Il 24 Giugno del 2016, alle cinque del mattino, Rod Liddle viene svegliato dalle urla della moglie:

We have done it, we have done it, we are going to leave the European Union”.

Dopo qualche ora, passato lo stupore iniziale, posterà una semplice frase sul suo profilo Facebook :“Betcha we don’t leave”. Si convince, fin da subito, che le élite britanniche ed europee avrebbero fatto di tutto per impedire che il risultato referendario venisse rispettato. Rod Liddle, redattore allo Spectator e giornalista controverso, descrive nel suo ultimo libro “The Great Betrayal” (“Il grande tradimento”), tutti gli sforzi dell’establishment inglese nel tentativo di fermare quello che, dal loro punto di vista, è e sarà un disastro economico, politico e sociale: la Brexit. Il primo passo per scongiurare questo “incubo” è quello di controllare la narrativa, cambiarla al fine di mettere in discussione una evidenza matematica: 17.4 milioni di britannici hanno votato per lasciare l’UE, mentre 16.1 milioni hanno votato per continuare a farne parte. Quando la matematica non è dalla tua, come non lo sono le regole della democrazia, si utilizzano altri espedienti.

Prima fase: incolpare gli elettori.

Coloro che hanno votato per il Leave vengono additati come ignoranti, razzisti, estremisti, o come ingenui che, non avendo ben capito per cosa stessero votando non vanno biasimati, ma piuttosto rieducati. Ma come? Come redimere quei 17.4 milioni di persone? Semplice, basta controllare i mezzi d’informazione. Kamal Ahmed, Direttore editoriale della BBC, manda una email a tutti i giornalisti di quest’ultima, ricordando loro che qualsiasi cosa i brexiteers possano pensare o dire, gli economisti hanno ragione. Ovviamente, i LORO economisti. Ahmed ha giocato il ruolo dei bravi: “Questo divorzio non sa da fare, né domani, né mai”, i giornalisti quello di Don Abbondio. Ma la mancanza di imparzialità della BBC viene notata, tanto che diviene oggetto di una relazione dell’Istitute for Economic Affairs (IEA), che mette nero su bianco un dato, nei due programmi che si occupano di Brexit post Referendum, ovvero Question Time e Any Question, i brexiteers sono fortemente sotto rappresentati: il 68 per cento delle apparizioni televisive riguarda i remainers e soltanto il 32 per cento i brexiteers. Tuttavia non sono i giornalisti che devono raggiungere un accordo con l’Unione europea, quel ruolo spetta ai politici.

Secondo fase: scegliere un Primo Ministro contrario alla Brexit per realizzare la Brexit!

Prima di arrivare al ciuffo biondo di Boris Johnson e alla sua recente sconfitta, facciamo un passo indietro verso il suo predecessore: l’imperturbabile Theresa May. “Brexit means brexit” sosteneva la premier May, ma il deal raggiunto da quest’ultima è apparso agli occhi dei brexiteers come un tradimento del risultato referendario. Le critiche nei confronti del suo lavoro sono state trasversali, Theresa May è riuscita a riunire ciò che Brexit aveva diviso: tutti disdegnavano il suo lavoro. “Theresa May è uno di quei negoziatori in grado di uscire da un negozio Poltrone e Sofà con un divano a prezzo pieno”, recita un famoso meme sul web e forse non ha tutti i torti. La contrattazione con l’UE non è iniziata nel migliore dei modi; l’establishment europeo sapeva perfettamente che stava trattando con un paese diviso, un governo fragile ed un Primo Ministro contrario all’uscita del Regno Unito dall’UE. Per rafforzare la sua posizione, l’imperturbabile May decise, quindi, di anticipare le elezioni, fissate per l’8 Giugno del 2017. La campagna elettorale del Partito Conservatore fu tutto tranne che entusiasmante. Il manifesto programmatico, intitolato Foward Together, redatto da Nick Timothy e Ben Grummer, presentava due proposte che hanno irritato non poco l’elettorato: la cosiddetta “dementia tax” e l’eliminazione del banno sulla caccia alla volpe con i cani. La prima in sostanza sosteneva che la casa di un anziano indigente, dal valore di oltre 100.000 sterline, poteva essere sequestrata dallo Stato per pagare qualcuno che se ne prendesse cura durante la sua infermità. La seconda prevedeva l’abolizione di un ban per il quale erano favorevoli la maggioranza degli inglesi (secondo un opinion poll, circa l’85%).

