L’Estonia è uno di quei paesi maggiormente celebrati dalla stampa occidentale da quando l’URSS è stata sciolta nel 1991; specialmente da un decennio a questa parte, difficile non trovare in giro articoli o reportage da Tallin, in cui si elogia lo sviluppo di una piccola nazione, passata trionfalmente ‘dalla parte giusta della storia’. ‘Modello estone’, ‘miracolo estone’, tanti i titoli di questo genere dedicati ad una nazione grande su per giù quanto il doppio della Sicilia e che ha molte differenze sia etniche che linguistiche con le altre due repubblica baltiche, ossia Lettonia e Lituania. Gli estoni sono un popolo ugro/finnico, non quindi di origine baltica o slava: assieme all’ungherese ed all’affine finlandese, l’estone è l’unica lingua ufficiale dell’UE a non essere di origine indoeuropea. Ma siccome conoscere fino in fondo un contesto è diventato terribilmente complicato nel mondo occidentale, la ‘moda’ della semplificazione spinge un po’ tutti a mettere nello stesso calderone Estonia, Lettonia e Lituania.

Certo, la storia di queste repubbliche è incredibilmente comune: tutte e tre erano inglobate all’interno dell’Unione Sovietica fino al 1991, successivamente hanno acquisito indipendenza e progressivamente si sono avvicinate all’occidente. Ma è stato avvicinamento spontaneo? Davvero queste tre repubbliche hanno da subito odiato Mosca, preferendo invece UE e NATO? Del resto, il processo è incredibilmente veloce: già nel 1998 era stata ufficializzata richiesta di adesione a Bruxelles, nel 2004 la bandiera blu con dodici stelle sventola anche sulle rive del mar Baltico: pochi anni ed una costola importante dell’ex impero sovietico entra a far parte a pieno titolo dell’area di espansione a stelle e strisce in Europa. Ma è soprattutto l’Estonia ad impressionare: locali alla moda, grandi marchi di abbigliamento che trasformano l’aspetto di Tallin in una ‘Amsterdam dell’est’, una piccola capitale che da lontana e gelida città dell’est viene annoverata come grande esempio di ‘occidentalizzazione’ e ‘modernizzazione’. Una città per giovani, così viene definita sul web da diversi siti; un grosso centro con tanto di wi-fi in ogni angolo ed una vita culturale da fare invidia anche al resto d’Europa.

E poi, si arriva a quel concetto tanto caro a chi cede più o meno consapevolmente alla propaganda occidentale ed atlantica: la democrazia. Diversi anni fa su Raitre un servizio mostrava i ministri estoni andare in giro per Tallin a piedi e senza scorta oppure addirittura lavorare da casa grazie all’informatizzazione di ogni aspetto della vita amministrativo/burocratica estone; uno spot sul grado di ‘trasparenza’ (altro termine tanto sfruttato a livello mediatico), che più che ad un servizio giornalistico assomigliava molto alla pubblicità di una nota marca di biscotti propagandata da un attore spagnolo che parla con una gallina. Tutto questo per dire che l’Estonia è stata dipinta come un’isola felice, come l’esempio di dove può arrivare un paese se si affranca da Mosca e si avvicina all’occidente; dipinta per l’appunto, ma spesso la vernice serve a nascondere quelle macchie più infide che in realtà mostrano la vera natura di un determinato elemento.

E nelle scorse ore l’Estonia, ha mostrato invece il suo vero grado di democrazia. Con l’arresto di Giulietto Chiesa, appare chiaro come Tallin abbia solo cambiato padrone: non più Mosca, adesso il paese baltico risponde ai diktat di Washington. Un paese così democratico e trasparente, una nazione così fiore all’occhiello di chi professa i principi di modernizzazione dell’ex cortina di ferro, come può arrestare senza una giusta motivazione un giornalista il cui unico scopo era quello di partecipare ad un semplice convegno? Perché l’occidente sta già protestando contro gli arresti dei giornalisti in Turchia, mentre il parlamento europeo, di cui Chiesa ha fatto parte anni fa, non ha minimamente accennato a questa grave violazione di ogni diritto umano e democratico? Il perché è presto detto: la democrazia ed il boom economico estone, sono solo una farsa, uno specchietto da mostrare al pubblico occidentale, un grottesco teatrino da esibire ad una platea la cui onestà intellettuale è stata corrosa dalla propaganda atlantista. Sarebbe interessante chiedere a Giulietto Chiesa, quando rientrerà in Italia, se gli stessi estoni credono realmente di essere liberi oppure sanno di aver solo cambiato sponda; a Tallin credono veramente che demolire statue di Lenin ed issare bandiere dell’UE sia un grande passo verso la libertà?

E forse l’Estonia ha provato veramente ad essere libera, ma oggi essere liberi vuol dire soltanto appoggiarsi ad un nuovo padrone; il proprio orticello, se lo si vuol coltivare in autonomia, deve però essere lavorato con gli strumenti del padrone, il quale ovviamente poi sarà l’unico a giocarsi dei frutti. Ecco, è questa la realtà estone: i frutti in cui sguazzano i cittadini estoni, hanno una certa funzionalità soltanto per il nuovo padrone americano, il quale alimenta la russofobia e si accerta che Mosca non abbia mai più grandi sbocchi nel Baltico e non appena avrà raggiunto il suo scopo, lascerà questo piccolo paese nelle stesse condizioni con cui sta lasciando tutto il resto del moribondo vecchio continente. Attenti cari estoni: la vostra bramosia nell’inseguire il ‘Go West’ e l’American Dream, potrebbe a breve portarvi nel rimpiangere i tempi in cui anche a Tallin parate militari e sventolii di bandiere rosse scandivano la quotidianità. Ed il rimpianto, potrebbe arrivare troppo tardi.