Le proteste di Hong Kong stanno andando avanti da sette mesi e ormai la maggior parte dei commentatori non esita ad usare il termine rivolta per descrivere gli avvenimenti nella città-stato. Molto è stato scritto sulle protesta, l’ultimo commento arriva dal fisico Carlo Rovelli che, in un articolo per il Corriere della Sera, descrive gli avvenimenti nell’ex colonia britannica come la solita guerra tra ricchi e poveri, dove i “poveri” sono gli abitanti della Cina continentale. Per il fisico italiano, la protesta di Hong Kong è mossa da un’intensa volontà di nazionalismo, piuttosto che da “un amore per la democrazia e per la libertà”.

Pur ammettendo di non avere le conoscenze necessarie, Carlo Rovelli esprime tutto il proprio dissenso per le spinte disgregatrici che, a suo dire, stanno portando il mondo alla formazione di gruppi sempre più frammentati, tutti volti alla difesa degli interessi particolari. Tuttavia l’intervento di Rovelli offre degli interessanti e inediti spunti di discussione sulla situazione in corso a Hong Kong. La stragrande maggioranza dei reportage provenienti dal luogo dei fatti ha effettivamente omesso la forte matrice etnica della protesta. Negli ultimi mesi il fastidio per ogni conversazione in mandarino era percepibile per le strade di Hong Kong, gli slogan dei manifestanti non erano esclusivamente diretti a una maggiore rappresentatività nella politica della città-stato. Molti cori inneggiavano contro i “cinesi”, talvolta usando epiteti che sconfinavano apertamente nel razzismo.

Il fattore etnico e linguistico è stato effettivamente uno degli elementi principali alla base delle proteste; una prospettiva poco analizzata sia dai media occidentali sia dagli stessi mezzi di comunicazione cinesi. I primi, esclusivamente interessati a fornire una prospettiva della rivolta incentrata sulla richiesta di diritti civili e libertà d’espressione all’interno di una lotta tra manifestanti pacifici e forze dell’ordine violente. Una contrapposizione netta tra diritti democratici negati e un regime autocratico, seguendo una rappresentazione mediatica ricorrente negli ultimi dieci anni. Nel frattempo i media cinesi, pur intenti a descrivere la violenza delle proteste e le influenze dei governi stranieri dietro ai manifestanti, hanno deliberatamente evitato ogni riferimento alla dimensione etnica.

L’attacco al mito dell’etnia Han

La Repubblica Popolare Cinese percepisce l’attacco all’integrità dell’etnia Han come un elemento molto pericoloso. La costruzione del nazionalismo cinese dagli anni ’90 in poi è sempre più basata sull’etnocentrismo, che identifica la cultura Han come l’unico e indiscusso carattere della nazione. La concezione dell’etnia Han risale almeno al XV secolo, ma solo recentemente è divenuta cruciale nelle definizione della cultura nazionale. Un classico processo di costruzione di una “nazione immaginata”, nella famosa definizione di Benedict Anderson, che definisce i contorni di una etnia composta da un miliardo e duecentomila persone, il 16% della popolazione mondiale, che parlano almeno sette lingue totalmente diverse l’una dall’altra e che hanno usi e costumi molto distinti.

Solo 56 gruppi etnici sono riconosciuti dal partito comunista cinese all’interno del grande contenitore Han, ma gli studiosi stimano che in realtà siano più di duecento. La rappresentazione lineare dell’evoluzione della Han minzu (un termine che può essere tradotto come “nazione”, “nazionalità” o “gruppo etnico”) da parte dell’establishment di Pechino è stata raramente contestata dalla comunità scientifica, mentre è stata adottata in maniera univoca dai media e dagli analisti. Una narrativa generata dagli intellettuali cinesi agli inizi del ventesimo secolo, che collega l’ascendenza del popolo al mitico Imperatore Giallo, divino fondatore della cultura cinese.

