Era ormai il lontano Gennaio 2013 quando la Francia, al tempo guidata da François Hollande, raccoglieva l’appello dell’allora Presidente maliano Traoré, per un intervento militare in Mali volto a combattere il crescente fenomeno jihadista nel paese saheliano. Parigi lanciava ufficialmente l’Operazione Serval, per fornire aiuto militare e logistico alle forze governative di Bamako con l’ausilio dell’aviazione e di alcuni reparti dell’esercito francese. Nell’Agosto dell’anno seguente, dati i buoni risultati raggiunti con l’Operazione Serval, il raggio d’intervento francese veniva esteso, oltre che al Mali, a tutti i paesi del G5 Sahel, nel dettaglio Burkina Faso, Chad, Mauritania e Niger con lo scopo di aiutare i governi di questi stati a mantenere un controllo stabile sui loro territori, impedendo al contempo che gli stessi divenissero un santuario jihadista. Ciò in un’ottica di prevenzione contro una minaccia islamista, la quale stava assumendo sempre più un carattere transfrontaliero.

Iniziava ufficialmente l’Operazione Barkhane, in quella porzione di Sahel che una volta era parte integrante dell’impero coloniale francese. Venivano dislocati su un territorio prevalentemente desertico e grande 10 volte la Francia, circa 3500 uomini. Questo schieramento, relativamente esiguo se paragonato alle dimensioni dell’area in questione, in un’ottica di collaborazione con i governi locali, veniva affiancato dalle forze armate locali. In tale contesto, uno dei compiti di Barkhane era, ed è tutt’ora, fornire addestramento alle forze di sicurezza regionali. Queste ultime tuttavia si sono spesso rivelate inadeguate e l’operazione francese si è dovuta necessariamente appoggiare a milizie locali non governative, le quali hanno beneficiato di una sorta di riconoscimento ufficiale dopo l’investitura transalpina.

Il Sahel

L’avvicendamento all’Eliseo tra Hollande ed Emmanuel Macron non ha di fatto alterato il sostegno di Parigi all’Operazione Barkhane. L’avvento di Macron ha anzi rafforzato la presenza francese in Africa con un dispositivo militare che attualmente conta circa 4500 uomini e che pesa sui bilanci francesi per circa 700 milioni di Euro all’anno. La partecipazione francese volta al mantenimento della sicurezza nella regione è propedeutica alla difesa dei molteplici interessi strategici ed economici di Parigi nel Sahel; i quali spaziano dai rapporti economici e commerciali privilegiati tra la Francia e le sue ex colonie, al controllo dei flussi migratori, fino alla (ri)affermazione della “grandeur” francese. Di fatto la Francia ritrova in questi paesi dei luoghi dove promuovere la propria cultura e i propri valori, imponendosi così agli occhi dei saheliani come uno dei paesi più importanti nello scacchiere geopolitico. Interessi che ad oggi sono seriamente minacciati non solo dal jihadismo ma anche da una Cina capillarmente presente nel continente africano e da altri player emergenti come India, Brasile e Turchia.

Sotto quest’ottica si rileva chiara l’importanza dell’Operazione Barkhane che tuttavia non sta dando i risultati sperati. Da una parte Barkhane ha efficacemente impedito alle reti jihadiste di formare delle basi stabili in questi paesi. Prima del 2013 gli jihadisti controllavano vasti territori nel solo Mali. Tuttavia ad oggi non è riuscita ad eradicare le suddette reti. L’ausilio di milizie locali non governative in tal senso ha da una parte aiutato la Francia ad estendere sensibilmente il suo perimetro d’azione ma ha avuto lo sgradevole effetto collaterale di legittimare queste milizie, che forti dell’ombrello di protezione francese, hanno iniziato a vessare le popolazioni e le etnie rivali dando il via ad una serie di esazioni nei loro confronti. Il territorio del Sahel è difatti popolato da un gran numero di diversi gruppi etnici e il jihadismo in tal senso può considerarsi un fenomeno accessorio se paragonato agli enormi problemi interraziali della regione.  Il comportamento di queste milizie, accreditate da Parigi, a sua volta è responsabile dell’aggravarsi della minaccia terroristica, poiché è una delle principali ragioni di arruolamento volontario nelle brigate jihadiste.

Le crescenti tensioni, unite alla progressiva incapacità di gestire una situazione sempre più instabile, hanno portato ad esacerbare la situazione a tal punto che le popolazioni locali chiedono la ripartenza delle truppe francesi. Anche a livello ufficiale la situazione si sta surriscaldando: la missione infatti suscita le antipatie di tutti i governi locali coinvolti.

La Francia non ha posto limiti temporali al termine dell’Operazione Barkhane, ma gli alti costi uniti ai risultati solo parziali sin qui raggiunti rivelano un rischio concreto di un impantanamento dello scenario militare nel lungo periodo. Ciò detto e asserita altresì l’impossibilità per Parigi di defilarsi, data l’incapacità delle forze locali di gestire il problema, la Francia è alla ricerca di una soluzione ad ampio raggio che coinvolga altri partner. L’Eliseo chiede infatti l’appoggio dell’UE per il lancio di una nuova missione. Ciò invero genera una serie di interrogativi e perplessità: in primis il ruolo della Francia, la quale sicuramente vorrà mantenere una posizione apicale all’interno di un eventuale coalizione e in secundis gli stessi malumori francesi rispetto ad alcuni possibili partner.

Non è un mistero infatti che la parallela missione italiana in Niger, benché di modesta entità se paragonata a Barkhane, sia stata inizialmente ostacolata da Parigi, la quale ha fatto non poche pressioni sul governo nigerino del presidente Issoufou affinché desistesse dall’accettare l’aiuto di Roma per il controllo dei flussi migratori. Resistenze superate solo dopo la visita di Conte a Niamey, la quale ha permesso di fatto di accelerare il dispiegamento di uomini e mezzi.

Mezzo francese danneggiato durante un attacco tra le vie di Gao

La partita in Sahel sta assumendo un carattere sempre più preponderante nel tentativo di arginare le tratte di esseri umani e i flussi migratori che confluiscono in una Libia sempre più destabilizzata dal post-Gheddafi. Quello che rimane al momento un’incognita è l’atteggiamento dell’UE la quale in passato ha più volte dimostrato una pochezza imbarazzante in termini di politica estera e di dispiegamento di forze in campo. La Francia, che fino ad ora ha beneficiato esclusivamente di aiuto logistico da alcuni alleati, non può che percorrere due strade: o aumentare sensibilmente il proprio apporto in termini di uomini e mezzi all’interno dell’aerea saheliana con il rischio concreto di sobbarcarsi le ingenti spese che un impegno militare di lungo periodo sicuramente generano; oppure riuscire nel tentativo tutt’altro che semplice di creare una vera task force UE, possibilmente facendo un passo indietro rispetto alle sue non troppo velate mire di espansionismo nella regione che tanti malumori locali ha generato, con l’avvio di una missione congiunta che sostituisca l’operazione Barkhane in un ambito di vera cooperazione europea in tal senso.