Il World Economic Forum è sostanzialmente un’organizzazione non governativa che ogni anno riunisce nella cittadina svizzera di Davos aziende, manager di multinazionali, politici e altre personalità particolarmente influenti, al fine di sviluppare alcuni temi economici con una particolare attenzione all’ambiente e ai cambiamenti climatici. I temi di quest’anno erano la sostenibilità e la diseguaglianza sociale e tra gli invitati spiccavano oltre alla onnipresente Greta Thunberg, il presidente americano Donald Trump, la potentissima triade formata da Van den Leyen, Lagarde e Georgieva in rappresentanza rispettivamente della Commissione Europea, della BCE e del Fondo Monetario Internazionale, l’immancabile George Soros e una lunga serie di miliardari da tutto il mondo.

Semplificando, uomini e donne tra i più potenti del mondo, che arrivano a bordo di costosi ed inquinanti jet privati in un luogo esclusivo per parlare dei più deboli e dell’ambiente. Ma tra tante illustri presenze in molti hanno notato l’assenza di colui che nell’edizione 2019 fu capace con le sue affermazioni di dare uno scossone mediatico non indifferente all’ambiente piuttosto ingessato del Forum, lo storico e giornalista olandese Rutger Bregman.

Rutger C. Bregman

Lo shock del 2019

Convinto sostenitore dell’Universal Basic Income (un reddito di base garantito per tutti) e di un mondo senza confini, Rutger Bregman sembrava un candidato perfetto per parlare al World Economic Forum. Il suo libro Utopia per Realisti, dove si teorizzano settimane lavorative più corte ed un generale miglioramento delle condizioni lavorative ottiene una certa popolarità negli ambienti della Silicon Valley e gli vale l’invito a Davos. Giovane con idee innovative e tendenzialmente di sinistra, gli organizzatori vedevano Bregman come la persona giusta per compiacere la prestigiosa platea di super ricchi con una innocua esposizione delle sue tesi. Chiaramente si sbagliavano.

Passati i primi due giorni ad ascoltare miliardari che con discorsi piuttosto vaghi cercano di propinare soluzioni filantropiche per combattere la diseguaglianza nel mondo, quando arriva il suo turno il giornalista olandese esprime con sfrontatezza e senza alcun timore la sua teoria: 

sembra di essere ad una conferenza di pompieri dove a nessuno è permesso di parlare di acqua. Smettetela di parlare di filantropia e iniziamo a parlare di tasse. Possiamo invitare Bono tutte le volte che vogliamo, ma dobbiamo parlare di tasse. È semplice. Tasse, tasse, tasse. Il resto sono stupidaggini a mio avviso. Combattere l’evasione fiscale e fare in modo che i ricchi paghino più tasse è l’unica reale soluzione ai problemi del mondo, ma i super ricchi qui presenti non vogliono nemmeno iniziare a parlare di tasse.

Il video del suo intervento diventa virale, ottenendo centinaia di migliaia di visualizzazioni, e Bregman diventa una stella del web.

Le contraddizioni di Davos

Sembra che a scatenare Bregman sia stata la possibilità di vivere in prima persona le enormi contraddizioni del World Economic Forum. Appena arrivato si ritrova a partecipare ad una conferenza per individuare i modi più efficaci per la lotta all’evasione fiscale, tenuta dal Ministro delle Finanze irlandese, una nazione conosciuta per essere un paradiso fiscale. Assiste sbigottito ad un continuo chiacchiericcio su temi di importanza fondamentale quali l’educazione, i cambiamenti climatici, la necessità di eliminare le disparità sociali, che vengono però affrontati in maniera superficiale. Sono soprattutto le soluzioni proposte a non convincere Bregman che non esita a definire patetiche. Trova infatti incomprensibile che si possa pensare di combattere le piaghe che affliggono il mondo organizzando workshop o affidandosi alla benevolenza di qualche fondazione.

Secondo Bregman la filantropia non può e non deve essere un sostituto della democrazia e soprattutto di un sano intervento statale volto a migliorare il benessere sociale. A suo avviso nessuno vorrebbe vivere in una società che dipende dalla carità o dal buon cuore di singole persone. Senza contare che spesso queste operazioni benefiche possono magari servire a lavare le coscienze di chi ha costruito i propri imperi economici sfruttando lavoratori nel terzo mondo o attraverso pratiche commerciali scorrette.