Huang Di, l’Imperatore Giallo, dio-antenato nella cultura cinese

La lingua cantonese non è “la lingua parlata nel Sud della Cina”, come dice Rovelli. Le peculiarità culturali e non solo linguistiche che separano la popolazione di Hong Kong dal resto della Cina sono innumerevoli e ben note, e affondano le proprie radici nella millenaria storia del Regno di mezzo. Una storia che è anche una continua dialettica tra le diversità culturali e linguistiche, tra centro e periferia e una continua sintesi di molteplicità all’interno di un territorio immenso, come ben delineato da Kai Vogelsang nel suo Cina. Una storia millenaria.

Le rivoluzioni dei social media e il ritorno al “locale”

Tutti i movimenti di piazza, le rivoluzioni e le proteste degli ultimi dieci anni sono stati immancabilmente descritti come espressione e talvolta prodotto diretto di un particolare social network. Il ruolo di Twitter nella cosiddetta Primavera araba, nei vari Occupy e nella rivolta in Ucraina nel 2014, è stato ampiamente trattato. Ogni conferenza, articolo o intervento dedicato agli avvenimenti ha sottolineato in maniera ossessiva l’importanza dei social media nei moti di piazza, arrivando a sostenere il ruolo primario degli stessi nelle proteste. Questo per poi tralasciare il fallimento di esse, terminate nell’inedia o culminate in derive autoritarie ben lontane dalle istanze progressiste evidenziate dai media occidentali.

Nella protesta di Hong Kong i media hanno inizialmente sottolineato l’importanza di Telegram, il sistema di messaggistica creato dall’imprenditore russo Pavel Durov. Telegram garantisce un alto standard di sicurezza, grazie alla possibilità di inviare e ricevere messaggi cifrati, ma soprattutto di creare chat di gruppo mantenendo l’anonimato dei partecipanti. Tuttavia se uno dei numeri telefonici della chat è presente nella rubrica del telefono, il sistema di messaggistica lo rende visibile. Durante il picco della protesta, i manifestanti hanno evidenziato come creando dei bot con una serie sequenziale di possibili numeri in rubrica, una struttura esterna avrebbe potuto accedere alle identità dei vari membri della chat. Telegram è corso immediatamente ai ripari limitando il numero di contatti nella rubrica a 10.000, di fatto limitando fortemente la possibilità di identificare i partecipanti alla chat. Una dinamica inedita, in cui un sistema di messaggistica modifica le proprie regole per ovviare alla possibilità di aggirare i sistemi di protezione dietro esplicita richiesta di manifestanti.

Ma il vero protagonista della protesta di Hong Kong è LIHKG o Li-dan, un forum molto simile a Reddit. Nato nel 2016, sulle ceneri di un sito di informazione partito dal forum di tecnologia HKGolden, LIHKG è scritto prevalentemente in cantonese e permette la registrazione esclusivamente a IP di Hong Kong, o a indirizzi mail di università della città-stato. La metafora universalistica della rete si infrange di fronte a due limitazioni chiare ed evidenti: LIHKG può essere usato, nelle sue piene funzionalità, solo dai residenti di Hong Kong, ma anche in caso di accesso tramite VPN il fattore linguistico resta un ostacolo insormontabile per gli utenti esterni.

Ecco come si presenta la home del sito lihkg.com

La scarsa intelligibilità tra il mandarino e il cantonese viene resa ulteriormente complessa da abbreviazioni, slang e modi di dire praticamente incomprensibili al di fuori dell’ex colonia britannica. Il territorio, la lingua e l’identità tornano a essere elementi essenziali nella definizione tra “noi” e “loro”, anche se solo per un fattore strumentale. Il sito LIHKG ha subito numerosi attacchi in questi mesi, volti sia a violare la privacy dei singoli utenti sia la funzionalità del sito stesso.

Economia, mobilità sociale e accountability. Il fallimento del modello HK

Anche la prospettiva economica resta fondamentale per comprendere gli avvenimenti di Hong Kong. Per anni la città-stato asiatica, ex colonia britannica, ha rappresentato il capitalismo più avanzato, un sistema politico che coniugava enormi capitali finanziari, libertà economica assoluta e l’assenza di rappresentanza politica in una società aperta. L’evidente compromesso tra possibilità di mobilità sociale e rinuncia alla piena espressione dei diritti democratici è iniziato a vacillare qualche anno fa.

