Quello che segue è un estratto da “Vaticano e Russia nell’era Ratzinger”, di Nico Spuntoni (Tau editrice, 2019)

L’ingresso nel nuovo millennio ha reso sempre più visibile il processo di secolarizzazione della società europea, con la conseguente perdita di fascino della visione cristiana del mondo. Nonostante il risveglio religioso nell’era post-sovietica, anche la Russia non è stata immune da questo fenomeno. Cattolici e ortodossi concordano nell’attribuire un’accezione negativa al termine secolarizzazione: essa consisterebbe nel tentativo di estirpare qualsiasi valore religioso dalla società. Il risultato di questo processo sarebbe il confinamento del sentimento religioso a una dimensione esclusivamente privata e, di conseguenza, l’erosione dell’autorità delle istituzioni ecclesiastiche.

Nelle due più grandi comunità ecclesiali si fece largo la consapevolezza che la secolarizzazione rappresentasse la sfida più impegnativa posta dalla modernità al cristianesimo europeo. Questa consapevolezza, unita a quella di non potercela fare senza un alleato credibile, spinse la Chiesa di Roma e la Chiesa di Mosca a cercare una collaborazione reciproca. Sebbene il Patriarcato moscovita avvertisse la necessità di una testimonianza comune nel panorama europeo, come risposta alla sfida della secolarizzazione, anche da prima del 2005, fu l’elezione di Benedetto XVI a stimolare la volontà ortodossa di una cooperazione nel nome della riaffermazione dei valori cristiani.

Confortata dal fatto che il nuovo papa, oltre a lanciare per anni analoghi allarmi sulla situazione della fede in Europa, fosse anche maggiormente incline alla sensibilità teologica ortodossa rispetto al suo predecessore, la gerarchia ecclesiastica russa è diventata più disponibile a risolvere le controversie ancora esistenti. In un momento di grave abbandono del sentimento religioso nella vita comunitaria del vecchio continente, le due maggiori Chiese cristiane hanno avvertito l’incombenza di collaborare, credendo che fosse messa in discussione la sopravvivenza stessa del cristianesimo in Europa.

La Chiesa ortodossa russa, che pure assisteva in patria all’incremento del numero di edifici di culto e di vocazioni dopo gli anni delle persecuzioni sovietiche, non poteva rimanere indifferente alla prospettiva di un’Europa occidentale scristianizzata. Al Patriarcato, infatti, non sfuggiva la capacità d’attrazione esercitata storicamente sulla Russia da quella che il filosofo moscovita Čaadaev chiamava la «seconda patria dei russi». La Chiesa di Mosca, dunque, da un lato sentiva la necessità di uscire dal vicolo cieco in cui erano precipitate le relazioni con il Vaticano in quel decennio, dall’altro credva che il pontificato di Joseph Ratzinger fosse l’occasione propizia per fare un tentativo in tal senso.

La cooperazione tra le due Chiese nasce sul terreno comune della rivendicazione del ruolo del cristianesimo nella storia culturale dell’Europa moderna. Una rivendicazione che si concretizza nella difesa di quelli che, agli occhi delle due istituzioni ecclesiastiche, rappresenterebbero i valori fondamentali del continente e che troverebbero origine proprio nell’eredità cristiana. Quest’impegno comune assumeva un particolare significato alla luce del processo di integrazione europea. Il dibattito sulla definizione dei principi ispiratori del soggetto sovranazionale, accanto al prevedibile attivismo della Chiesa di Roma, vede anche la partecipazione del Patriarcato russo. La Chiesa ortodossa di Mosca, infatti, ne è coinvolta sia per la giurisdizione canonica che mantiene sugli ortodossi lettoni ed estoni, sia per l’importanza strategica delle relazioni tra Federazione Russa e Unione europea.

Il patriarca russo Kirill e Putin

Il Patriarcato moscovita, d’altra parte, è protagonista di una geopolitica parallela e funzionale a quella del Cremlino: il governo russo spera di scongiurare il monopolio di Bruxelles a «trattare le questioni dell’Europa nel suo insieme» grazie alla Chiesa russa che, con l’inclusione di Estonia e Lituania nel progetto di unificazione politica, può vantare voce in capitolo nel dibattito sulla costruzione del suo profilo identitario. Di fronte al timore di un indirizzo laicista del progetto di Europa unita, le due Chiese si sono compattate attorno a obiettivi comuni. Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa russa hanno scoperto una comunanza di linguaggio che le diversifica anche dalle altre confessioni cristiane.

Questo compattamento diventò possibile con l’elezione di Benedetto XVI: non a caso, il famoso teologo ortodosso russo Andrey Kuraev rileva che, eleggendo Ratzinger, la Chiesa cattolica ha scelto di trovare un linguaggio comune con gli ortodossi russi che, invece, sarebbe stato impossibile con un papa più sensibile alle esigenze dei protestanti. Nel presentare il futuro auspicato per l’Europa, Benedetto XVI adotta l’immagine wojtyliana del continente che respira a due polmoni – l’Oriente e l’Occidente – rendendola accettabile al Patriarcato di Mosca.

