Gli economisti classici, da Adam Smith a John Stuart Mill, hanno teorizzato l’esistenza di un “homo oeconomicus”, un soggetto dotato di perfetta razionalità avente come obiettivo la massimizzazione del proprio benessere. Secondo questa scuola di pensiero, a tutt’oggi prevalente, l’economia è essenzialmente stabile. Se le persone perseguono razionalmente i loro interessi all’interno di un libero mercato, troveranno automaticamente il modo migliore per produrre e scambiare beni con la reciproca massima soddisfazione. Tutto questo porterà anche alla piena occupazione, in quanto i disoccupati lo saranno solo temporaneamente in quanto alla ricerca di un nuovo lavoro oppure volontariamente in quanto non soddisfatti della paga a loro offerta. 

Allo stesso modo anche i mercati finanziari saranno stabili, le persone compreranno azioni od obbligazioni esclusivamente in base a decisioni razionali, informandosi perfettamente su quello che stanno comprando o vendendo e stabilendo così il giusto prezzo. Negli ultimi 100 anni generazioni di economisti “classici” hanno sostenuto questo modello affermando che per avere solide basi scientifiche l’economia ha bisogno di fornire prove razionali, matematiche, senza tenere in alcuna considerazione le complicazioni della psicologia umana. Questo approccio scientifico si è però scontrato nel tempo con gli effetti provocati da politiche economiche ispirate alla teoria classica, ovvero con il continuo susseguirsi di momenti di grande espansione e di clamorose crisi economiche.

John Stuart Mill

L’intuizione di Keynes

Sebbene l’origine del concetto di “spirito animale” risalga al 1500 con le parole dello scrittore inglese Bartholomew Traheron, riprese in seguito dal filosofo francese Renè Descartes, fu l’economista John Maynard Keynes a darne per primo una definizione in ambito economico. Nella sua “Teoria Generale dell’Occupazione dell’interesse e della moneta” del 1936 Keynes afferma:

Anche tralasciando l’instabilità dovuta alla speculazione, c’è l’instabilità dovuta alla caratteristica intrinseca della natura umana che gran parte delle nostre attività positive dipendono dall’ottimismo spontaneo piuttosto che dalle aspettative matematiche, sia morali che edonistiche o economiche. La maggior parte, probabilmente, delle nostre decisioni di fare qualcosa di positivo, le cui conseguenze saranno estese per molti giorni a venire, possono essere prese solo come risultato di “spiriti animali”: una spinta spontanea all’azione piuttosto che all’inazione, e non come il risultato di una media ponderata di benefici quantitativi moltiplicata per probabilità quantitative.

Per Keynes limitarsi all’analisi dei dati economici può rivelarsi inadeguato e occorre prendere in considerazione le motivazioni psicologiche delle persone. Quello che definisce “spirito animale” è per Keynes assolutamente fondamentale nel determinare la volontà della gente nell’assumersi dei rischi. I calcoli effettuati dagli imprenditori sono forzatamente precari, nessuno è in grado di stabilire il rendimento di una determinata impresa da qui a 10 anni, nonostante questo i soggetti economici continuano a prendere decisioni. Queste vengono supportate dalla fiducia nel futuro, dalla fede nelle istituzioni e contribuiscono a rendere positivo un determinato ciclo economico. Allo stesso modo lo “spirito animale” funziona in direzione opposta, quando la gente è spaventata o preoccupata per il futuro contribuisce alla decrescita economica.

L’economia e conseguentemente i mercati finanziari, tendono quindi a subire fluttuazioni violentissime ogni volta che gli “spiriti animali” oscillano tra opposti stati d’animo. In questo risiede il limite della teoria classica secondo Keynes che ammonisce

Non vi è nulla di più pericoloso che il perseguimento di una politica di investimento razionale, in un mondo irrazionale.

John Maynard Keynes

Il ruolo della psicologia nel mercato

Due economisti americani, entrambi premi Nobel, George Arthur Akerlof e Robert Shiller hanno contribuito in tempi recenti a espandere il concetto di spirito animale di Keynes. Nel loro libro “Animal Spirits: How Human Psychology Drives the Economy, and Why It Matters for Global Capitalism” edito nel 2009 pongono l’accento sull’importanza delle implicazioni psicologiche nel processo decisionale in campo economico. Ancora una volta gli autori affermano che le teorie economiche convenzionali danno troppo peso al ruolo della ragione nel processo decisionale e troppo poco al ruolo delle emozioni e dei fattori psicologici. Le persone hanno motivazioni diverse e non sono sempre razionali nel perseguimento del loro interesse economico. L’equità ad esempio è un fattore cruciale nelle decisioni economiche. Diversi esperimenti hanno dimostrato come la percezione di equità o meglio ancora la sua mancanza, si sia rivelata fondamentale nel prezzo che le persone sono disposte a pagare per un dato bene, anche andando contro il loro interesse personale per “punire” pratiche ritenute poco corrette.

