Qualche decennio fa, indagando sapientemente le vicende umane, quel genio discreto di Elémire Zolla faceva notare come lo spirito imprevedibile di Tellus, sempre più vilipeso dal poderoso incedere della società mercantile, stesse cambiando inevitabilmente forma. Ormai la si poteva trovare più facilmente negli stadi – in occasione di un concerto o di una partita di calcio – che nei luoghi di culto: a braccetto con Dioniso, dunque, e per questo sempre meno incline all’Ordine. Da sempre protettrice dei luoghi e delle stirpi, Dea della fecondità, degli avi e delle catastrofi, Tellus ha assunto in ogni angolo del mondo una sua veste peculiare: capace di trasformare il sentire degli esseri umani, i capipopolo di ogni epoca ne conoscevano bene l’importanza per le possibilità di governo di un territorio. Lo sapeva certamente Kemal Ataturk, che sulle rovine del grande impero Ottomano, inventò una Nazione prima che un popolo: la Turchia. Abile e spietato pontefice laico, immaginò un umanesimo che allargasse gli orizzonti della Turchia e congiungesse le tradizioni di Oriente e Occidente attraverso il Bosforo: un nuovo alfabeto – cifra di una nuova Nazione – e un forte esercito a difesa dei confini e dell’identità nazionale.

Wrapped in a Turkish flag and holding another one with a portrait of Mustafa Kemal Ataturk, a protestor sits in front of police forces blocking the access to a courthouse in Silivri, near Istanbul, on August 5, 2013, where clashes erupted after a court decision to sentence a former army chief and other top brass to life in prison in a high-profile trial of 275 people accused of plotting to overthrow the Islamic-rooted government. Ex-military chief Ilker Basbug, along with several other army officers, were sentenced to life in prison, while 21 people were acquitted, according to the verdicts issued so far. The trial has been seen as as a key test in Prime Minister Recep Tayyip Erdogan's showdown with secularist and military opponents during his decade-long rule. AFP PHOTO / OZAN KOSEOZAN KOSE/AFP/Getty Images

Siede in segno di protesta una manifestante avvolta in una bandiera della Turchia, mentre impugna nella mano destra una bandiera con un ritratto di Mustafa Kemal Ataturk. Era il 5, Agosto 2013 quando in seguito ad una sentenza che condannava 275 persone di cui 17 all’ergastolo centinaia di persone manifestarono contro il governo del partito islamista al potere di Recep Tayyip Erdogan, accusato di avere manipolato la sentenza. AFP photo/Ozan Koseozan Kose/Getty Images

Lo sa bene anche Recep Erdogan, che al crepuscolo di un 2016 tumultuoso, si trova di fronte ad una grande enigma: come assicurarsi il sostegno del suo popolo, ora che la Nazione è definitivamente privata delle sue radici kemaliste? Come tutte le nazioni contemporanee, infatti, la Turchia di Erdogan poggia il suo consenso su una costante crescita economica, di matrice prettamente energetica e commerciale. E su alleanze militari che fino a poco tempo fa sembravano molto solide, come quella con la NATO e con Israele. Ora che buona parte dell’apparato militare è stato compromesso dal sostegno – o da una non manifesta ostilità – al fallito golpe del luglio 2016, il potere di Erdogan poggia su basi meno solide di quanto sembri. Quanto potrà durare la crescita economica? Grandi nazioni come l’Egitto si sono sbriciolate d’un colpo di fronte alla recessione, guidate dalla popolazione: la stessa popolazione che, immediatamente dopo, è scesa di nuovo in piazza contro i Fratelli Mussulmani, determinando di fatto la presa di potere dei militari. Erdogan sa bene che è stata invece la popolazione turca a salvarlo, scendendo in strada contro i blindati dei golpisti e isolando di fatto gli insorti. Ma una popolazione non è un popolo. Non a caso, nel tentativo di intercettare quello spirito misterioso che impregna i luoghi e si infonde nei popoli, Erdogan ha persino creato una nuova squadra di calcio ad Istanbul: il Basaksehir, divenuto in breve tempo il club più competitivo e più odiato di Turchia, simbolo dell’artificiosità di un potere alla ricerca di “nuove” radici. Ma è proprio scavando nelle vecchie radici dell’attuale potere turco, che si scopre la reale motivazione della sua inquietudine e della sua ossessione contro il predicatore esule Fetullah Gulen, il cui movimento, peraltro molto attivo nell’educazione e nella comunicazione, controlla una porzione assolutamente minoritaria della società turca: quella motivazione è il tradimento del Sacro.

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Erdogan e Gulen in tempi migliori

Insieme a Gulen, infatti, Erdogan aveva fondato l’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, scampando di un solo voto alla sanzione di incostituzionalità per via della sua matrice non secolare. Ispirato ad una concezione mistica e dialogante della religione islamica, il partito contava in origine il fondamentale sostegno delle grandi confraternite sufi attive in Turchia, in primis la Naqshbandiyya e la Mevleviyya, che avevano avuto un ruolo fondamentale nell’accreditare il movimento come una forza politica innovativa in grado di dialogare attivamente con le altre confessioni religiose e con il potere laico, in Turchia e in Europa. Le successive vicende politiche hanno mutato profondamente questo scenario, rafforzando sempre di più l’immagine di un “partito-Stato”, con interessi notevoli in molti settori economici, tanto da fare di Erdogan – direttamente o tramite il suo entourage – uno degli uomini più ricchi e più potenti del Medio-Oriente. Ma le ripetute operazioni di polizia contro le opposizioni, la recrudescenza del conflitto curdo e la crescente amicizia con i paesi del Golfo, in primis il Qatar, lo hanno allontanato da tutti coloro che lo avevano sostenuto in origine, sia in ambito religioso, che tra i poteri laici. Il futuro ci dirà se Recep Tayyip Erdogan saprà uscire da questo crescente isolamento. Ricordando che la storia la scrivono le persone, ma la fanno i popoli. Con l’aiuto degli Dei, non certo dei mercanti.