Alessio II, patriarca della Chiesa ortodossa russa dal 1990 al 2008 (fonte: Wikimedia Commons)

Alessio II, che negli ultimi anni di Giovanni Paolo II aveva giudicato poco realistica «una cooperazione tra l’occidente cattolico e l’oriente ortodosso», a un anno dall’insediamento celebrava Benedetto XVI come il «papa della svolta ecumenica»: il patriarca prevedeva che il pontificato di Ratzinger fosse destinato a entrare nella storia per il miglioramento dei rapporti tra cattolici ed ortodossi. Un miglioramento, secondo Alessio II, da conseguire sul terreno comune della difesa dei valori cristiani minacciati da una «cultura europea moderna che tende sempre più a fare riferimenti ad altro».

Il patriarca di Mosca accettò di mettere al primo posto dell’agenda ecumenica temi condivisi, come appunto la difesa dei valori cristiani dell’Europa, la visione comune in fatto di famiglia, di giustizia sociale e di bioetica. Per la prima volta, le controversie dottrinali e sul territorio canonico, sebbene ancora non risolte, non vengono anteposte come ostacolo insormontabile ad una cooperazione tra Chiese sorelle. È altamente significativo il fatto che una delle maggiori aperture di Alessio II alla Chiesa di Roma sia arrivata proprio da Strasburgo, in occasione della sua visita al Consiglio d’Europa nell’ottobre del 2007.

Nel discorso all’assemblea, il patriarca puntava il dito contro il relativismo, indicato come causa di perdita d’identità nei popoli europei. In questo modo, egli si riallacciava al pensiero di Ratzinger, che erigeva la lotta alla “dittatura del relativismo” a manifesto programmatico del suo pontificato. Lo stesso giorno, in un’intervista a Le Figaro, Alessio II rivendicava la convergenza con la Chiesa cattolica su tematiche giudicate fondamentali, come la «non negoziabilità dei valori morali su cui si fonda l’Europa». Queste parole vennero definite «interessanti» dal portavoce del papa, padre Lombardi, e possono essere lette come una risposta positiva all’appello pronunciato solamente pochi giorni prima da Benedetto XVI, allorché invitava cattolici e ortodossi «a rafforzarsi per rispondere ai bisogni dell’Europa di oggi, sia sul piano religioso che su quello sociale».

Che il riavvicinamento tra Chiesa ortodossa russa e Chiesa cattolica romana, iniziato con Benedetto XVI, avvenisse sul terreno comune dell’Europa e sull’impegno per la conservazione del cristianesimo in essa, diventò evidente alla morte di Alessio II nel 2008. Nel messaggio di cordoglio inviato a Mosca, il papa celebrava la memoria dello scomparso ricordando «la buona battaglia per la difesa dei valori umani ed evangelici che egli ha condotto in particolare nel Continente europeo».

Con il passaggio da Alessio II a Kirill, dunque, il Patriarcato guardò con sempre maggiore interesse al magistero di Benedetto XVI. Il tema principale di convergenza restava quello dell’Europa e della difesa dei rivendicati valori cristiani. Valori da difendere, secondo il punto di vista sia di Ratzinger che di Kirill, da nemici comuni alle due Chiese, individuati nella secolarizzazione, nel materialismo e nel relativismo. Lo stesso Benedetto XVI, nella lettera inviata al nuovo patriarca per la sua intronizzazione, indicava la volontà cattolica di impostare i rapporti con il Patriarcato moscovita in virtù del perseguimento di quest’obiettivo comune. Nemmeno una settimana dopo quella lettera, Kirill confermava l’esistenza di una sintonia di scopi utilizzando persino le stesse parole impiegate dal papa nella sua missiva precedente.

Papa Benedetto XVI e il patriarca Kirill

Una prova dell’asse rinsaldato tra Vaticano e Russia, frutto della sinergia richiesta dalle sfide del momento e della sintonia intellettuale che esisteva tra i due leader religiosi, si ebbe nel 2009 con una duplice iniziativa editoriale promossa dall’associazione internazionale Sofia Idea Russa Idea d’Europa: venne pubblicata, edita dalla Chiesa di Mosca, una raccolta di discorsi di Ratzinger in lingua russa. Pochi mesi dopo, la Libreria Editrice Vaticana pubblicò i testi di Kirill in italiano. L’argomento principale di entrambi i volumi è proprio l’Europa. Dal confronto tra di essi affiora una piena compatibilità tra le riflessioni di Ratzinger e quelle di Kirill. Le due autorità religiose non convergevano soltanto sulla denuncia di quelli che ritenevano essere i mali del vecchio continente, ma anche sul rimedio indicato per superarli.

Il capo della Chiesa ortodossa russa e Joseph Ratzinger hanno la stessa idea sul modello di Europa proposto dal processo d’integrazione in corso. Dal loro punto di vista, si starebbe, infatti, imponendo un modello secolarista portatore di un sistema di valori opposto a quello della tradizione religiosa. Questo modello, a loro parere, discenderebbe dalla cultura illuminista e avrebbe avuto come banco di prova la Rivoluzione francese. L’illuminismo, secondo entrambi, avrebbe prodotto quel concetto distorto di libertà che si sarebbe imposto nella vita odierna dei popoli europei.