Si pone poi l’accento sul fatto che la gente viva di storie, ovvero di narrazioni che motivano gran parte del comportamento umano e che finiscono per contare molto di più del semplice calcolo.  

“La fiducia di una nazione si basa sulle storie” affermano Shiller e Akerlof, ne abbiamo avuto esempi in tempi piuttosto recenti. Prendiamo il boom del settore tecnologico alla fine del secolo scorso. La “storia” era quella di giovanissimi imprenditori che grazie alla tecnologia diventavano velocemente miliardari, questo ha causato una sorta di follia collettiva alla ricerca di investimenti reali o speculativi nel settore dotcom. Nel 2000 la bolla speculativa esplose, ma venne presto sostituita dalla “storia” relativa alla compravendita di immobili e di quanto questa fosse sicura e profittevole.  In entrambi i casi la psicologia sottostante era, se tutti comprano titoli o immobili, anche persone istruite e professionisti del settore che sicuramente avranno analizzato bene la situazione, perché dovremmo approfondire anche noi, fidiamoci, seguiamo il branco.

L’economia comportamentale

Ma gli economisti tradizionali ignorano queste storie in quanto concentrati esclusivamente sulle analisi quantitative. Curiosamente proprio dalla roccaforte dell’economia liberista, la School of Business dell’Università di Chicago arriva Richard Thaler con i suoi studi sulla “Behavioral Economics” che gli sono valsi il premio Nobel nel 2017. Alla base dell’economia comportamentale vi è un ritorno alla realtà, alla consapevolezza dell’imperfezione dell’uomo. Gli esseri umani sbagliano frequentemente, talmente spesso che è possibile prevedere gli errori e costruire dei modelli che siano alternativi a quelli profetizzati dall’economia classica.  

Thaler afferma che i processi decisionali di ognuno di noi si basano su tre grandi fattori:

1) Una razionalità limitata; ovvero per semplificare le nostre decisioni ci basiamo su una contabilità mentale, mental accounting, strutturata in cassetti separati, per cui non terremo in considerazione il quadro globale, ma solo l’impatto singolo di quella azione all’interno del “cassetto”. Per questo motivo 50 euro trovati per strada saranno spesi più facilmente che 50 euro guadagnati lavorando con fatica. Allo stesso modo una perdita di 100 euro ci segnerà di più rispetto al guadagno della stessa cifra. 

2) Le preferenze sociali, o in altre parole la propensione all’altruismo; Thaler e suoi collaboratori hanno implementato il “gioco del dittatore”, un esperimento in cui vi sono due soggetti. Un “dittatore” a cui viene affidata una certa somma di denaro di cui può disporre a piacimento, ed un altro soggetto chiamato “ricevente” a cui il “dittatore” può scegliere se dare o meno una parte di denaro. Secondo la teoria classica, qualsiasi ripartizione di denaro diversa da quella di trattenere tutta la dotazione per sé (da parte del dittatore) è irrazionale. Thaler ha invece dimostrato che molte persone arrivano a dare anche la metà del proprio denaro al secondo soggetto, per puro spirito altruista.

3) La mancanza di autocontrollo; costantemente facciamo promesse che non riusciamo a mantenere, che sia mangiare meglio o risparmiare di più è molto difficile rispettare i buoni propositi. Thaler ha utilizzato un modello simile a quello usato dagli psicologi che descrive la tensione tra i piani a lungo termine e quelli a breve, dimostrando come spesso le tentazioni quotidiane rendano inutili le previsioni di lungo respiro.

Richard Thaler

Per ovviare a tutto questo Thaler propone il nudging, ovvero una lieve spinta da parte delle autorità pubbliche per orientare chi sceglie a fare “la cosa giusta”. Ognuno deve rimanere libero di fare le proprie scelte, ma i governi possono in qualche modo favorire comportamenti virtuosi. Ovviamente questa sorta di paternalismo economico non può essere vista di buon grado dagli alfieri del liberismo, ma Thaler insiste sullo sbaglio compiuto dagli economisti classici di considerare le persone come computer efficientissimi affermando che:

non siamo affatto mostri di razionalità come Spock di Star Trek, se devo trovare similitudini direi che assomigliamo più a Homer Simpson, goffi e pieni di tentazioni.