La Borsa di Hong Kong

I massicci investimenti dei cittadini cinesi hanno determinato un aumento dei prezzi degli immobili, già tra i più cari al mondo, creando enormi disagi specialmente alle giovani generazioni. Anche i casi di corruzione sono aumentati notevolmente ma soprattutto le possibilità di mobilità sociale sono diminuite drasticamente. I laureati cinesi nelle università dell’Ivy League americana scelgono sempre più spesso di lavorare a Hong Kong, entrando in competizione con la forza lavoro locale, e l’economia della città-stato è molto lontana dai tassi di crescita a due cifre degli scorsi decenni. In questi stessi anni, le possibilità di rappresentatività democratica sono lentamente ma inesorabilmente diminuite e il governo di Hong Kong è stato apertamente criticato.

Il governo della Regione speciale di Hong Kong è una democrazia presidenziale limitata, in cui il Chief Executive è il capo del governo. Un comitato elettorale elegge il capo del governo di Hong Kong, attualmente Carrie Lam, che è soggetto all’approvazione del governo cinese. Il comitato è formato da circa 1.200 membri: 70 della camera legislativa di Hong Kong e i restanti di un mix di professionisti, élite economiche e commerciali perlopiù selezionati direttamente o indirettamente dal partito comunista cinese.

Carrie Lam, capo del governo di Hong Kong

La principale critica mossa al sistema politico della città-stato dai suoi abitanti è la mancanza di una responsabilità diretta della politica. Mancando il vincolo elettivo, i membri del comitato e l’amministrazione della città-stato di fatto non rispondono direttamente ai cittadini di Hong Kong. Le proteste sono al di fuori delle categorie di destra e sinistra, ma possono essere collegate all’interpretazione che Toni Negri dà dei gilets jaunes francesi.

C’è in questo movimento un senso della comunità, la volontà di difendere ciò che si è. Mi fa pensare all’economia morale della folla che lo storico britannico Edward Thompson aveva teorizzato nel periodo precedente la rivoluzione industriale.

La comunità che ha sostenuto le proteste di Hong Kong si riconosce in primis nella sua identità cantonese, in opposizione all’appiattimento sul vasto contenitore dell’identità Han. Una scelta che è coerente con le esigenze della comunità di Hong Kong, schiacciata in un meccanismo di omologazione culturale che richiama da vicino i processi coloniali che la città-stato ha vissuto nello scorso secolo.

Un articolo del sito Lausan – che dall’inizio delle proteste sta cercando di interpretare le vicende di Hong Kong da una prospettiva che mette insieme la lotta al neoliberismo e all’autoritarismo di Pechino – definisce le disuguaglianze sociali che la città-stato sta vivendo come una diretta conseguenza dell’approccio neocoloniale della Repubblica Popolare Cinese. Il New York Times ha titolato “One Country, Two Nationalisms”: un articolo dedicato alla complessa deriva identitaria di Hong Kong, chiaramente parafrasando il sistema “one country, two systems” che regola i rapporti tra la città-stato e la Cina.

L’insorgenza di una nuova identità nazionale a Hong Kong è palese; qualsiasi conversazione con i manifestanti giunge inevitabilmente all’elenco delle tante differenze culturali, sociali e identitarie tra loro e i cinesi. Un distanza che si misura anche nella necessità di un sistema di rappresentanza politica che tenga conto della responsabilità degli amministratori. Come già avvenuto a Taiwan, la necessità di rappresentatività democratica è un fattore di distinzione anche identitario.