Ovviamente il manifesto di oltre 90 pagine, conteneva anche altre proposte, come ad esempio: la costruzione di un milione di case a prezzo accessibile e lo stanziamento di otto miliardi per il sistema ospedaliero, promessa che, ricorda Liddle, viene fatta in ogni campagna elettorale. Il punto è che il Partito Conservatore, di solito composto da un elettorato meno giovane (seguendo la regola che più invecchi, più conservatore diventi), non si è sentito rappresentato dal programma della May. Il risultato delle elezioni fu, infatti, assolutamente negativo: il Partito Conservatore perse ben 14 seggi rispetto alla legislazione precedente. L’unico modo per formare un governo era quello di chiedere l’appoggio di Arlene Foster, leader del partito Unionista Democratico dell’Irlanda del Nord. Il fallimento della May era, in un certo senso, già scritto e quello del suo successore Boris Johnson in parte annunciato. Bisogna tener presente che uno dei nodi più spinosi della Brexit riguarda proprio il confine tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord e che il partito Unionista è sia contrario a ristabilire un confine netto con il resto dell’Irlanda, sia ad accettare un trattamento differente, sull’unione doganale e sul mercato comune rispetto al resto del Regno.

Terza fase: l’arrivo del biondissimo e le elezioni anticipate.

La questione dell’Irlanda del Nord è ovviamente cruciale e complessa, ma non è soltanto per questo che la Brexit non riesce a compiersi. Secondo Riddle, il problema di fondo è che la classe dirigente inglese è incapace di rispettare la volontà dei cittadini, perché in maggioranza non favorevole all’uscita. Dopo le tre sconfitte incassate da Theresa May, arriva il turno di Boris Johnson. Il povero Boris, però, si è trovato con le mani ancora più legate rispetto al suo predecessore. Dopo l’approvazione del Benn Act, proposta dal laburista Hilary Benn e votata anche da alcuni Tories dissidenti (precisamente 21, in seguito cacciati dal partito per volontà dello stesso Johnson), è stata tolta, a Johnson, la possibilità di giocarsi la carta di una uscita senza nessun accordo, fondamentale per fare ulteriori pressioni sull’Unione Europea in fase di contrattazione. Una carta di grande valore, che preoccupava in particolar modo la Germania e l’industria automobilistica tedesca. Come ricorda il giornalista Liam Halligan, un quinto delle macchine tedesche viene venduto in Gran Bretagna, il cui mercato offre i più ampi margini di profitto al livello mondiale. Inoltre, secondo uno studio dell’IWH Istitute, un no-deal avrebbe potuto dimezzare le esportazioni in UK e ciò avrebbe comportato la perdita di 100.000 posti di lavoro nella terra di frau Merkel.

