È un discorso ormai assodato che, alla fine di questa crisi pandemica, vicina o lontana che sia, si dovrà stilare il bilancio catastrofico del dissesto economico che seguirà. Le previsioni più rosee parlano di un calo del Pil del 5,5%, le più pessimiste si spingono in doppia cifra. L’inevitabile calo della domanda che segue al lockdown quasi generale delle nostre attività produttive produce un crollo della domanda, sia interna che estera, dei nostri beni e servizi, provocando il fallimento di svariate migliaia di imprese, le quali, chiaramente, si trovano ad affrontare comunque una lunga lista di costi, dai salari, al magazzino, alle passività derivanti da prestiti, alle tasse. 

È per tale ragione che iniziare a pensare alle giuste misure di contenimento, e di ripresa, sin da subito è fondamentale. Negli ultimi giorni il dibattito pubblico ha alimentato l’idea di riportare in auge uno strumento di politica monetaria non convenzionale, estremo, quasi oltraggioso. La strategia dell’Helicopter Money, letteralmente iniezione massiva di liquidità nel mercato, come se si lanciassero soldi da un elicottero, fu teorizzata per la prima volta nel 1969 dall’economista premio Nobel Milton Friedman, massimo esponente della Scuola di Chicago. Essa consiste nell’espansione della base monetaria, a fondo perduto, da parte della Banca Centrale, che dunque, si fa carico di una enorme passività. Lo scopo, secondo la teoria, è quello di stimolare la domanda di beni facendo spendere agli individui dei soldi “piovuti dal cielo”.

Milton Friedman

Uno potrebbe anche pensare che sia una cosa fantastica, che però cela una serie di effetti collaterali tutt’altro che improbabili. Uno dei vantaggi dell’Helicopter Money è quello di garantire un incremento della spesa per beni e servizi nell’immediato, tenendo a galla la domanda aggregata. Qui si apre tuttavia un problema non secondario: per cosa si dovrebbe spendere in una situazione di lockdown, se non per beni di prima necessità? Si pone, poi, un’altra questione: nel clima di sfiducia attuale, il consumatore sarà propenso a spendere tutto il denaro che riceve? La risposta è no, e lo prova la teoria della trappola della liquidità, postulata da John Maynard Keynes negli anni ’30. Nell’economia dell’Ue la trappola della liquidità è una realtà, già dal 2008, poiché i tassi di interesse a zero della Banca Centrale Europea non sono riusciti a stimolare gli investimenti, aumentando la propensione dell’individuo a detenere liquidità sottoforma di risparmio, praticamente i soldi sotto al materasso. Non è un’idea nuova e dettata solo dall’eccezionalità, visto che alla fine dello scorso anno circolavano già delle fantasticherie in merito

Si potrebbe sempre pensare, in una situazione di estrema emergenza come questa, di aumentare l’offerta di moneta sul mercato, ma da sola, sicuramente, non è sufficiente. Manovre monetarie espansive come il Quantitative Easing sono di gran lunga più funzionali, perché consente di monetizzare parte del debito pubblico senza lasciare la palla nelle mani del consumatore e della sua percezione del rischio. Il modello dell’Helicopter Money, in effetti, parrebbe per giunta non attuabile a queste condizioni, poiché per legge la BCE non può intervenire sul mercato primario. La monetizzazione del debito attraverso Quantitative Easing consente, dall’altro lato, l’attuazione di politiche fiscali espansive, collocando sul mercato titoli di debito ad un prezzo maggiore, abbassando la spesa per interessi. 

In condizioni di eccezionalità, infatti, la monetizzazione del debito può avere un impatto positivo a sostegno della domanda di beni e di lavoro da parte delle imprese. Il nodo, però, sta nella concertazione di 27 teste, alcune delle quali non disposte ad operare il cosiddetto burden sharing, condividere il fardello con i Paesi in difficoltà. La BCE, infatti, è risultante di un azionariato tra Paesi, che detengono una quota (capital key) proporzionale a questo. Dopo le bestialità pronunciate dall’attuale governatore della BCE, Christine Lagarde, parsa sin da subito inadeguata rispetto al suo predecessore Mario Draghi, oggi il parere degli economisti converge sull’estrema necessità di allentare o, addirittura, rimuovere alcuni dei vincoli politici che riducono il margine di manovra di Francoforte.

Christine Lagarde

Il PEPP, il piano di acquisto di bond emesso per l’emergenza della pandemia, necessita di avere un’azione illimitata, per poter attuare l’ormai famoso “Whatever it takes”. Il modello tedesco/nordeuropeo conservatore difficilmente accetterà l’approvazione di un piano di acquisto di titoli di debito allegro e sconsiderato che inevitabilmente, instaurerebbe un fenomeno inflazionistico in quei Paesi, riducendo i guadagni degli acquirenti. A maggio, la Corte costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronuncerà rispetto alla legittimità del PEPP. Tale sentenza non è certamente giuridicamente vincolante per una istituzione sovranazionale come la BCE, ma ciò politicamente decreterebbe la fine del sistema Euro, che si rivelerebbe incompatibile rispetto alle necessità di strutture economiche profondamente differenti tra loro. Cosa fare, dunque, se si vuole cercare di porre un freno a questa caduta libera? Serve, anzitutto, una politica di finanziamento della spesa pubblica adeguato. Le nuove misure della BCE potrebbero essere una via.

Un altro serio discorso riguarda oggi il MES, il Meccanismo di salvataggio predisposto a livello europeo, con prestiti a lunga scadenza secondo stringenti condizioni di ristrutturazione del debito dei Paesi che ne fanno ricorso. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha invocato l’attivazione degli aiuti previsti senza condizionalità, data la straordinarietà della situazione, con pernacchie da parte dei soliti noti teutonici. Oggi, l’accettazione di posizionarsi un cappio al collo come il MES, in una situazione di inevitabile flessione dell’economia nazionale, significherebbe decretare la fine del sistema Italia. Chi gioca allo strozzino in sede europea dovrebbe però tenere in considerazione che l’Italia non è la Grecia: l’Italia rappresenta la quintessenza del mantra del too big too fail. La bancarotta italiana potrebbe solo significare la fine del progetto europeo, mandando a gambe all’aria anche l’economia tedesca, che poggia le basi su un export che rappresenta quasi la metà della ricchezza nazionale, e di cui l’Italia è uno dei principali mercati di sbocco. 

Membri del “Management board” (in ordine da sx a dx): Rolf Strauch, Christophe Frankel, Françoise Blondeel, Klaus Regling, Kalin Anev Janse, Sofie de Beule-Roloff e David Eatough

Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, in una recente intervista, ha dichiarato che al termine dell’emergenza pandemica, sia necessario ripensare dalle fondamenta il progetto europeo, che si è dimostrato irreale e lontano dalle concrete necessità dei cittadini. È da sempre che l’Ue soffre di un deficit di democraticità che non è mai stato sanato, e che oggi più che mai ne espone le debolezze della sua architettura.