Federico Caffè può essere definito in tanti modi, è stato un economista brillante, un intellettuale eclettico ed un attento osservatore della società italiana. Ma probabilmente lui si sarebbe descritto come un insegnante, o meglio un professore nella sua accezione più nobile ed al tempo stesso umile. Usando le sue stesse parole:

Un professore non è un conferenziere, non parla occasionalmente a degli sconosciuti che con tutta probabilità non rivedrà più. Un professore dialoga con gli studenti dei quali conosce spesso tutto o quasi tutto: problemi e speranze, capacità e lacune, ansie e incertezze. Li assiste nei loro bisogni.

Con questa vocazione ha formato generazioni di studenti ed a lui va il merito di aver diffuso in Italia il pensiero di Sir John Maynard Keynes, di cui è stato probabilmente il più importante studioso all’interno dei nostri confini, e di molti altri economisti internazionali.

La formazione e l’opera divulgativa

Nato nel 1914 a Castellammare Adriatico in Abruzzo da una famiglia modesta, Federico Caffè rimase sempre molto legato alla madre, che con grandi sacrifici gli permise di frequentare la facoltà di Economia e Commercio alla Sapienza di Roma. Dopo la laurea con lode inizia la sua carriera in ambito bancario, dapprima nell’ufficio titoli del Banco di Roma e in seguito in Banca D’Italia, interrotta nel dicembre del 1940 dove fu inviato in zona di guerra come ufficiale ma da cui venne richiamato nel 1941 dopo enormi pressioni dal governatore Azzolini in quanto ritenuto indispensabile all’attività della Banca.

Vicino al Partito Democratico del Lavoro, dopo il 1943 collaborò in qualità di consulente alla commissione economica del Ministero della Costituente presieduta da Pietro Nenni, che però fu anche il suo ultimo impegno politico, dopo il quale si dedicò totalmente all’insegnamento e alla ricerca scientifica. Nel 1947 vinse una Borsa di studio alla London School of Economics e questo permise a Caffè di approfondire le teorie macroeconomiche di Keynes, e di vivere in prima persona la politica di ricostruzione del governo inglese ispirata agli insegnamenti liberalsocialisti di William Beveridge.

Tornato in Italia in qualità di docente universitario e pieno di entusiasmo Federico Caffè prova a diffondere il pensiero keynesiano incontrando però forti resistenze non solo in campo accademico, tradizionalmente dogmatico e ancorato al pensiero neoclassico, ma anche negli ambienti politici a lui più vicini. Le forze socialiste sono infatti concentrate sulla battaglia politica contro l’egemonia della Democrazia Cristiana, e rimandano l’approfondimento dei temi economici ritenuto non solo non prioritario ma in qualche modo dannoso in quanto potenzialmente adatto a spaventare il ceto medio.

Il raggiungimento dell’età pensionabile che lo privò della gioia dell’insegnamento fu per Caffè un colpo durissimo, avvenuto per di più in un periodo, quello degli anni ’80 dello scorso secolo, in cui il neoliberismo tornava a farsi prepotentemente strada come pensiero economico dominante. Il ritorno al “libero mercato” e la sua incessante glorificazione non potevano non lasciare un segno sull’economista che più di ogni altro si era battuto contro la disoccupazione e a favore di politiche keynesiane e di welfare. Nella notte del 14 aprile del 1987 Federico Caffè lasciò la sua abitazione a Roma per scomparire senza lasciare alcuna traccia, dando vita ad una serie di ipotesi tuttora rimaste senza risposte, anche se nel 1998 ne venne dichiarata da un Tribunale la morte presunta.

L’economia del benessere

In quello che sarà uno dei suoi ultimi lavori, nel 1986 Federico Caffè pubblica una raccolta di saggi chiamata emblematicamente “In difesa del Welfare State” che in qualche modo può essere considerata il suo lascito alla cultura economica italiana. In questo lavoro l’economista ci offre una serie di considerazioni che mettono in chiaro quelli che lui considera punti imprescindibili come ad esempio

insistere su una politica economica che consideri irrinunciabili gli obiettivi di egualitarismo e di assistenza che si riassumono abitualmente nell’espressione dello Stato garante del benessere sociale. 

