La Turchia sta inviando militari in Libia, Paese del Nord Africa situato a 355 km dall’isola italiana di Lampedusa. Lo ha deciso il Parlamento di Ankara votando a favore di una mozione che autorizza il supporto militare richiesto direttamente dal premier libico Al-Serraj. Quest’ultimo, a capo di un governo internazionalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e dai principali paesi occidentali, è asserragliato a Tripoli sotto i martellanti bombardamenti messi in atto dal generale Haftar, ex alto ufficiale dell’esercito di Gheddafi, oggi uomo politico più importante della Cirenaica (l’Est della Libia), da mesi impegnato in un lungo assedio alla capitale del Paese.

L’Italia, dopo aver lasciato morire il suo decennale alleato Gheddafi – rovesciato durante la guerra civile scoppiata nel 2011 – ha visto gradualmente perdere la propria influenza nel Paese nordafricano durante gli anni ’10, con l’aggravarsi della frammentazione dell’area in più fazioni politiche e militari. Tentativi di ordinare il caos da parte di Roma si sono susseguiti, inutilmente, nel corso del decennio appena trascorso. Minniti, Ministro dell’Interno (e praticamente degli Esteri) di Gentiloni tentò di conquistarsi a suon di intelligence e denaro il favore di milizie e tribù di mezza Libia nella convinzione – speranza – di porre un freno ai flussi migratori, sostenendo gli sforzi locali di controllo dei labili confini con l’Africa subsahariana (Niger e Ciad). Poi è stata la volta del governo giallo-verde, il Conte uno, che riuscì a riunire in Sicilia i due rivali nel risiko libico, Al Serraj e Haftar, nella dimenticata quanto inefficace Conferenza di Palermo.

In sostanza, per l’Italia, la stabilità e la pace in Libia sono fondamentali per due principali ragioni: la prima si chiama ENI. L’Ente Nazionale Idrocarburi è da sempre protagonista dello sfruttamento di giacimenti petroliferi e gasiferi nel Paese. L’interscambio tra Roma e Tripoli è stato nel 2018 di ben 4,1 miliardi di euro in sole transazioni energetiche. La Libia è anche la quinta fornitrice in termini assoluti di petrolio non raffinato destinato all’Italia. Un tassello fondamentale nella diversificazione energetica della Penisola: non è un caso che l’Italia abbia mantenuto operativa la propria Ambasciata a Tripoli per quasi tutto il conflitto civile, a differenza di altri paesi come Usa, Francia e Regno Unito.

Seconda ragione – forse la più importante – per la quale la Libia è centrale nella politica estera italiana, è il tema dell’immigrazione, da anni dominante nel dibattito politico italiano. Che sia a favore o contro l’arrivo di cittadini stranieri sul territorio italiano, nessuno può negare l’esigenza di poter controllare e dunque governare i flussi migratori provenienti dal Continente Nero, diretti verso il Mar Mediterraneo e destinati – irreversibilmente – ad intensificarsi nei prossimi anni data la bomba demografica in arrivo nell’Africa Subsahariana: la sola Nigeria avrà più di 400 milioni di abitanti entro il 2050. Quasi quanto l’intera Unione Europea.

L’assenza di un Leviatano in Libia, e il permanere di una guerra civile, rappresentano un pessimo scenario per Roma. Il presidente turco Erdogan è ben consapevole che rimescolando a sorpresa le carte in Libia – come già fatto ad esempio dalla Russia di Putin con il clamoroso intervento in Siria nel 2015 – potrà non solo dare nuova linfa alle sue ambizioni imperialiste ed espansioniste (già realtà con le operazioni dell’esercito turco nella Siria settentrionale degli ultimi anni), ma anche assicurarsi un posto in prima fila come prossimo dominus del grande gioco delle risorse energetiche nel Mediterraneo orientale, prendendo in contropiede con una sola mossa Grecia, Cipro, Israele ed Egitto.

Quali interessi avrebbe l’Italia dall’appoggiare la mossa di Erdogan? Sicuramente non contribuire alle velleità neo-ottomane del Sultano. L’unico imperativo strategico per Roma è infatti quello di poter tornare a contare nel Mediterraneo e nel Nord Africa. Non solo per garantire al fabbisogno energetico della Penisola l’importazione delle risorse fossili di cui l’area è ricca. Ma anche per poter governare il fenomeno dell’immigrazione. L’unica soluzione al dilemma mediterraneo per l’Italia è dunque stabilizzare e pacificare la Libia. Tuttavia, il coinvolgimento di una potenza regionale come la Turchia in Libia potrebbe porre presto la parola fine alla devastante guerra civile scatenatasi su un territorio a poche miglia nautiche di distanza dalle coste italiane.

Ostacolo principale ad una politica estera maggiormente assertiva per Roma è però l’assenza di personale politico esclusivamente delegato ad essa. Il Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, è infatti anche leader della principale forza della maggioranza giallo-rossa: il Movimento 5 Stelle. Delegittimato dai continui rovesci elettorali regionali e locali del 2019, indebolito dallo sfaldamento dei suoi gruppi parlamentari e ridimensionato nei sondaggi che misurano il consenso delle forze politiche, Di Maio è giocoforza costretto ad occuparsi di politica interna, trascurando quella internazionale.

“Soluzione diplomatica e non militare”, “Serve una risposta europea”. Alcuni esempi delle sterili dichiarazioni-fotocopia che si susseguono in queste ore da parte dei principali esponenti dell’esecutivo italiano, in primis Conte e Di Maio. Esse sono l’ennesima conferma della decennale incapacità dell’Italia di esprimere una linea di politica estera autonoma. Risultato: il Segretario di Stato Usa, Pompeo, dopo aver sentito mezzo mondo, si dimentica di (o non vuole) telefonare la Farnesina per spiegare all’alleato italiano le ragioni dell’eliminazione del generale iraniano Soleimani. A riprova della rilevanza che l’Italia, penisola geograficamente incastonata nel centro del fu Mare Nostrum, non ricopre più agli occhi delle grandi potenze.