Nel suo trattato sul governo islamico l’ayatollah Khomeini scrisse:

“Il governo dell’Islam è il governo della Legge. Esso non è né democratico né assolutista; è un governo costituzionale nel senso che i governanti, nell’esecuzione delle leggi e nell’amministrazione dello Stato, sono vincolati a una serie di condizioni rese esplicite dal nobile Corano e dalla Sunna del nobile Messaggero”.

Tale impostazione teorica si è cercato di metterla in pratica attraverso il disegno costituzionale iraniano, ispirato dalle diverse componenti politico-sociali che presero parte alla Rivoluzione, dando vita a quella che a tutti gli effetti può essere definita come una “democrazia non-occidentale” in cui ogni componente della società ed ogni minoranza etnica e religiosa trova spazi di rappresentanza politica. Snaturare una simile impostazione teorica significherebbe snaturare i principi stessi di quella Rivoluzione che ha reso l’Iran un modello; una terza via alternativa tanto al liberalismo capitalistico quanto al socialismo ateo di stampo sovietico. Inutile dire che la partecipazione popolare ed il processo di mantenimento del consenso attorno al messaggio rivoluzionario ed alle sue istituzioni siano cruciali per la stabilità della Repubblica islamica. Per questo motivo, recandosi alle urne nelle prime ore del mattino di venerdì 19 maggio, la Guida Suprema Ali Khamenei, dato perennemente in gravi condizioni di salute dai media occidentali ma sempre presente nei momenti cruciali della vita politica del Paese, ha affermato:

“Il mio consiglio è partecipare il più possibile e farlo il prima possibile. Credo infatti che le buone azioni debbano essere espletate il prima possibile e non essere ritardate […] Ringraziamo Dio per la benedizione delle elezioni. Ognuno deve a Dio piacendo prendere parte alle elezioni in modo vigile ed attento: questo è il mio consiglio al popolo”.

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La Guida Suprema Ali Khamenei alle urne

Con un’affluenza superiore al 72%, il popolo iraniano sembra aver seguito il consiglio della sua Guida che paradossalmente appare come il vero vincitore di questa tornata elettorale. Di fatto, nonostante la netta vittoria di un candidato moderato (57% dei consensi contro il 38% del Seyyed Ebrahim Raisi), le istituzione della Repubblica islamica non sono in discussione, e non sarà di certo il chierico Rouhani, erede per antonomasia del trasformismo politico dell’hojattoleslam Hashemi Rafsanjani, a metterle a rischio nel breve periodo. E nonostante la netta vittoria, che fa eco a quella ottenuta nelle elezioni parlamentari del 2016, Rouhani, tanto a livello internazionale quanto sul piano interno si troverà a dover affrontare un compito estremamente gravoso. In primo luogo perché non potrà più accusare, come troppo spesso ha fatto in passato, la precedente amministrazione per i complicati problemi economici e sociali. In secondo luogo perché la rinnovata enfasi anti-iraniana dell’attuale amministrazione statunitense, in combutta con sionismo e wahhabismo, metterà a dura prova la sua volontà di aprire il Paese al mondo ed all’Occidente in particolare.

Non è da sottovalutare il fatto che Rouhani abbia goduto dell’appoggio dei cosiddetti riformisti eredi di quella sinistra islamica che da posizioni oltranziste, anti-occidentali, socialiste e radicali nell’istante rivoluzionario si è evoluta verso ben più miti obiettivi (libertà civili ed apertura economica) e verso posizioni pericolosamente accondiscendenti nei confronti di quella penetrazione culturale ed economica occidentale percepita, non a torto, come minaccia dall’ayatollah Khamenei. Non è un caso se alle radici della fetne (sedizione) del 2009 vi sia proprio la volontà occidentale, ed in particolar modo nordamericana, di rovesciare il regime iraniano. Già dal febbraio 2006, infatti, il Congresso USA aveva varato il piano Iran Democracy Program con uno stanziamento annuale di 75 milioni di dollari da utilizzare per finanziare organizzazioni di opposizione nei confronti del regime. E lo stesso Ali Khameini ha spesso sottolineato l’ambiguo ruolo svolto da organizzazioni legate al magnate ungherese George Soros nei disordini del 2009 successivi alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad. Tuttavia, nonostante l’appoggio ottenuto dai leader riformisti Karroubi e Musavi (agli arresti domiciliari proprio dal 2009), che hanno considerato Rouhani come il male minore, in Iran a vincere è stata una linea politica pragmatica e moderata, ammiccante nei confronti dell’Occidente e del capitalismo, che ha ottenuto ampi consensi tra le classi abbienti e la piccola e media borghesia mercantile (i cosiddetti bazaari) desiderose di ottenere maggiori vantaggi dalla ancora irrealizzata ma potenziale apertura economica del Paese promessa dal governo attraverso l’accordo nucleare. Dei benefici in cui, come dimostrato dall’esito del voto, sembra ancora credere larga parte del popolo iraniano. Ad oggi però, il JCPOA, soprattutto per volontà nordamericana, non ha ancora prodotto gli effetti sperati e la disoccupazione giovanile rimane ancora superiore al 30%.

