La consapevolezza che il Green Deal europeo sarebbe stata la priorità assoluta di quest’anno, dal momento che sovrastava, come primo dei punti programmatici esposti da Ursula Von der Leyen, l’intera agenda politica presentata agli albori dell’insediamento della nuova Commissione Europea, era scontata. Probabilmente non ci si aspettava un ennesimo sgarbo all’intellighenzia di chi si approccia ad osservare come funzionano i vari fondi europei predisposti ad hoc per determinati settori o la struttura del bilancio europeo.

A fronte di nobili obiettivi a favore dell’ambiente, come l’impegno nel tagliare drasticamente entro il 2050 le emissioni di CO2 all’interno del continente, provvedere alla decarbonizzazione, nonché a favorire la riduzione delle produzioni di plastica e più in generale stili di vita sostenibili per contesti altamente urbanizzati, questo patto serve nella migliore delle ipotesi a ripulire in maniera cosmetica (secondo l’ideologia più in voga negli ultimi tempi, quella pseudo-ambientalista di Greta Thunberg per capirci, che scienziati ed accademici hanno guardato con sospetto) una sovrastruttura internazionale che dovrebbe avere una serie infinita di priorità ben più impellenti. 

Al di là degli slogan da titoli giornalistici, secondo i quali “Mille miliardi di euro in dieci anni” sarebbero stati messi in campo per la lotta di quartiere (relegata all’area europea) contro il climate change, è sufficiente approfondire quel tanto che basta per sapere che si tratta di un’iperbolica previsione che conterrebbe investimenti pubblici e ingenti somme di investimenti privati, senza alcuna garanzia di effettiva esistenza. Il carattere aleatorio del fondo, rispetto alla dimensione tema, è rappresentato dall’iniquità delle somme prospettate nei fatti come base per il mastodontico progetto di auspicata transizione green d’Europa: 7,5 mld da utilizzare di concerto con tutti i paesi aderenti al patto. Per fare un paragone concreto, occorre pensare a quanti miliardi sarebbero necessari per rimediare all’urgente dissesto idrogeologico nazionale, almeno 40, secondo il rapporto Ance-Cresme del 2014.

Scendendo nei dettagli dei numeri che riguardano l’Italia, è Gentiloni stesso, alle strette dipendenze del Commissario Dombrovskis dopo il riassetto della Commissione Von der Leyen, il quale millanta centinaia di miliardi in arrivo da investimenti non ben identificati, a parlare della concessione al nostro paese di soli 364 milioni di €, a fronte di un versamento italiano di 900 mln, più del doppio, verso quello che assume le sembianze di uno dei tanti fondi europei (tra cui quelli strutturali), con un presunto effetto leva di circa 5 miliardi di investimenti, tra cui quelli privati. Come di consueto sono gli stessi stati a finanziare il fondo. Nessuna grazia di Bruxelles, solo una nuova imperdibile occasione per risucchiare denaro ai fessi d’Europa già contributori netti del bilancio comunitario e dei restanti fondi dai quali si attingono briciole a seguito di interminabili processi burocratici.

È il caso di parlare di autentico gretinismo, in ogni senso, nel dover co-finanziare un simile fondo per poi poterne utilizzare una minima parte, laddove non solo l’Ilva di Taranto, ma perfino le tante industrie del nord Italia dovrebbero poterne usufruire per attuare seriamente un tanto di quell’ecologismo. A nulla valgono le richieste pentastellate, tra un’esultanza e l’altra per il “traguardo” ecologista sul quale da sempre puntano, di poter scorporare gli investimenti dal deficit. Ursula rispose già di no a novembre appellandolo come green washing, ambientalismo di facciata. Se lo si vuol portare avanti lo si deve fare con sacrificio, contribuendo per la quantità decisa e utilizzandone una porzione senza avere ad oggi alcuna indicazione su modalità, condizionalità di accesso e allocazione del fondo (ancora tutta da discutere), né tantomeno un vero e proprio piano d’impiego per le industrie inquinanti. Troppo presto per cantare vittoria, anche sull’abbattimento delle lobbies anti-ecologiste.

Peraltro, a tal proposito, tra i maggiori beneficiari del Green Deal figurano esattamente la Polonia, con 2 miliardi di €, e la Germania, rispettivamente primo e secondo paese produttore ed esportatore di energia ottenuta tramite centrali a carbone (oltre ad averne 7 nucleari in funzione, nel caso tedesco) tra fossile e lignite. La Germania che si è impegnata a diminuire la funzione di tali centri di produzione entro il 2038 ne ha tutt’ora 34 attivi a pieno regime e, nonostante le dichiarazioni e l’implementazione di fonti rinnovabili, ne metterà in funzione uno nuovo da 1,5 mld nel giugno 2020 a Dortmund, il Datteln 4. Un evento paradossale che parla più di qualsiasi altro impegno pattizio sul fronte ambientalista.

D’altra parte la Polonia, paese già ampiamente beneficiario nel complesso del bilancio europeo è il massimo produttore e utente di tale energia del continente e non ha dato alcun segno nel voler dismettere un’industria che dà lavoro ad almeno 100mila dipendenti, anche correndo il rischio di sanzioni, e costituisce, quanto ad indipendenza energetica, un elemento politico e geopolitico non sottovalutabile, essendo il carbone l’unica risorsa abbondante e facilmente accessibile del paese, che ritiene di non doversi inimicare il proprio principale fornitore di gas naturale, la Russia. Quali garanzie si possono ottenere da questi paesi, alle condizioni attuali, pur avendo già stanziato in loro favore simili cifre, provenienti dai bilanci di ogni altro membro?

Rimane inevitabile domandarsi delle conseguenze per le imprese, soprattutto piccole e medie, la grande maggioranza di quelle italiane. La transizione non è senza costi e non si manca di evidenziare, come ha fatto prontamente Dombrovskis, che gli investimenti privati costituiranno la fetta più grande del Deal. Si può essere tanto certi che le imprese non dovranno impiegare gran parte delle loro risorse nell’adeguamento green delle produzioni, considerando tutta la normativa ben assodata dei vincoli agli aiuti di Stato? Basti pensare anche solo ad una regola come il de minimis”, la quale al fine di non violare le norme sulla concorrenza, impone di non poter aiutare le imprese per più di 200mila € in tre anni, fatta salva l’industria carboniera (il paradosso dei paradossi). Si potrebbe prospettare come un ulteriore modo per falciare imprese ancora intente a resistere, nelle periferie provinciali soprattutto, ammazzandone la competitività anche sul mercato internazionale, dove le produzioni meno ecologiste al mondo (segnatamente quelle dell’estremo oriente) possono presentarsi con il prezzo più conveniente, anche per questo motivo, oltre che per il dislivello salariale dei lavoratori.

Ad ogni modo bene dice Sassoli, Presidente del Parlamento UE, quando chiama il Green Deal “scommessa” per il nuovo modello di sviluppo. Intanto noi contribuenti abbiamo puntato soldi che non rivedremo, una costante ormai, poi si vedrà.