Le dinamiche di partecipazione

Nei mesi immediatamente successivi all’assalto al palazzo legislativo le tattiche dei manifestanti sono radicalmente cambiate. Con l’amministrazione di Hong Kong che regolarmente non concedeva le autorizzazioni per le manifestazioni, i giovani si radunavano in piccoli gruppi nei quartieri periferici e, all’arrivo della polizia, i residenti scendevano nelle strade dalle loro abitazioni a difendere i manifestanti. Una dinamica che si è ripetuta per vari mesi e che ha dimostrato la vera forza del movimento, ossia la capacità di mantenere il consenso nella popolazione. Questo anche durante le fasi più violente, quando gli esercizi commerciali accusati di sostenere la polizia venivano bruciati dai manifestanti e il servizio di trasporto pubblico veniva regolarmente ostruito, in una protesta contro la gestione dell’amministrazione accusata di usare la metropolitana come strumento controllo e repressione.

La speranza che Pechino aveva apertamente riposto nel pragmatismo confuciano della popolazione di Hong Kong è stata nettamente disattesa. Nessun genitore è sceso in piazza per riportare i figli a casa, piuttosto la popolazione ha mostrato di sostenere le ragioni dei manifestanti anche di fronte a un deciso stallo dell’economia e a numerosi disagi nella vita quotidiana. Una dinamica che ha sorpreso l’establishment cinese, profondamente convinto della validità del patto implicito tra sviluppo economico e accettazione delle regole dettate da Pechino.

L’organizzazione stessa dei manifestanti ha determinato fortemente la crescente intensità della protesta. Non c’è né un direttivo né un leader riconosciuto. Una dinamica, questa, che ha garantito la sicurezza degli organizzatori ma che ha influenzato lo stesso corso degli eventi. La mancanza di un interlocutore ha favorito l’estremizzazione delle posizioni e una continua contrapposizione sia con la polizia locale sia con l’amministrazione della città-stato. I luoghi e le dinamiche delle varie proteste vengono discussi on line, su gruppi dedicati su Telegram o su LIHKG, e spesso vengono indetti dei veri e propri referendum per decidere le prossime mosse o le modalità delle azioni. I partecipanti alle chat sono una minoranza dei manifestanti, i gruppi più attivi hanno 60.000 iscritti e si tratta invariabilmente dell’avanguardia della protesta. Ossia di coloro che tendono a rifiutare un colloquio con l’amministrazione.

“Being Water” e la radicalizzazione delle proteste

Il momento cruciale delle proteste di Hong Kong è stato l’assalto al palazzo legislativo il primo luglio 2019, durante l’annuale corteo del Civil Human Rights Front. Mentre le forze dell’ordine vigilavano, dall’interno della struttura, sulle migliaia di manifestanti che stazionavano fuori dal palazzo legislativo, circa trecento giovanissimi manifestanti le aggiravano, forzando un ingresso laterale e scontrandosi con la polizia. Questa azione rimane il culmine delle proteste di Hong Kong: per la prima volta i manifestanti decidono di attaccare il simbolo dell’amministrazione della città, usando la violenza. Il primo attacco verrà respinto ma alle 21 i manifestanti riusciranno a sfondare l’ingresso principale, per poi entrare definitivamente all’interno del complesso.

Per quattro ore il palazzo legislativo è rimasto in mano ai giovani, che hanno distrutto gli emblemi della città e i ritratti dei leader di Hong Kong. Quando le forze dell’ordine hanno ripreso possesso dell’edificio hanno trovato molte scritte nella sala principale, perlopiù dirette alla leadership della città-stato e al partito comunista cinese. Ma lo slogan più significativo lasciato sul muri del LegCo è stato probabilmente questo:

It was you who taught me peaceful marches did not work.

 

(Siete stati voi a insegnarmi che le marce pacifiche non funzionano.)

L’attacco al palazzo legislativo è stato il momento in cui la protesta di Hong Kong si è definitivamente allontanata dall’occupazione pacifica dell’Umbrella Movement. Gli stessi manifestanti del 2014, e i loro fratelli minori, non erano più disposti a pazientare e una protesta pacifica era fuori discussione. I tempi dell’Occupy Central, in cui i manifestanti descrivevano le ragioni della protesta ai giornalisti occidentali mentre altri giocavano a Pokemon Go erano lontani.

