Qualcosa si muove nel “cortile di casa” degli Stati Uniti. Torna prepotentemente sulla scena quel «tentativo d’unità» dei paesi del Sud (e Centro) America, che da secoli costituisce la grande ambizione del continente. Una sfida rivolta all’emancipazione dalle ingerenze di Washington, storicamente in prima fila nello stravolgere e influenzare il panorama politico dell’area. Il III Vertice della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), concluso da pochi giorni, ha ribadito l’importanza di attuare strategie comuni per affermare la propria indipendenza e costruirsi un ruolo sul piano globale.

L’ecuadoriano Rafael Correa, presidente entrante, ha sottolineato positivamente l’unità d’intenti dei 33 paesi dell’associazione (sostanzialmente tutti le nazioni delle Americhe ad eccezioni di Usa e Canada) riguardo le maggiori sfide del continente: riduzione della povertà estrema e della disuguaglianza; impulso a educazione, scienza, tecnologia ed innovazione fino all’attenzione verso l’ecosistema e il cambiamento climatico. Di rilievo sul piano delle relazioni con l’ingombrante “cugino” statunitense è stata la ferma condanna verso le aggressioni economiche e politiche contro Venezuela ed Argentina, e la denuncia del crimine ambientale provocato in Ecuador dalla multinazionale petrolifera nordamericana Chevron. Anche con Maduro il Venezuela costituisce un baluardo importante sul piano politico e ideale. Come riporta Sergio Romano ne «Il declino dell’Impero americano», Chavez con tutti i suoi pregi e difetti ha avuto un grande merito: quello di mostrare nuove strade da percorrere verso l’emancipazione, l’identità e contro il «dogmatismo liberista del Fondo Monetario Internazionale».

Altro capitolo importante dell’incontro ha riguardato il tema dei finanziamenti per infrastrutture e connessioni. Correa ha sottolineato l’importanza della creazione di architetture di sviluppo comuni, in primis grandi progetti stradali, energetici e di comunicazione, favorendo così la crescita evitando nel contempo l’uso di monete extraregionali. L’entusiasmo dei partecipanti per l’esito del vertice è stato palpabile, ma ora bisognerà passare dalle parole ai fatti. Tra i vari paesi CELAC permangono ovviamente alcune divergenze sul piano sia economico che ideologico, mentre l’America Latina dovrà saper controllare con intelligenza il rinnovato attivismo russo e soprattutto cinese nell’intera zona. Anche qui il dragone allunga i suoi interessi spinto da una voracità silenziosa quanto pericolosa e invadente. Inoltre il Brasile dovrà mettere alla prova le sue ambizioni, visto che si sta avvicinando a ricoprire quel ruolo di leader regionale che manca da lunghissimo tempo nell’area. Accantonando un certo vittimismo antiyankee e puntando su politiche assertive e condivise, gli ingredienti per continuare sulla strada dell’orgoglio e dell’indipendenza ci sono tutti. Chissà che l’Europa voglia prendere esempio.