Sul lavoro ne abbiamo sentite tante, ma proprio tante. Dalle seriose riflessioni filosofiche sul precariato di Erich Fromm alla critica marxista del lavoro salariato, passando alle più “pratiche” riforme del mercato del lavoro paventate dai Governi che di volta in volta si sono susseguiti- ciascuno con la propria idea di lavoro, ma tuttavia uguali nella ferma volontà di distruggere il lavoro tradizionalmente inteso- nessun argomento è mai stato così foriero di spunti. Rispetto all’amore e alla morte (altri grandi temi generatori di ampio materiale letterario e saggistico) il lavoro è argomento più democratico, accessibile anche ai non letterati e agli illetterati. Chiunque troverà facilmente qualcosa da dire sul lavoro, se non sul lavoro generalmente inteso, almeno sul proprio.Condizione esistenziale, categoria antropologica, mezzo di elevazione spirituale, non si può fare a meno di concordare sul fatto che il lavoro ha una parte importante nella vita nella vita di ogni persona. Lungi dall’affermare che un individuo è il lavoro che svolge, pure c’è da ammettere che il lavoro è un mezzo rilevante nella costruzione dell’identità, seppur indirettamente. Il lavoro va ben oltre la mera necessità. Non è semplice mezzo per guadagnarsi il pane, altrimenti la maggior parte degli individui scarterebbe a priori talune professioni, né è il solo guadagno a guidare le scelte individuali. Il lavoro è espressione delle proprie aspirazioni, è la possibilità di concretizzare capacità, competenze, idee dell’individuo in fieri.

L’articolo 2094 del Codice civile recita: “È prestatore di lavoro subordinato chi si obbliga mediante retribuzione a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro intellettuale o manuale alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore”. Un lavoro svolto senza una retribuzione concordata ( a meno che non si ricada nella fattispecie del volontariato svolto a fini solidaristici) non è lavoro. Il lavoro senza una retribuzione non è lavoro così come disciplinato dal Codice Civile. Di più: è un ossimoro, va contro qualsiasi logica. Eppure in Italia è una realtà. Non stiamo parlando del lavoro domestico non retribuito svolto da tante donne nella propria abitazione, né di figli o consorti che danno una mano nell’attività di famiglia, neppure dell’assistenza prestata a famigliari anziani. In Italia si lavora gratuitamente per imprese ed organizzazioni che producono profitti notevoli. Partecipare alla creazione del valore aziendale e non ricevere, in cambio, neppure un rimborso spese è quanto accade in Italia, all’Expo 2015 per la precisione, dove si reclutano volontari per le mansioni fieristiche: accoglienza dei visitatori, biglietteria, distribuzione volantini. Il tutto, rigorosamente, non retribuito . Quando la realtà supera la fantasia.E pensare che noi- generazione segnata dal precariato- non siamo gente facile da stupire.

Dal pacchetto Treu in poi il lavoro ha mutato forma, perdendo via via i pezzi. Le promesse che una maggiore scolarizzazione avrebbe assicurato un lavoro migliore e che nuove opportunità sarebbero derivate dall’ascesa delle tecnologie della comunicazione sono state disattese. Nel corso degli anni il lavoro, anziché scala di ascesa sociale, è stato una ripida discesa nel mondo degli inferi che è il lavoro al tempo del Web e della crisi. Dal co.co.co al contratto al progetto, pensavamo di aver riconosciuto l’apoteosi dello sfruttamento nello stage o tirocinio, formalmente porta di accesso al mondo del lavoro, di fatto ingresso in un limbo del lavoro-non lavoro. Alternativa low-cost (alla pure economica) giungla di contratti di sfruttamento, è stato usato dalle imprese come mezzo per reclutare facilmente manodopera per mansioni per le quali, forse, la laurea era anche superflua. Mansioni camuffate abilmente sotto nomi inglesi- visual merchandiser, account manager, community manager che non solo fa tanto international e alle nuove generazioni piace ma suona oggettivamente meglio delle rispettive denominazioni italiane- e non retribuite , se non con poche centinaia di euro al mese.

Naturalmente le imprese si guardavano bene dall’esporre la vera natura dello stage (sfruttare manodopera gratuita) e negli annunci prospettavano velatamente la possibilità di un’assunzione al termine dell’esperienza di formazione in azienda. Così molti giovani erano disposti a lavorare senza uno stipendio mossi dalla speranza (alimentata dalle stesse aziende) che le proprie competenze venissero riconosciute e apprezzate e quella parentesi di lavoro non retribuito potesse dare vita a prospettive di un impiego stabile.Fino alla legge Fornero le imprese hanno potuto godere indiscriminatamente e a costo zero dei vantaggi di una manodopera istruita e giovane. Poi, l’obbligo per le aziende di corrispondere ai propri stagisti un compenso minimo, fatto che ha costituito un limite allo sfruttamento “gratuito” ma che tuttavia non ha cambiato la reale essenza dei tirocini: alle imprese uno stagista costa comunque meno di un dipendente. L’introduzione di un rimborso spese, tuttavia, ha il merito di non allontanare troppo lo stage dalla sua vera natura e di ricordare alle imprese che il lavoro, in qualsiasi sua forma, esige un compenso economico.

Per i volontari dell’EXPO 2015, invece, non è previsto nessun compenso.In un periodo particolare come quello che stiamo attraversando ci saremmo aspettati un colossale flop dell’iniziativa e che l’Expo, come qualsiasi altra impresa sul mercato, si sarebbe trovata costretta a rivolgersi alle agenzie interinali per reperire manodopera. Chi lavorerebbe mai per una multinazionale senza prospettive future di impiego, solo per hobby? E invece le candidature pervenute ai responsabili della selezione sono state 14.000 e ci sarà perfino una scrematura. L’EXPO 2015 è dunque al completo, di stolti. Volontariamente sfruttati e consapevoli di questo, eppure gaudenti. I volontari spianano la strada allo sfruttamento senza ritegno né pentimento. Next stop: la schiavitù.