Sorpresa Giapponese. Dopo una settimana ad alta volatilità, sull’onda dei famigerati stress test europei e delle decisioni della Federal Reserve, la Bank of Japan ha stupito i mercati con un ulteriore allentamento monetario. Gli investitori hanno più che apprezzato, gongolanti per la la nuova liquidità, e le maggiori piazze finanziarie hanno chiuso tutte in forte rialzo (FTSE Mib +3.07%, Nikkei +4.83%, Dax +2.33%, Cac 40 +2.22%).  Risollevate, dunque, le sorti settimanali di Piazza Affari: il listino milanese era stato, infatti, appesantito nei giorni scorsi dalle pesanti vendite sul settore bancario. Nonostante il corposo recupero di titoli quali quelli di Ubi (+6.75%), Unicredit (+4.25%) e Intesa San Paolo (+3.91%), Monte dei Paschi continua la sua caduta libera. L’istituto senese, “bocciato” insieme a Carige dall’European Banking Authority (EBA) per insufficiente capitalizzazione, ha perso in una settimana il 33% del suo valore, chiudendo in profondo rosso a -10.46%. Sarebbero necessari poco meno di tre miliardi di euro per rinforzare il capitale, ma nessuna “big” sembra essere interessata all’affare: Intesa e Unicredit, promosse con lode (Citigroup ha definito Intesa San Paolo “una roccia”), non sembrano, infatti, intenzionate a sporcarsi le mani. Per quanto le varie agenzie di rating (sempre venerate come detentrici di verità nonostante la più che dimostrata fallibilità) abbiano plaudito agli stress test, permangono numerosi dubbi sui criteri di valutazione impiegati dall’EBA. Come nota un’analisi de IlSole24ore, attività finanziarie quali gli strumenti derivati sono considerati meno rischiosi di prestiti a imprese e famiglie. Le banche propense al credito (come le banche popolari) finiscono così per essere penalizzate rispetto alle banche più inclini alla speculazione (vedi Deutsche Bank): un’altra vittoria della (non)economia finanziaria sull’economia reale.

Vola, come anticipato in apertura, la borsa nipponica. La Bank of Japan ha annunciato un aumento della base monetaria da 715 miliardi di dollari l’anno insieme ad una maggiore esposizione del fondo pensioni governativo sui mercati esteri. L’abbondanza di liquidità, combinata all’Abeconomics (così è stato soprannominato il piano economico del primo ministro Shinzo Abe), rappresenta l’estremo tentativo di sostenere la ripresa giapponese. L’inflazione, dopo essersi impennata negli ultimi mesi, ha rallentato a settembre, segnando solo uno scarno 1% relativo ai prezzi al consumo. Troppo poco rispetto all’agognato target del 2%, il numeretto che ossessiona i banchieri centrali delle grandi potenze. Intanto a beneficiare della scommessa nipponica sono le piazze finanziarie a livello planetario: chiusi i rubinetti della Federal Reserve (che ha annunciato la fine del Quantitative Easing dopo sei anni), la globalizzazione e l’integrazione dei mercati finanziari permette agli investitori, assetati di liquidità, di abbeverarsi alla fonte giapponese.  Si consola così la borsa americana, neo-orfana del Quantitave Easing, che chiude la settimana in netto rialzo (Dow Jones +1.13%), spinta dai nuovi dati macroeconomici che segnano una crescita del Pil al ritmo del 3.5% nel terzo trimestre. Partecipe della festa yankee è Fiat Chrysler Automobiles, nuova creatura apolide che, dopo aver annunciato lo scorporo della Ferrari in vista di una futura quotazione, chiude a +5.72% sul listino newyorkese.
Il divario tra economia americana (ormai saldamente in ripresa) ed economia europea (impantanata in una stagnazione sconsolante) continua, così, ad accentuarsi. Tuttavia, permane il timore che l’espansione monetaria prolungata della Fed possa aver creato le condizioni di un nuovo shock finanziario: negli ultimi anni l’esposizione sui derivati è cresciuta al punto che ciascuna delle prime cinque banche americane è esposta per cifre superiori ai 40mila miliardi di dollari. L’economia reale si riprende a fatica, la (non)economia finanziaria prolifera indisturbata.