Con il lancio dell’operazione Decisive Storm mercoledì scorso, l’Arabia Saudita ha iniziato a bombardare le postazioni delle milizie Houthi su tutto il territorio yemenita. I primi strike si sono concentrati contro i centri di comando, sulla base aerea di al-Annad – dove operavano le SOF americane (Special Operation Forces) e da cui partivano i droni -, sulla capitale Sana’a e sulle basi militari in mano agli Houthi e contro quelle sotto controllo dell’esercito ancora fedele all’ex presidente Saleh. Accanto al cospicuo contingente saudita – 100 aerei e 150.000 uomini e mezzi già ammassati al confine – altri 9 Paesi fanno parte a vario titolo della coalizione: Marocco (6 velivoli), Sudan (3), Emirati Arabi Uniti (30), Qatar (10), Bahrein (15), Kuwait (15), Giordania (6), mentre Pakistan ed Egitto forniscono un supporto navale. Insomma la solita “coalizione di volenterosi” che senza alcun benestare dell’ONU ha dato il via a una vera e propria campagna militare in gran stile nel territorio di un Stato Sovrano, ufficialmente per “fermare l’aggressione Houthi e contrastare la presenza di al-Qaida e ISIS nel territorio yemenita”; un terrorismo però che, a detta dei ribelli di religione zaydita – un ramo diverso da quello della maggioranza degli sciiti – opererebbe sotto la protezione delle forze fedeli ad Abdo Rabbo Mansour Hadi. Lo stesso presidente che, dopo la parziale conquista di Aden, è fuggito via mare in Arabia Saudita e su cui pende una taglia di 20 milioni di riyal (100.000 $) per la sua cattura.

Hadi aveva invocato l’intervento della Comunità Internazionale già dopo la caduta della capitale lo scorso inverno e specialmente quello del Consiglio di Cooperazione del Golfo, che ha prontamente risposto all’unanimità con la sola eccezione dell’Oman. L’Arabia Saudita – a capo della coalizione – paventa anche una operazione di terra in Yemen, che considera come uno “Stato vassallo” e stretto alleato delle petromonarchie del Golfo; il tutto all’interno delle grande dinamica che vede le forze sciite indispensabili nella guerra in Siria e in Irak e lo stesso Iran “riabilitato” nell’opinione pubblica occidentale. Vedere Assad ancora al proprio posto e il controllo dello Yemen scivolare in mano agli sciiti deve essere sembrato inaccettabile a Riyadh, spingendola all’intervento armato.

L’azione dell’Arabia Saudita è partita dopo consultazioni durate mesi con Washington, che le fornisce sostegno politico, logistico e d’intelligence; eppure sul campo la situazione rimane complessa con gran parte del Paese in mano agli uomini di Ansar, mentre una parte del sud rimane ancora controllato da al-Qaida. Il sostegno ai ribelli del generale Ali Mohsen al-Ahmar – che per 30 anni aveva comandato la 1ª Divisione corazzata dell’Esercito – e l’attacco aereo al palazzo presidenziale di Aden del 19 marzo indicano chiaramente come il corrotto regime di Hadi abbia perso il sostegno dell’esercito, preoccupando non poco la famiglia Saud.

Nel frattempo, con il complice silenzio di EU, Nato e Israele e l’appoggio indiretto degli Stati Uniti, la guerra civile si sta tramutando in una vera e propria guerra etero-diretta, mentre le unità navali della Royal Saudi Navy e quelle di Egitto e Pakistan stanno mettendo a punto un blocco navale per impedire eventuali aiuti da parte dell’Iran alle milizie Houthi. Tutto ciò ci mette ancora una volta di fronte all’ipocrisia e all’ambiguità della politica estera di Washington (e dei suoi alleati) che, mentre si è prontamente mobilitata a sostegno delle legittime proteste della varie “primavere arabe” anti Assad e Gheddafi, hanno sorvolato su quelle sciite in Bahrein e a Sana’a, legittimando di fatto la successiva repressione operata da Riyadh. Così, se Russia, Cina e Iraq insistono per trovare una soluzione politica della crisi, Siria e Iran denunciano apertamente “l’aggressione armata” dello Yemen, minacciando ritorsioni, mentre il prezzo del petrolio è già aumentato del 6% dall’inizio dei raid; probabilmente per finanziare proprio Decisive Storm.