La nuova generazione di manifestanti di Hong Kong si mostra apertamente disperata, disposta al massimo sacrificio e totalmente insensibile alla speranza di un dialogo costruttivo. Nelle ricostruzioni dell’assalto al palazzo legislativo i testimoni raccontano come un piccolo gruppo di manifestanti abbia proposto l’attacco attraverso la porta laterale, di come l’idea sia stata messa ai voti e rapidamente messa in atto. Tuttora le migliaia di manifestanti si riferiscono a quella piccola frangia come ai veri e propri ispiratori. La mancanza di una chiara leadership e la volontà di “essere come l’acqua” non solo ha determinato una scarsa propensione al confronto dialettico con l’amministrazione, ma anche una deriva sempre più estrema nelle azioni da compiere.

Le frange più direttamente coinvolte nei processi decisionali sono anche le persone più attive ogni giorno nelle strade. Parlando con i giovani manifestanti di Hong Kong si capisce che la persona più citata e più odiata unanimemente non è né Carrie Lam né Xi Jinping, bensì Joshua Wong: il segretario generale del partito democratico Demosistō e leader delle proteste di Umbrella Movement.

Joshua Wong

I manifestanti accusano apertamente Wong di voler usare per i propri fini le proteste di Hong Kong e di essere totalmente estraneo alla dinamiche interne del movimento. Wong viene continuamente intervistato dai principali media occidentali, alla disperata ricerca di un portavoce della protesta. Wong ha più volte dichiarato di non essere il canale di comunicazione ufficiale delle proteste nella città-stato, ma ha continuato a rilasciare interviste e dichiarazioni.

I processi di desinizzazione

Le proteste di Hong Kong sono stata anche una rivendicazione dell’identità cantonese e dell’opposizione all’immaginario di una cultura cinese unitaria. I processi etnici e identitari sono costruiti sulla contrapposizione del concetto di “loro” per determinare in maniera più decisa il concetto di “noi”. Le proteste di Hong Kong hanno da subito richiamato una precisa distinzione tra l’essere honkonghesi e l’appartenenza alla nazione cinese. Una dinamica inaccettabile per Pechino, soprattutto alla luce dell’ormai definitivo processo di desinizzazione avvenuto a Taiwan.

L’allontanamento di Taiwan dalla sfera di influenza cinese è ormai sempre più evidente nai sondaggi che registrano una bassissima percentuale di taiwanesi che si riconoscono nella cultura cinese. I risultati delle recenti consultazioni elettorali taiwanesi mostrano chiaramente come i partiti vicini a Pechino sono ormai scelti solo dalle fasce più anziane della popolazione, e che il divario generazionale, rispetto al rapporto con l’ingombrante vicino cinese, è sempre più netto. La capacità della società di Taiwan di modulare una nuova identità nazionale, polisemica, plurale e aperta, ricostruendo i frammenti delle propria storia all’interno della sinosfera culturale, è un pericolo per la Repubblica Popolare.

Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese e segretario del partito comunista

Nella sua millenaria storia, la Cina è sempre stata in grado di interpretare i cambiamenti e le influenze dall’esterno in maniera del tutto originale. La capacità di influenzare culturalmente i paesi della regione è stata una costante della storia cinese, ma negli ultimi decenni questa capacità di attrazione è sensibilmente in calo. Nonostante la retorica sui successi dello Sharp Power cinese sulla stampa occidentale, la proiezione di Pechino sembra esclusivamente legata a degli emolumenti che garantiscono una temporanea influenza sui soggetti direttamente interessati dai flussi economici. Una dinamica, questa, ben lontana dalla “capacità di conquistare i cuori e le menti” degli altri popoli.

Il costante processo di allontanamento in corso a Taiwan e a Hong Kong – in particolare da parte delle giovani generazioni – dall’identificazione con l’idea di Cina promossa dal partito comunista cinese rappresenta un fallimento per Pechino. Benedict Anderson sostiene che “tutte le comunità sono immaginate”; ebbene, cosa succede se i processi di costruzione di quella determinata comunità entrano in conflitto? Cosa avviene quando una parte consistente, culturalmente e territorialmente separata, reclama una diversa costruzione della propria identità e una deviazione dalla narrazione dominante?