Nel settembre 2019, una dichiarazione attribuita al braccio di propaganda dell’ISIS, l’agenzia di stampa Amaq, ha affermato che Abdullah Qardash era stato nominato come successore di al-Baghdadi. Gli analisti hanno respinto questa dichiarazione come una montatura, e i parenti segnalavano che Qardash fosse morto nel 2017. Altri due individui, il saudita Abu Saleh al-Juzrawi e il tunisino Abu Othman al-Tunsi, erano stati nominati come possibili candidati al successore di al-Baghdadi, vicini al califfo, e che si ritiene fossero presenti nella sua ultima apparizione video. Il 26 ottobre 2019, il 1° distaccamento operativo delle forze speciali statunitensi (JSOC), comunemente noto come Delta Force, ha condotto un raid attraverso lo spazio aereo controllato da Russia e Turchia nella provincia ribelle di Idlib in Siria, al confine con la Turchia, per catturare al-Baghdadi. Mentre veniva inseguito dai cani militari americani e dopo essere stato messo all’angolo in un tunnel, il sedicente califfo è morto facendosi esplodere con un giubbotto suicida, uccidendo anche due bambini, probabilmente suoi.

Nonostante l’IS avesse assunto sembianze di un’organizzazione razionale-burocratica, non basata su una mera autorità personale carismatica con annessi culti della personalità, è vero allo stesso modo, che il costitutivo giuramento di fedeltà (bay‘a) da parte dei militanti va alla persona del “califfo”, non all’istituzione “Califfato”. La  morte di Baghdadi ha lasciato spazio a congetture e speculazioni sul futuro dell’organizzazione e della sua leadership. Il nuovo leader dello Stato islamico è stato confermato come Amir Mohammed Abdul Rahman al-Mawli al-Salbi, secondo quanto hanno riportato al Guardian due funzionari di intelligence. È uno dei membri fondatori del gruppo terroristico e ha guidato le operazioni di riduzione in schiavitù della minoranza yazida dell’Iraq e ha supervisionato operazioni terroristiche ai quattro angoli del mondo, tra cui l’attacco alla frontiera Uzbekistan/Tagikistan del 2017.

Amir Mohammed Abdul Rahman al-Mawli al-Salbi

Nei mesi successivi al raid che ha ucciso Baghdadi, un quadro più completo di Al-Salbi era stato delineato da spie mediorientali e occidentali, ponendolo al centro del processo decisionale dell’ISIS e ritraendolo come un veterano incallito, seguace fedele di Al Baghdadi e inflessibile nella sua fedeltà al gruppo terrorista. Ideologo e combattente della prima ora. Al-Salbi pare sia stato nominato leader già poche ore dopo la morte di Abu Bakr al-Baghdadi in ottobre. È conosciuto anche con il nome Haji Abdullah e in alcuni ambienti come Abdullah Qardash. Il cambio frequente dei nomi produce un ginepraio inestricabile per la comprensione della catena di comando, specie ora che l’organizzazione pare imperscrutabile e faccia meno uso di una sistematica propaganda, forse sintomo di una riorganizzazione in fieri

Il nome che il gruppo aveva dato per il sostituto all’epoca, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Quraishi, era solo un nome di battaglia non riconosciuto da altri alti funzionari o agenzie di intelligence. Egli è considerato uno degli ideologi più influenti tra le ormai evanescenti schiere dell’ISIS. Nato in una famiglia turcomanna irachena nella città di Tal Afar, è uno dei pochi non arabi etnici tra i leader, seppur con cittadinanza irachena. Afferma di essere un discendente del lignaggio hascemita della tribù araba dei Quraish, cui apparteneva il profeta Muhammad (Maometto). In base alle poche informazioni sul suo conto, si è fatto strada tra le fila del’autoproclamato Stato Islamico grazie al suo background di studioso islamico, emettendo sentenze religiose che hanno segnato il genocidio contro gli yazidi e lo svuotamento delle pianure di NiNive nel nord dell’Iraq durante l’apice della furia terrorista. Al-Salbi è laureato in giurisprudenza islamica all’Università di Mosul. Nel 2004 era stato detenuto dalle forze statunitensi nella prigione di Camp Bucca, nel sud dell’Iraq, proprio dove avrebbe incontrato Baghdadi. 

