più scontato, la fede è attaccata quotidianamente dall’intrattenimento, dallo spettacolo, dagli intellettuali, dai politici, non è più un collante ma un divisore. Le chiese chiudono per mancanza di fedeli e di preti, al loro posto vengono costruiti supermercati, discoteche, club notturni, parcheggi, oppure vengono riadattate in moschee. Una parte dello stesso clero non è più fermamente convinta del proprio ruolo nel mondo, e gli scandali sessuali e finanziari sono la naturale conseguenza dell’arruolamento di persone inadatte ad una funzione tanto difficile ed importante come quella del pastore di greggi.

Ma questa situazione è peculiare soltanto dell’Occidente, perché nel resto del mondo gli insegnamenti e la figura di Gesù proliferano, conquistano decine di milioni di seguaci annualmente, e sta emergendo una nuova generazione di preti, formatisi nei teatri di guerra, testimoni delle violenze inter-etniche ed inter-religiose, disinteressati all’opulenza e velatamente ostili all’Occidente, che non è più ritenuto (a ragione) il centro della cristianità ma una fabbrica di imperialismo che alimenta guerre e divisioni nel pianeta. In questo contesto si inquadra ogni singola iniziativa del pontefice, la cui provenienza dal Sud globale riflette il percorso che intende fare la chiesa per salvarsi: la ricerca di una “santa alleanza” con il mondo islamico, la fine definitiva dello scisma fra cattolicesimo e ortodossia, la maggiore esposizione nel Medio oriente per tutelare i cristiani perseguitati, l’apertura di un canale di dialogo con Pechino e il supporto alla Nuova Via della Seta, e l’avvicinamento significativo a tutti quei paesi interessati alla transizione multipolare ed impegnati in scontri frontali con l’asse euroamericano, Iran, Cuba, Russia, Venezuela, Cina.

Nel mondo è in corso la “terza guerra mondiale a pezzi”, in gioco c’è il futuro dell’assetto polare costruito dagli Stati Uniti nel secondo dopoguerra. Questa volta, però, contrariamente al posizionamento fermamente pro-occidentale mantenuto durante la guerra fredda, il successore di Pietro ha deciso di voltare lo sguardo ad Est e i motivi sono piuttosto chiari. Fra il 2040 ed li 2050 la Cina potrebbe ospitare il più elevato numero di cristiani del pianeta, la Russia ha abbandonato le ambizioni ateiste del paragrafo sovietico ed è tornata ad essere quel che è sempre stata nei secoli, la Terza Roma, il mondo islamico è in subbuglio, e in Africa i seguaci di Cristo sono passati dagli 8-9 milioni di inizio ‘900 ai 631 milioni di quest’anno.

Continuare a riporre l’attenzione sull’ormai decadente e fieramente post- ed anti-cristiano Occidente sarebbe un errore strategico fatale, perciò Benedetto XVI ha deciso di ritirarsi ed il conclave di eleggere come suo successore un uomo di chiesa formatosi negli anni della dittatura militare argentina, forgiato da povertà e crimini, e testimone delle atrocità dell’imperialismo occidentale nelle periferie del mondo.

Nonostante le alte aspettative riposte in Bergoglio, però, il cattolicesimo continua ad arretrare in America Latina e mostra segni di stanchezza anche nell’Africa subsahariana e in Asia orientale, ossia quelle che dovrebbero essere le nuove terre promesse. In ognuno di questi tre teatri, la penetrazione cattolica è costretta a rivaleggiare con la più vivace ed aggressiva agenda espansionistica delle chiese protestanti di natura evangelica e pentecostale che, come il caso latinoamericano bene aiuta a comprendere, non sono altro che un instrumentum regni utilizzato da Washington come corollario spirituale della propria egemonia.

Dove proliferano i protestanti in salsa atlantica, fermentano anche il supporto incondizionato per la politica estera statunitense, il sionismo cristiano, l’anticattolicesimo, predicatori miliardari alla guida di megachiese usate come megafono per la politica, mentre i fedeli vengono istruiti a dimenticare l’orizzonte ultraterreno e seguire teologie materialistiche, come quella della prosperità, e a sostenere la retorica dello scontro di civiltà e di fedi. Ma avendo già dedicato diversi approfondimenti al tema dello scontro fra l’internazionale evangelica e la chiesa cattolica, la nuova puntata di Confini sarà incentrata su una parte particolare del sogno multipolare di Papa Francesco: la Cina.