La riscoperta dell’Utopia

L’opera che avrebbe dovuto presentare al World Economic Forum merita comunque qualche riflessione. Secondo Bregman il mondo ha bisogno di sogni, che però siano funzionali alla ricostruzione del sistema liberista che inevitabilmente sembra destinato a crollare. Nel già citato “Utopie per Realisti”, Bregman parte da una considerazione storica, vi sono sempre state forti motivazioni alla base di ogni significativo cambiamento sociale, culturale e politico. Oggi però il diffuso benessere, il consumismo ed il tempo eccessivo dedicato al lavoro sembra portare gli individui in una sorta di limbo intellettuale, dove si ha la diffusa sensazione che sia impossibile migliorare l’ambiente che ci circonda.

Ed ecco le soluzioni utopiche proposte dall’autore, un reddito universale minimo che vada a togliere alle persone la preoccupazione relative alla soddisfazione dei bisogni di base e la riduzione dell’orario di lavoro. Secondo Bregman nel mondo industrializzato è praticamente impossibile uscire dalla spirale di povertà, una persona indigente compie spesso scelte sbagliate in quanto privo degli strumenti per comprendere le situazioni. Ed anche i più volonterosi e meritevoli sono spesso costretti a mettere da parte ogni velleità di miglioramento culturale e sociale in quanto costretti a lavori massacranti per gran parte della giornata. Lo Stato dovrebbe quindi essere fortemente presente in termini economici, raccogliendo denaro con le tasse per redistribuirlo a favore delle classi più povere, ma quasi assente in termini di controllo sull’individuo. Oggi invece secondo l’autore abbiamo l’opposto

Stati che privatizzano i servizi essenziali e diminuiscono le tasse ma sono oppressivi su cosa dobbiamo fare nella vita: lavorare e acquistare beni per bearci di quello che abbiamo. Come se avere fosse l’aspirazione delle persone e non quella del mercato.

Bregman fornisce un’ampia documentazione su esperimenti effettuati in Olanda dove si dimostra che dopo aver fornito gratis le case ai senzatetto, i relativi tassi di criminalità e di abuso di sostanze stupefacenti sono notevolmente diminuiti, e nel complesso il costo per la fornitura delle abitazioni è stato di gran lunga inferiore ai costi sociali.

Allo stesso modo in alcune piccole comunità americane si è visto che con un costo pro capite di 4500 dollari l’anno si è riusciti a togliere dalla povertà diversi nuclei familiari ottenendo in cambio un decremento notevole della spesa pubblica per assistenza medica. In questo modo non diventa solo una questione etica, ma anche economica tanto da spingere l’autore a dichiarare scherzosamente

anche se non avete una morale, avrete almeno un portafoglio giusto?

Ma anche il lavoro andrebbe interamente ripensato. Citando direttamente Keynes che riteneva la riduzione dell’orario di lavoro una conseguenza inevitabile del progresso tecnologico, Bregman afferma senza ombra di dubbio che la produttività è inversamente proporzionale al numero di ore lavorate, e si spinge ad auspicare settimane lavorative di 15 ore. Nel suo lavoro vi è inoltre una critica di fondo alle tipologie di lavoro tipiche di questo terzo millennio, che definisce “lavori burla” ovvero attività ben retribuite ma che non forniscono alcun contributo tangibile alla società. Citando lo scienziato Hammerbacker (uno dei fautori principali del successo di Facebook), Bregman afferma: 

Invece di lavorare meno per produrre quanto serve, lavoriamo di più per creare cose inutili, inquinando e impiegando cervelli in attività vuote, le più grandi menti della nostra generazione passano la giornata a pensare a come aumentare i click dei banner pubblicitari sui siti internet.

Occorre quindi una rivalorizzazione delle professioni utili sotto forma di incentivi per chiunque porti un contributo concreto alla società, dall’insegnante all’addetto alla pulizia delle strade. Se le soluzioni proposte da Bregman possono sembrare semplicistiche e difficilmente realizzabili su larga scala, almeno dal punto di vista tecnico, lo scrittore olandese rifiuta di definirle irrealistiche, affermando al contrario che tutti i miglioramenti sociali, dall’abolizione della schiavitù all’emancipazione femminile, sono stati considerati “irrealizzabili” al momento del loro concepimento, in quanto contrari allo status quo.

Di certo le sue teorie non hanno ottenuto un largo consenso tra ospiti ed organizzatori del World Economic Forum, tanto da fargli twettare con sofisticata ironia:

Non sono stato invitato a Davos quest’anno. Avrò detto qualcosa di sbagliato?