Ma la sconfitta più cocente per Boris Johnson è avvenuta Sabato 19 Ottobre, quando è passato l’ emendamento presentato dal dissidente Tory Oliver Letwin (322 voti a favore e 306 contrari), che di fatto ha spostato la votazione decisiva riguardante l’accordo a dopo l’approvazione di tutta la legislazione tecnica allegata, rimandando il voto dopo il 31 Ottobre, termine precedentemente fissato con Bruxelles. Un vero e proprio colpo di scena che ha segnato la strada che l’attuale PM ha in seguito intrapreso: chiedere una proroga all’UE (come stabilito dal Benn Act), ovvero mandare una lettera al Presiedente Tusk per ricevere un’estensione dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione fino al 31 Gennaio del 2020. Il secondo passo: giocare d’azzardo ed andare ad elezioni anticipate. La speranza di Johnson è quella di ottenere una maggioranza più ampia e quindi di sbloccare l’impasse su Brexit. Al momento i sondaggi danno il Partito Conservatore in vantaggio di almeno dieci punti sul quello laburista, dato che tuttavia potrebbe cambiare nei prossimi mesi, basti pensare che Theresa May aveva un vantaggio perfino superiore e che si è ritrovata in mano una maggioranza ancor più fragile. Ovviamente Boris è un leader molto più carismatico, ma non vanno sottovalutate le abilità di Jeremy Corbyn nel fare campagna elettorale e la forza della sua agenda politica anti-austerità. Per comprendere il caos che si aggira intorno al caso Brexit, bisogna prendere la lente di ingrandimento alla Sherlock Holmes e guardare un po’ più da vicino il Partito Laburista.

Quarta fase: il Partito Laburista e la proposta di un secondo Referendum.

Se da una parte c’è un Partito Conservatore diviso e frammentato, fa notare Riddle, dall’altra parte c’è un partito laburista estremamente confusionario. Nel 1975 Jeremy Corbyn votò contro la permanenza del Regno Unito nella CEE e nel 1992 si oppose alla firma del Trattato di Maastricht, sostenendo che “la base del trattato di Maastricht è l’istituzione di una Banca Centrale Europea, gestita da banchieri, indipendentemente dal Governo nazionale e dalle politiche economiche nazionali, il cui solo intento è quello di mantenere la stabilità dei prezzi”. Il problema è che il Partito Laburista è in maggioranza favorevole alla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, secondo Riddle circa 218 parlamentari laburisti hanno votato per il Remain. Jeremy Corbyn, quindi, si è adattato alla situazione ed ha condotto una campagna elettorale, senza troppa passione, contro la Brexit. La situazione è più o meno questa: c’è un leader politico tendenzialmente contrario a rimanere nell’UE (nel 2009 la definì “l’Impero Europeo del ventunesimo secolo”), che guida un partito i cui parlamentari sono in maggioranza a favore del remain, il quale è supportato da attivisti che non vogliono lasciare l’UE.

Manca un piccolo tassello in questo puzzle impazzito, ovvero la base elettorale laburista che invece ha votato ampiamente a favore della Brexit. Ed è in questo contesto che nasce l’idea di un secondo Referendum. Una possibilità di redenzione per quella parte dell’elettorato inglese che non ha ben capito le “meraviglie” dell’Unione Europea. In fondo non è la prima volta che accade, ricordiamo che i danesi nel 1992 bocciarono con un referendum il Trattato di Maastricht. Anche a loro venne data, qualche anno più tardi, la possibilità di fare la cosa “giusta”, cosa che fecero votando a favore. C’è da chiedersi quale sia la credibilità di Corbyn in questo contesto, nonostante la sua agenda politica impostata su una direttrice antiliberista sia appetibile per molti inglesi, la patina europeista e cosmopolita che infiocchetta il tutto potrebbe essergli fatale. Johnson, molto probabilmente, tenterà di abbattere il red wall, il blocco di seggi laburisti del Midlands e del Nord che votano il Partito Laburista da generazioni. L’intento è quello di guadagnare i voti di quelli che sono soprannominati i “Dennis Skinner voters” (dal nome del laburista Dennis Skinner), ovvero di un elettorato di sinistra fortemente euroscettico. Comunque vadano le cose durante questa campagna elettorale, va riconosciuto a Rod Liddle il merito di aver intuito fin da subito che far parte dell’Unione Europea è come aver pronunciato un voto infrangibile, che non può essere sciolto da nessuno, nemmeno da un Referendum.