Per Caffè l’egualitarismo deve soppiantare la meritocrazia in quanto questa viene considerata strumento del neoliberismo, volta a mantenere il predominio delle classi più agiate.  Ma non è una critica sterile, riprendendo le tesi di Amartya Sen, per Federico Caffè è infatti fondamentale preoccuparsi dei punti di partenza, delle cause sociali che provocano una sostanziale ineguaglianza di opportunità tra chi nasce ricco e chi invece non può permettersi percorsi di studio e professionali di alto livello. Per questi motivi il neoliberismo è considerato “intellettualmente datato e socialmente retrivo”.

La risposta non può che essere la riaffermazione del pensiero Keynesiano, che promuove una “visione del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale”. In un pensiero quanto mai attuale seppur espresso oltre 30 anni fa, Caffè si scaglia contro chi auspica la fine dello stato sociale richiamando un fantomatico “eccesso di assistenzialismo”: “lo stato del benessere è una conquista ancora da realizzare faticosamente, non un intralcio fallimentare da scrollarsi di dosso. Una efficienza priva di ideali ci riporta al clima intellettuale che ha consentito di designare l’economia come una ‘scienza crudele”. L’economia del benessere diventa quindi la ricerca dei principi da utilizzare come guida nelle decisioni di politica economica, lo strumento per determinare gli standard minimi delle condizioni di vita e studiare i metodi utilizzabili per assicurare quegli standard a tutti i cittadini.

Lo Stato “occupatore di ultima istanza”

Il Welfare auspicato da Federico Caffè passa però attraverso la costruzione dello Stato sociale e non dall’assistenzialismo fine a sé stesso. Seguendo gli insegnamenti di Keynes occorre dare priorità alla dignità dell’uomo ponendosi come obiettivo il pieno impiego e non il sussidio generalizzato. Caffè contesta in maniera veemente e quantomai profetica la tendenza a considerare invece l’inflazione come nemico unico e principale della crescita economica. Secondo i neoliberisti “l’inflazione distrugge la ricchezza dei ceti meno abbienti, ma dimenticano che i ceti meno abbienti più che di difendere la propria ricchezza (che non hanno) hanno necessità di difendere il proprio lavoro”. Considerando un certo tasso di disoccupazione “strutturale” i neoliberisti mantengono in realtà il reddito pro capite al di sotto di quello potenzialmente realizzabile impedendo così la ripresa dei consumi e delle attività produttive e conseguentemente una redistribuzione più equa del reddito stesso.

Nel 1971 insieme ad altri economisti, Caffè introduce il concetto di Stato come “occupatore di ultima istanza” attirandosi accuse di radicalismo e di eccentricità. In realtà l’economista abruzzese ancora una volta dimostra di avere una visione quasi profetica, in quanto basandosi su un rapporto della Federal Reserve americana, ipotizzava che per combattere la disoccupazione derivante dai progressi dell’automazione e della tecnologia, lo Stato avrebbe dovuto individuare ogni possibile fonte di lavoro possibilmente nella sfera dei servizi socialmente utili.

La solitudine del riformista

Ma nonostante le sue teorie appaiano a volte radicali, Caffè non si considera un rivoluzionario quanto un riformista e in quanto tale è perfettamente conscio dell’arduo compito che lo attende. In un articolo pubblicato sul Manifesto nel 1982 dal titolo “La solitudine del riformista”, diventato poi lo spunto per un libro dall’omonimo titolo, l’economista descrive le difficoltà di chi come lui prova ad operare all’interno di un sistema non con l’idea di raderlo al suolo e nemmeno con quella di tesserne le lodi, ma semplicemente di apportarvi dei miglioramenti.

Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo. La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi «il sistema», le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o «contraddizioni»).

Caffè è perfettamente cosciente di come gli attacchi arrivino sia da veri o supposti rivoluzionari che da convinti capitalisti e continua: “Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi, si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose. Più che essere colpito dagli strali del retoricume neoliberista (sempre dello stesso stampo), il riformista avverte con maggiore malinconia le reprimende di chi gli rimprovera l’incapacità di fuoriuscire dal «sistema». Egli è tuttavia, troppo abituato alla incomprensione, quali che ne siano le matrici, per poter rinunciare a quella che è la sua vocazione intellettuale.”

Conscio di aver subito in ultima analisi una sconfitta ideologica, in una delle sue ultime lezioni arrivò a riconoscere che una delle sue massime preferite di Keynes “Prima o poi le idee hanno la prevalenza sugli interessi precostituiti” si era rivelata errata. Con la riscoperta del “mercato” ed il ridimensionamento di qualsiasi intervento pubblico, gli interessi avevano prevalso sulle idee.