Idlib, 27 febbraio. Un gruppo di militari turchi cade sotto il fuoco di aerei non meglio identificati, molto probabilmente russi anche se la responsabilità viene addossata ai siriani. Inizialmente Ankara smentisce che il bombardamento abbia provocato morti, poi ammette che potrebbe esserci qualche vittima, infine comunica all’opinione pubblica che il raid ha lasciato a terra 33 morti. Il clima fra Russia e Turchia era andato riscaldandosi nelle settimane precedenti all’attacco per via delle velleità espansioniste dell’ultima sulla Siria settentrionale, in violazione degli accordi di Astana e a rischio di far collassare la fragile tregua ed il precario equilibrio raggiunti all’indomani della sconfitta dello Stato Islamico. Ankara, dal canto suo, non ha mai nascosto di essere intervenuta nella guerra civile siriana dapprima in chiave anti-Assad e, in seguito, per creare una zona-cuscinetto funzionale a mantenere una voce in capitolo nel paese e a controllare, combattere, debellare le postazioni curde ivi presenti.

Nell’offensiva turca vengono anche colpiti obiettivi iraniani, come postazioni di Hezbollah e basi militari ospitanti personale di Teheran, quasi a simboleggiare che nessuno è completamente al sicuro, tutti possono essere colpiti dalla vendetta del Sultano. Nella consapevolezza che un attacco su larga scala contro Damasco potrebbe spingere il Cremlino ad intervenire di peso, il presidente turco convoca gli alleati dell’Alleanza Atlantica e chiede la possibilità di attivare l’articolo sulla difesa collettiva qualora scoppiasse un conflitto, che gli viene negata. Recep Tayyip Erdoğan non si perde d’animo, aveva già in mente un piano b: i rifugiati.

Viene dato un ultimatum agli alleati occidentali, dopo di che il presidente dà il via libera a centinaia di migliaia di richiedenti asilo presenti nel paese, poiché così stabilito sulla base di un controverso accordo siglato nel 2016 e costato ai contribuenti europei più di sei miliardi di euro. La Grecia viene assaltata via mare da un traffico senza fine di barconi e via terra da eserciti agguerriti che tutto sembrano meno che richiedenti asilo: hanno lacrimogeni, si scontrano con le forze dell’ordine, distruggono tutto quel che trovano sul loro cammino.

Le pressioni di Ankara aumentano con il passare dei giorni: dapprima vengono inviati 1000 agenti speciali a sorvegliare che le autorità greche non utilizzino la violenza nel respingere i richiedenti asilo, dopo di che delle immagini scioccanti provenienti da uno dei punti di confine mostrano un blindato turco all’assalto di una barriera, che tenta di sfondare la recinzione di delimitazione. In altri tempi, o meglio, in altri contesti, un blindato militare che provasse a sfondare un muro di confine, circondato da una squadra di agenti speciali, armati fino ai denti, fungerebbe da casus belli. La Grecia potrebbe e dovrebbe reagire ad un simile gesto, un vero e proprio atto di guerra, sotto ogni punto di vista, ma c’è un motivo alla base di tale resistenza passiva: l’Unione Europea. Nessuno aiuterebbe Atene in un eventuale conflitto con Ankara, tantomeno gli alleati dell’Alleanza Atlantica.

C’è un malato che si aggira per il Vecchio Continente, nel 2020, ma non è la Turchia: è l’Europa. Il muscolarismo turco è spiegabile per due ragioni: strategia del cane pazzo, supporto tacito di un alleato maggiore. Nel primo caso, Erdoğan ha compreso la debolezza dei leader europei ed è consapevole che può ottenere da loro tutto ciò che vuole senza correre alcun rischio di rappresaglia. Contro la Grecia sono stati inviati blindati e presunti richiedenti asilo, contro l’Italia è stata inviata la marina militare al largo di Cipro, il riferimento è all’incidente della nave Saipem 12000 dell’Eni nel febbraio di due anni fa, contro il resto dell’Europa si utilizzano imam radicali che con i loro sermoni, predicati nelle maxi-moschee costruite da Ankara nell’ultimo ventennio, radicalizzano i musulmani del Vecchio Continente, trasformandoli in delle armi contro di esso.