Prima della morte del califfo in ottobre, il dipartimento di Stato americano aveva già messo una taglia di 5 milioni di dollari sulla testa di Al-Salbi e su altri due membri anziani del gruppo. Si ritiene da allora che avrebbe cercato di consolidare la nuova leadership ISIS, dove quasi tutti, tranne lui e pochi altri, provenivano da una nuova generazione troppo giovane per avere avuto un ruolo nelle battaglie di fondazione dell’ISIS contro le forze americane nel 2004 o nella guerra civile irachena che ne è seguita. 

La caccia ad Al-Salbi si è estesa alla Turchia dove suo fratello, Adel, è rappresentante di un partito politico chiamato Iraq Turkmeni Front (Partito presente con 3 seggi nel parlamento iracheno). Si suppone che il nuovo leader abbia mantenuto i legami con il fratello finché non è stato nominato leader. I funzionari dei servizi segreti hanno poche informazioni sulla sua posizione, ma è altamente improbabile che abbia seguito Baghdadi nella provincia siriana di Idlib ma piuttosto avrebbe preferito rimanere in un piccolo agglomerato di città a ovest di Mosul. Proprio nella stessa città di Mosul hanno trovato rifugio altri leader e ciò che resta degli altri ranghi del gruppo, che hanno tentato di mescolarsi nelle comunità in via di ricostruzione, dopo cinque anni di dispersione, guerra e barbarie. 

Un’altra importante figura dello Stato Islamico, Shifa al-Nima, che aveva usato credenziali religiose per offrire fatwe ed ordinare esecuzioni anche di altre figure religiose meno condiscendenti, è stata arrestata la scorsa settimana in un sobborgo di Mosul dalle forze speciali irachene. È stato portato in un centro di detenzione su un camion a pianale ribassato, perché pesava 254 kg e non era neanche in grado di camminare. Al di là del confine siriano, l’intelligence e i militari stanno ancora lottando per contenere quella che altri funzionari occidentali considerano la più grande minaccia residua rappresentata dallo Stato Islamico – i due grandi centri di detenzione di Al-Hol e Al-Roj, controllati dalle forze curde siriane, istituiti per ospitare i membri del gruppo e le loro famiglie che erano fuggiti dopo le ultime offensive e che rimangono focolai di estremismo. Fonti curde parlano di indottrinamento, intimidazione e molestie nei confronti di altri membri del campo, ad opera di componenti femminili delle famiglie dei jihadisti, considerate oramai irredimibili.

Abu Bakr al-Baghdadi

La questione spinosa degli ex-combattenti stranieri prigionieri in Siria, che si pensa siano circa 2.000, ha irritato i governi europei che temono sia un’evasione di massa da prigioni troppo affollate, sia le conseguenze politiche del permettere ai loro cittadini che hanno viaggiato per raggiungere il jihad islamico, di tornare a casa. L’Isis ha recentemente mostrato di nuovo segni di raggruppamento da quando ha perso il suo ultimo appiglio nei deserti della Siria orientale nel marzo 2019, nulla di paragonabile comunque alla furia devastante del 2014. La perdita dei suoi ultimi territori mediorientali nel 2019, dopo la battaglia di Baghuz Fawqani, ha spinto il gruppo in una fase insurrezionale nelle regioni che un tempo controllava, pur mantenendo l’influenza, attraverso sforzi propagandistici, in nascondigli remoti nel deserto siriano.

Gli effetti destabilizzanti dei recenti eventi come l’offensiva militare turca nel nord della Siria, lo scorso ottobre, e l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani – definito dalla propaganda un provvidenziale gesto divino – possono ricreare rinnovate occasioni per il gruppo armato, scaduto ormai alla fase insurrezionale transnazionale dopo l’annus horribilis 2019.

L’interminabile instabilità dell’area mediorientale potrebbe rinvigorire e concentrare nuovamente l’accentramento intorno ad una nuova figura della costellazione terroristica, magari sotto altro nome o con rinnovate alleanze e nuove fedeltà. L’Isis ha dichiarato di aver effettuato 106 attacchi tra il 20 e il 26 dicembre per vendicare la morte di Al-Baghdadi e del capo della propaganda Abu Hassan al-Muhajir nello stesso giorno, tramite assassinii mirati, attentati, bombe sulle principali vie di comunicazione e assalti alle forze di sicurezza irachene o curde. La rete rurale rimane molto salda; dopo tutto, i membri dell’ISIS in Iraq ricevono ancora stipendi mensili e addestramento in remote zone montane. Questa rete permette all’organizzazione di resistere, anche sconfitta militarmente, ritornando ad una fase clandestina, ma possibilmente altrettanto micidiale.