La foto riporta un titolo di telegiornale statunitense di qualche tempo fa - Nella sua ultima visita in Israele il Presidente degli USA ha dichiarato che: "All'Iran non sarà mai, mai, permesso di possedere un'arma nucleare e l'Iran deve fermare il suo finanziamento, addestramento ed equipaggiamento di terroristi e milizie".

Nella sua ultima visita in Israele il Presidente degli USA ha dichiarato che: “All’Iran non sarà mai, mai, permesso di possedere un’arma nucleare e l’Iran deve fermare il suo finanziamento, addestramento ed equipaggiamento di terroristi e milizie” definendo una “catastrofe” l’accordo raggiunto sul nucleare perché “ha dato a Teheran ricchezza, prosperità e la possibilità di andare avanti col terrorismo”.

Sia ben chiaro che non vi è nulla di male nell’apertura al commercio internazionale, purché tale apertura non nasconda secondi fini come nel caso proprio dell’accordo nucleare. Fortemente voluto dalla precedente amministrazione Obama, tale accordo era volto in primo luogo, tramite l’apertura al mercato internazionale ed alla progressiva rimozione delle sanzioni, a trasformare l’Iran in un diretto competitore della Russia sul mercato degli idrocarburi rompendo l’asse geopolitico tra Mosca e Teheran e ad indebolire, allo stesso tempo, la posizione predominante della Cina nel settore degli scambi commerciali. La ferrea volontà di Rouhani a mantenere in vita l’accordo, nonostante l’amministrazione Trump non abbia nascosto i suoi sentimenti anti-iraniani, ed il preciso rispetto di ogni sua clausola ha portato al quasi ridicolo caos comunicativo della Casa Bianca. Di fatto, pur considerandolo un pessimo accordo, male negoziato e da non firmare, e pur accusando in modo altrettanto ridicolo l’Iran di essere il principale sponsor del terrorismo nell’area, l’amministrazione USA non ha potuto far altro che constatare il pieno rispetto da parte di Teheran dell’accordo. Washington ha così iniziato ad abrogare parte delle sanzioni legate al programma nucleare approvando però, allo stesso tempo, nuove sanzioni per ciò che concerne il programma missilistico. Le sanzioni finanziarie e creditizie permangono intatte ma entro giugno l’amministrazione Trump dovrà abrogare altre sanzioni se vorrà mantenere in vita l’accordo. Cosa che non sembra essere al momento contemplata se si considera la volontà nordamericana di dare vita, con Israele gran cerimoniere occulto, alla cosiddetta NATO araba; una sorta di riproposizione, in chiave questa volta palesemente anti-iraniana, del Patto di Baghdad del 1955. Volontà confermata dal recente incontro al vertice di Ryadh in cui è stato firmato un accordo sulla vendita di armi ai sauditi per un valore complessivo di 110 miliardi di dollari. Armi che con tutta probabilità verranno utilizzate per intensificare lo sforzo bellico (al momento infruttuoso) contro la resistenza Houthi nello Yemen.

Se a livello interno Rouhani dovrà fare i conti con la diffidenza delle leve del potere istituzionale ed economico ancora saldamente in mano conservatrice e giustamente ben determinate a non snaturare le peculiarità del sistema rivoluzionario, è ancora una volta dall’esterno che arrivano le peggiori minacce alla sovranità dell’Iran. Minacce che Rouhani farebbe bene a non sottovalutare. Lo studioso statunitense Nicholas J. Spykman affermò:

“Chi domina il rimland (la fascia costiera dell’Eurasia), controlla l’Eurasia, chi domina l’Eurasia controlla i destini del mondo”.

È dunque evidente che la potenza talassocratica statunitense, nel suo progetto egemonico, non possa permettere vita lunga ad una Nazione e ad un Sistema che si pongono in modo alternativo rispetto alla globalizzazione unipolare.