Ma c’è anche la seconda ragione, il supporto tacito di un alleato maggiore. Nel luglio 2016 alcuni militari di estrazione kemalista, di concerto con la rete gulenista, tentarono di rovesciare il governo. Un colpo di stato fallito nel giro di una notte, ma durante il quale Erdoğan rischiò seriamente di perdere la vita. Dimenticando per un attimo la teoria del finto auto-golpe e dando credito a quella secondo cui l’allora presidente Barack Obama avrebbe deciso di sbarazzarsi dello scomodo presidente, incontrando però l’ostacolo del Cremlino, intenzionato a salvare il sultano in cambio della cessione delle ostilità in Siria, si arriva all’era Trump.

Come il predecessore, neanche Trump inizialmente provava particolare simpatia per l’omologo turco e quest’ultimo tentò la strategia del cane pazzo anche con Washington nel corso della crisi relativa alla detenzione del pastore evangelico Andrew Brunson.  L’amministrazione Trump reagì rapidamente e duramente, lanciando una mini-guerra commerciale ad Ankara, sullo sfondo di attacchi speculativi a orologeria contro la lira turca, convincendo in poche settimane Erdoğan a desistere, a liberare il pastore e ad abbandonare ogni riferimento antiamericano nel suo bagaglio retorico.

È in quel momento che Stati Uniti e Turchia hanno iniziato a collaborare, Trump ha capito che avrebbe potuto usare il duro ma soggiogabile sultano, delegandogli diverse funzioni in Europa e in Medio oriente, così da non dover sottrarre risorse al teatro di battaglia che per la Casa Bianca conta davvero: la Cina. Non è una coincidenza che la retorica antieuropea di Erdoğan sia cresciuta in concomitanza con l’insediamento di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, anch’egli interessato – ma per altre ragioni – a portare instabilità nel Vecchio continente e a far collassare lo scomodo e potente asse francotedesco. Una crisi migratoria perenne è lo strumento ideale con cui indebolire in maniera cronica anche la più grande delle potenze, soprattutto se il paese – o i paesi, in questo caso – non mostra alcuna volontà di reazione, continua a riporre fiducia nella diplomazia del denaro, ignorando le macro-dinamiche geopolitiche che si celano dietro lo schema migratorio.

Al tempo stesso, come è sempre più palese, Erdoğan sta anche svolgendo una funzione anti-russa, portando avanti agende contrapposte a quelle del Cremlino praticamente in ogni teatro geopolitico in cui le due potenze hanno interessi: Medio oriente, Nord Africa, Balcani, Caucaso, Asia centrale. L’acquisto degli S400 è uno specchietto per le allodole, una trappola nella quale è cascata la stessa Russia: nessuna sanzione, nessuna espulsione dalla NATO, nessun rapporto incrinato con l’Occidente, tanto basta per credere che Erdoğan si fosse messo d’accordo con Trump per dar luogo ad una messinscena capace di ingannare al tempo stesso russi ed europei.

Eppure, la Turchia è molto meno forte di quel sembra: ha un’economia troncata, dipendente dal capitale straniero ed esposta alle fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali, dimostra intraprendenza in politica estera ma solo perché consapevole di avere appoggi su cui contare e il suo muscolarismo l’ha circondata di nemici. Per queste ragioni, l’Unione Europea non dovrebbe cedere al ricatto migratorio ma attuare una controffensiva multidimensionale, e questo va fatto prima che Ankara si sviluppi, prima che diventi realmente una grande potenza irrefrenabile.

Comprenderemo il perché occorra fermare Erdoğan prima che realizzi il suo sogno di rinascita neo-ottomana nella nuova puntata di Confini, spiegando i problemi che l’espansionismo turco sta causando in un paese europeo, la Bulgaria.