La pandemia del Coronavirus sta avendo pesanti effetti non solo sulla salute degli esseri umani, ma anche sugli equilibri politici del pianeta. Il rallentamento globale della crescita economica, inaugurato a gennaio dalla Cina (il “paziente zero” della crisi in atto), sta determinando quello che sembra essere il tracollo del sistema economico di marca occidentale, forgiato dalla globalizzazione di matrice atlantica e già ferito gravemente dalla pesante crisi finanziaria del 2008. La reazione della Federal Reserve (la banca centrale americana), immediata quanto poderosa, non è servita a molto. L’improvvisa inondazione di liquidità nell’economia – 700 miliardi di dollari di acquisti in titoli di stato, tassi d’interesse ridotti a zero e ricorso massiccio al quantitative easing – ha avuto effetti irrilevanti. 

Come noto, il dollaro americano è la principale valuta nelle transazioni internazionali. Questo dato rende de facto la Federal Reserve il prestatore di ultima istanza dell’economia globale, in quanto unico soggetto abilitato a stampare il dollaro, risorsa che assume altissimo valore di scambio soprattutto in congiunture economiche colpite da crisi come quella del Covid-19, quando la moneta statunitense si trasforma in vero e proprio “bene rifugio”. Questa è, in sintesi, la ragione che rende gli USA unica superpotenza economica e finanziaria sul pianeta. Ma questa settimana, alla riapertura delle Borse, non è cambiato nulla. Le azioni messe in campo dalla Fed non hanno avuto considerevoli effetti sui mercati del pianeta, tutti indistintamente ancora in profondo rosso. 

Come sempre, in questi casi, vaste sono le praterie che si aprono per gli “sfidanti” all’egemone di turno nello scenario geopolitico globale. La Cina, da alcuni anni a questa parte, è il principale competitor degli Stati Uniti d’America. La chiave di volta della sfida lanciata da Pechino a Washington è il grandioso progetto della Nuova Via della Seta, lanciata nel 2014 dal Presidente Xi Jinping. Obiettivo: prendere le redini dell’ormai debole globalizzazione occidentale, per trasformarla in una florida globalizzazione di stampo cinese. Allargare la sfera d’influenza del fu Impero Celeste, rendendola globale, e proiettando il paese al rango di punto di riferimento politico, economico e culturale per l’intera umanità. Cooperazione internazionale, investimenti multilaterali in infrastrutture come porti, aeroporti, ponti, strade, ferrovie in tutti i paesi che vanno dal Pacifico all’Atlantico. Passando dall’Oceano Indiano e nei paesi che giacciono lungo l’antico tracciato della via della seta (quella bazzicata da Marco Polo, per intenderci). Da Pechino all’Europa occidentale, passando per Russia, Medio Oriente ed Africa. Non esiste un progetto di espansione commerciale e geopolitica più ambizioso di questo

Per capire come la Nuova Via della Seta abbia tratto rinnovato vigore grazie al Coronavirus, le regole del fuso orario sintetizzano il tutto in una semplice formula: quando in Occidente è notte, ad Oriente il sole sta sorgendo. Neutralizzata l’emergenza Coronavirus sul proprio territorio nazionale, la Repubblica Popolare ha dispiegato tutta la sua potenza – coniugando sapientemente hard e soft power – per cogliere le opportunità derivanti dal caos scaturito dalla crisi. Da qui la piena disponibilità di Pechino ad aiutare e a sostenere con beni e servizi sanitari, nonché finanziamenti diretti, la maggioranza dei Paesi colpiti dal virus, in Europa come nel resto del Mondo. 

