Cambia tutto per non cambiare nulla: la massima gattopardiana, è applicabile questa volta alle elezioni israeliane; un quadro frammentato ma allo stesso tempo grande certezza su un dato: qualunque sia il colore del nuovo governo, la politica estera di Tel Aviv non cambierà nemmeno di una virgola.

Il testa a testa tra il Likud di Netanyahu, premier uscente, e l’Unione Sionista del rivale Herzog, in realtà c’è stato solo negli exit pool: i primi dati ufficiali hanno invece dato una larga vittoria al Likud, forte di 30 seggi contro i 24 dei rivali dell’Unione Sionista. Tutto ciò era impensabile fino a poche ore fa, quando invece il Likud era molto indietro nei sondaggi: Haaretz addirittura ipotizzava 27 seggi a testa per le due principali formazioni, con però una generale tendenza orientata a desta nel prossimo parlamento israeliano.

La tendenza a destra è di gran lunga confermata: oltre il Likud infatti, hanno ottenuto 8 seggi i coloni di Bennett e 5 seggi invece vanno al partito di Lieberman; oltre a questi, bisogna conteggiare i 13 seggi totali dei due partiti della destra religiosa. Ago della bilancia, i centristi di Yesh Atid e Kulanu, accreditati di una decina di seggi a testa che potrebbero essere decisivi per la formazione di un governo di centro – destra e quindi ridare a Netanyahu la possibilità di guidare un esecutivo senza la presenza del centro – sinistra.

Con i primi exit pool infatti, che sostanzialmente pronosticavano una nuova Knesset senza precisi orientamenti politici, era stato forte il richiamo al governo di coalizione con Herzog e Tzipi Lvini effettuato dal Presidente della Repubblica.

A Tel Aviv quindi, non cambia nulla: non cambiano né il premier e né tantomeno l’atteggiamento in politica estera: infatti, anche in caso di governo con l’Unione Sionista, i punti nevralgici della politica israeliana sarebbero comunque rimasti immutati. Dalla prosecuzione del programma di insediamento nei territori occupati, alla scarsa considerazione data alle speranze di un nuovo trattato di pace, nei punti cardine dei due partiti che si sono contesi la vittoria le posizioni sono molto simili e dunque, pur se parzialmente frenato nei suoi intendi, ‘Bebi’ Netanyahu avrebbe proseguito nella sua linea senza grosse difficoltà.

Linea che sarebbe uguale agli ultimi anni anche per quanto concerne il posizionamento di Israele negli equilibri della regione; un Netanyahu ancora al governo, comporterà la continuazione dell’isolamento di Tel Aviv, lasciata parzialmente sola anche dall’alleato storico per eccellenza, ovvero gli USA, anche in particolar modo circa il riferimento alla trattativa con l’Iran sul nucleare, sulla quale come si sa Israele continua ad opporsi strenuamente.

Nonostante una linea che porta ad essere Tel Aviv isolata e zoppicante nella sua regione e soprattutto sotto accusa per il sostegno dato ai terroristi in Siria, gli israeliani hanno scelto un orientamento fortemente conservatore per il nuovo parlamento, sormontati dalla paura: la strategia dell’ansia applicata da Netanyahu ha fatto evidentemente breccia. Il premier uscente, ha infatti invitato tutti ad andare a votare durante mentre i seggi erano ancora aperti in quanto, affermava in un comunicato stampa, gli arabi venivano portati a votare in massa ed anche con l’ausilio di autobus. Un’uscita che ha suscitato molte lamentele, ma che ha convinto in tanti a votare per chi promette maggior sicurezza e maggior durezza sulle questioni più spinose.

Ma in mezzo ad un contesto di conservazione degli equilibri esistenti da diversi anni, emerge un dato molto significativo: l’avanzata della coalizione araba unita. Accreditata di 13 seggi, si afferma come terza forza alla Knesset in assoluto; un cambiamento importante, che pone adesso la minoranza araba come un ago importante della bilancia nel prossimo parlamento.

Da sempre considerati ai margini della vita politica del paese, adesso gli arabi potranno fare la voce grossa nella nuova legislatura, ma soprattutto portare una ventata di vera novità in seno al parlamento: si tratta infatti di una lista che va a mettere in forte discussione la stessa natura sionista di Israele e che si pone non solo come un partito che porterà le istanze degli arabi israeliani alla Knesset, ma anche come vera alternativa all’attuale sistema politico.

Difficile, proprio per questa natura, che la lista araba partecipi a tavoli di coalizione con altri partiti; il loro terzo posto, la pone come una delle forze di opposizione più importanti ed influenti che, anche se non da subito in politica, di sicuro rappresenta invece una svolta a livello sociale specie se si considera che per tale lista avrebbero votato anche israeliani non arabi.
Emerge quindi un quadro chiaro, pur in un parlamento frammentato: Israele ha da un lato paura e si affida ai falchi, ma dall’altro inizia a spingere la testa al di là del muro che da 12 anni la divide dai territori occupati. Ancora in minoranza quest’ultima categoria, ma la crisi economica da un lato e l’isolamento crescente dall’altro lato, potrebbero aprire scenari futuri ben diversi dagli esiti delle elezioni odierne.