Fin dall’inizio della sua storia come entità sovrana, il Kosovo si è sempre mantenuto in tensione tra la volontà di determinarsi come stato indipendente e spinte nazionaliste miranti all’unificazione con l’Albania. Questo genere di tensioni sono comuni per la verità in tutti e cinque gli stati balcanici dove vivono minoranze albanesi, fenomeno che in questi giorni è chiaramente evidenziabile in Macedonia, dopo lo scoppio di rivolte etniche tra slavi e appunto minoranza albanese. Tornando al Kosovo, il fattore scatenante le polemiche internazionali lo offre proprio il premier della Repubblica d’Albania Edi Rama. Il primo ministro albanese, intervistato pochi giorni or sono ha dichiarato che un’eventuale unione con il Kosovo non è un suo desiderio ma “una possibile alternativa alle porte chiuse dell’Unione Europea”. Queste affermazioni si aggiungono a quanto l’East Journal riporta in un articolo di due anni fa, quando Rama proclamava durante un intervento alla televisione kosovara e cioè che l’unione “è inevitabile e indiscutibile” e ancora che essa sia da realizzarsi “dentro l’Unione Europea oppure senza il consenso di Bruxelles come reazione alla cecità e alla pigrizia europea”.  Parole che pesano come macigni e poco importa se fossero il risultato del calcolo politico del momento, la ricerca di consensi facili attraverso la tv kosovara per il progetto panalbanese pronto a infiammare una regione così instabile da dare il suo stesso nome alla fusione dei concetti di violenza, instabilità e divisione nazionalista: la balcanizzazione.

Nel 2014 lo scontro fra il modo di vedere il Kosovo dei presidenti Albanese e Serbo fu netto – Video in lingua originale, traduzione nei commenti

Una minaccia, quella della Grande Albania, pronta a partire da Pristina e scoppiare a Skopje, la cui onda d’urto avrebbe immediate ripercussioni in Serbia e in Bosnia. Il ricatto nazionalista come ariete per entrare a godere dei benifici dell’opulento occidente europeo, il sogno di un’integrazione difficile se le premesse sono queste. Sogno reso ancor più arduo dal fatto che sulla strada dell’integrazione europea è già avviata (ben più speditamente dell’Albania) la grande rivale Serbia, la quale oltre a non riconoscere il Kosovo indipendente, non ha per nulla gradito l’apertura a mire espansioniste dell’Albania su una regione che ha rivestito per l’identità nazionale serba un ruolo di primo piano. Il ministro della esteri serbo Ivica Dacic (che aveva già recentemente condannato il progetto kosovaro di costituire un proprio esercito nazionale) ha affermato per l’occasione che: “Le parole di Rama sono un’ulteriore conferma che l’attuazione del progetto nazionalistico di una Grande Albania resta l’obiettivo comune di tutti gli albanesi, cosa questa che rappresenta un’enorme minaccia per la pace e la stabilità dei Balcani e dell’intera Europa”. Critiche a queste affermazioni anche da parte dell’ambasciatore statunitense a Tirana Donald Lu e del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, il che dimostra come la stabilità regionale sia nell’interesse di tutti i grandi attori coinvolti, sebbene per motivi molto diversi.

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Il Kosovo e la Macedonia sono evidentemente i Paesi a maggior influenza Albanese nella zona balcanica

Una polveriera non certo nuova ma costantemente pronta a esplodere, quella della questione albanese in kosovo, basti ricordare come nel 2014 un match di calcio tra Serbia e Albania venne sospeso perchè un drone con la bandiera della Grande Albania e inneggiante al Kosovo libero stava sorvolando il terreno di gioco, il tutto si era poi concluso con una rissa per così dire “a tutto campo” che ha visto coinvolti giocatori e tifosi. Non solo calcio, però. In questo fazzoletto di terra che è l’entità kosovara passa il futuro della regione balcanica ed è destinato ad essere nuovamente una sfida alla credibilità dell’Unione Europea. Il pericolo di uno scontro etnico che va dalla Bosnia alla Macedonia non è un’opzione così remota, anche considerando il futuro ritorno dei foreign fighters che dai balcani sono andati a combattere la loro jihad in Siria. I principali paesi d’origine dei terroristi islamisti di questa regione sono, ancora una volta Bosnia e Kosovo, mettendo insieme circa 500 terroristi partiti da questi due paesi. Cosa può succedere se alle questioni etniche si sommerà la variante dell’estremismo islamico? La risposta la conosciamo fin troppo bene.