Nonostante l’Italia sia stata una delle prime nazioni a bloccare i collegamenti aerei con la Repubblica Popolare lo scorso 31 gennaio, oggi le parti si sono invertite. Senza badare ad eventuali risentimenti, i cinesi hanno risposto positivamente fin da subito alle richieste di aiuto provenienti dalla Penisola colpita dall’emergenza, aiutata solo a parole dai suoi vicini europei i quali, simultaneamente, hanno sospeso Schengen, ponendo l’ennesimo punto interrogativo sul destino di ciò che resta dell’Unione Europea. Ad inizio marzo Roma aveva infatti richiesto l’attivazione del Meccanismo della Protezione Civile europeo per ottenere aiuti e forniture mediche. L’assenza di una reazione immediata del resto del Continente nel momento di maggior bisogno ha dunque aperto le porte del Belpaese all’intervento cinese. D’altronde il 2020 è un anno simbolico per i due Paesi, essendo il cinquantesimo dall’avvio delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Popolare. Quale miglior occasione per Pechino di stabilire un rapporto ancora più speciale con Roma – già blindato grazie al memorandum of understanding firmato lo scorso anno con il quale l’Italia ha aderito alla Nuova Via della Seta –  se non sostenendola durante quella che il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte non ha esitato a definire “l’ora più buia”?

L’offerta su larga scala di mascherine, tamponi ed altro materiale medico da parte di Pechino ha raggiunto anche Washington, dove il Presidente Donald Trump deve affrontare la diffusione del contagio muovendosi in un sentiero decisionale tremendamente ristretto a causa di tre fattori: la necessità di conservare la possente crescita del PIL americano degli ultimi anni, la campagna elettorale per le presidenziali di novembre ormai entrata nel vivo con l’ascesa dell’ex vicepresidente Joe Biden alle primarie democratiche, nonché – last but not least – le pressioni da parte del deep state d’oltreoceano, Pentagono in prima fila, affinché il commander-in-chief risponda duramente all’offensiva strategica cinese (come ad esempio con i dazi imposti negli ultimi mesi ai prodotti importati dalla Repubblica Popolare).

Il rifiuto di The Donald all’aiuto offerto da Xi Jinping non può tuttavia nascondere una delle vulnerabilità più critiche e meno note degli Stati Uniti, ossia la sostanziale dipendenza dall’estero – ed in particolare dalla Cina – del proprio fabbisogno farmaceutico, come sottolineato dalla stessa Agenzia Farmaceutica Federale. Basti pensare, a titolo di esempio, che l’ultimo impianto di produzione di penicillina negli Stati Uniti ha chiuso da quasi vent’anni e che l’80% degli antibiotici presenti nel mercato americano provengono dall’estero. La mossa cinese rappresenta così uno scacco importante per l’inquilino della Casa Bianca: accettare l’aiuto del principale rivale geopolitico avrebbe messo a nudo tale dipendenza dall’estero, servendo un assist perfetto alla speranza di Pechino di porre fine alla guerra dei dazi avviata da Washington nel tentativo di porre un freno all’irresistibile crescita cinese iniziata negli anni ’80 con le riforme di Deng Xiaoping e la definitiva consacrazione del cosiddetto “Socialismo con caratteristiche cinesi” tanto caro al Politburo del più grande Partito Comunista del pianeta.

Il momentaneo niet dell’amministrazione a stelle e strisce nei confronti di Pechino, tuttavia, resta anch’esso un’opzione non favorevole agli interessi del magnate newyorchese: essa potrebbe infatti determinare – quando il Coronavirus si sarà diffuso con maggiore profondità negli USA e la campagna elettorale per le presidenziali sarà diventata ancora più radicale – un sostanziale vantaggio politico in mano a Joe Biden grazie al costante richiamo alla riforma sanitaria nota come Obamacare in parte implementata dal primo presidente afroamericano della storia del Paese e successivamente smontata dallo stesso Trump. Il tema potrebbe risultare determinante per un eventuale trionfo democratico alle presidenziali di novembre anche qualora il candidato uscito vincitore dalle primarie dovesse rivelarsi Bernie Sanders. L’anziano senatore del Vermont è sostenitore infatti di un sistema sanitario gratuito su base universale ancora più radicale rispetto alla proposta dell’ex vice di Obama. Posto così il Coronavirus, a gennaio prontamente ribattezzato dai media occidentali “la Černobyl” di Xi Jinping, potrebbe trasformarsi presto nella Černobyl di Donald Trump.