Ciò a cui stiamo assistendo, ciò che giorno dopo giorno angaria le esistenze di milioni di cittadini offuscandone qualsiasi salvifica prospettiva si proietti all’orizzonte, ha un nome: crisi della domanda. Possiamo quindi partire da due presupposti: il primo consiste nel credere nella buona fede dei vertici decisionali, presupporli come realmente intenzionati a risolvere il problema. Ipotesi arduamente assumibile, ma cos’è l’economia se non un perenne supporre?

La seconda ipotesi consiste nel lavorare di problem solving, facendo una cernita di tutte le alternative che la letteratura scientifica ha teorizzato. Quando parliamo di domanda, implicitamente scartiamo il lato dell’offerta: il problema, quindi, non si pone dal lato della produzione dei beni bensì dal lato del consumo degli stessi. Analizzando la variabile consumo, non possiamo non fare riferimento al reddito disponibile. La correlazione positiva fra reddito disponibile e consumo appare lapalissiana: per stimolare l’attitudine al consumo dei cittadini è necessario incrementarne i redditi disponibili (al netto delle imposte).

La letteratura si nutre di parole, ma i cittadini si nutrono di fatti: come aumentare i redditi disponibili? Oltre alle “classiche” politiche fiscali espansive come la decurtazione delle imposte dirette, tenendo conto della rigidità del cambio vi sono altre tre ipotesi: un reddito base, un reddito minimo garantito ed il salario minimo. Ciò che sulla carta chimica dei rotocalchi italiani viene definito come reddito di cittadinanza, ha in realtà un’altra nomenclatura: reddito minimo garantito. Esso consiste nell’elargire, per un periodo di tempo determinato e solo a chi è in età lavorativa, un reddito di matrice statale a chiunque viva sotto una soglia di povertà stabilita. Se tale soglia è 700 euro, per esempio, ed un cittadino percepisce 400 euro, il supplemento statale sarà pari a 300.

Il reddito base, invece, viene elargito con molte meno restrizioni. Esso è cumulabile con altri redditi da lavoro e la sua erogazione copre un periodo di tempo indeterminato. L’unica condicio sine qua non è la cittadinanza. Per reddito di cittadinanza si intende quindi il reddito base. Vi è poi il salario minimo, recentemente adottato in Germania sulla pressione della Spd: ogni lavoratore tedesco percepisce almeno  8,50 euro per ora di lavoro.

Quando parliamo di reddito base o di reddito minimo garantito il primo problema che sorge è quello del salario di riserva: esso consiste nel salario che rende il lavoratore indifferente all’occupazione o alla disoccupazione. Vedendosi garantito un reddito ex ante, il lavoratore sarà meno attivo nella ricerca di un’occupazione se il salario che andrà a percepire fornendo la prestazione lavorativa si avvicina a quello garantitogli dallo Stato. Laddove questo ragionamento venisse adottato da buona parte della forza lavoro, l’economia interna subirebbe un contraccolpo non indifferente.

Il secondo problema riguarda invece le tempistiche di adozione: dobbiamo sicuramente stimolare i consumi, ma non possiamo farli ripartire artificiosamente lasciando che lo Stato non si limiti semplicemente a sostenere chi è in difficoltà o a debellare le iniquità, ma addirittura si spinga ad adottare i cittadini. L’aspetto salubre dell’economia deve scaturire dalle “classiche” dinamiche keynesiane, con un intervento dello Stato per far ripartire la domanda interna e non per caricarsela completamente sulle spalle.

Adottare il reddito base in una fase di decrescita è assolutamente controproducente: laddove però una forte ripresa arrivi, è fortemente ipotizzabile (tenendo conto dell’ art. 36 della Costituzione) la validità di simili strumenti in modo tale che agiscano da supporto e non da spina dorsale dell’economia interna. Se l’economia tornasse a crescere sarebbe opportuno  modernizzare l’attuale sistema di welfare italiano, magari introducendo un reddito base (rigorosamente solo per i cittadini residenti) o un reddito minimo garantito che rivoluzioni il sistema degli ammortizzatori sociali e dei sussidi.  Inoltre, non si dimentichi che con le attuali clausole vessatorie sul deficit, l’assistenzialismo statale è una mera congettura: non si può volere contemporaneamente Maastricht e la moglie ubriaca.

Altro discorso per il salario minimo: tale strumento appare meno invasivo per i conti pubblici, garantendo maggiore tranquillità ai ragionieri di Via XX Settembre. Al tempo stesso l’atavico confronto/scontro fra Confindustria e i sindacati potrebbe accogliere nella sua arena un nuovo casus belli, al costo di dispendiose trattative. Inoltre, sarebbe impossibile pretendere dagli imprenditori un salario minimo per i propri dipendenti senza prima ridurre loro il carico fiscale.