“Bisogna ripartire dagli investimenti”. Quante volte l’abbiamo sentito dire? Innumerevoli, soprattutto nello scomposto pollaio della politica e dei media, dove a chiocciare rumorosamente si cimentano politici, giornalisti, blogger, rappresentanti di categoria e tutta quell’infinita pletora di pataccari che smaniano per l’appellativo di “esperto”. Accidenti hanno ragione, è così ovvio! Per stimolare la –fantomatica- ripresa economica bisogna basarsi su consumi e investimenti. Eh sì che lo sanno perfino i bambini: “per fare l’albero ci vuole il seme”, e per fare gli investimenti? La svanzica, proprio quella che manca ai cittadini in tempi di crisi, specialmente se stretti nella morsa strozzina della fiscalità, e in regime di austerity.

Perché l’assurda logica alla base dell’austerità è, in parole povere, più o meno questa: dato il momento economicamente critico, è necessario investire e dunque ottenere nuovi capitali. Chi maggiormente fornito di dette risorse e disponibilità è il mercato, in particolare gli investitori stranieri (semplicemente perché agli italiani sono già state avidamente strappate). Ma questi forestieri richiedono “stabilità” e basso rischio, che, data la situazione complessa di cui sopra, sono difficilmente ottenibili. Da qui la scelta dell’austerità, dunque un aumento coatto della pressione fiscale e un taglio robusto alla spesa. Il tutto per dimostrare al mercato la nostra propensione al “sacrificio”, e di conseguenza la nostra “affidabilità”. Una politica destinata esclusivamente a fallire (od a riuscire, nell’ottica dei pochi avvoltoi che comprano la nostra bella Italia per quattro soldi). Austerity sulla quale, per carità, i suoi stessi fautori si sono dovuti ricredere, se perfino Draghi e Junker già l’anno scorso hanno ammesso che “un eccesso di austerity è un rischio per la ripresa”. Strano, eh?

Ma allora, se anche i “cattivi” si son pentiti, vorrà dire che adesso proporranno soluzioni completamente distanti e realmente efficaci, permettendo ossia alle singole nazionalità di rilanciare autonomamente e liberamente la perduta crescita. Come no, peccato che questa non è Disneyland. Infatti, dopo parole di conforto più ipocrite di un bacio di Giuda, i nostri aguzzini –favoriti dai loro viscidi servitori- agiscono in maniera eguale e contraria, regalandoci l’ennesima scatola cinese, il “piano Juncker”.
Jean-Claude Juncker è l’attuale Presidente della Commissione europea, precisamente colui che –non per primo- ha imbottito questa istituzione di lobbisti e banchieri. In nome dei famosi “investimenti” e della “ripresa” ha proposto un programma (chiaramente) di prestiti bancari, e che dunque avrà per certo effetti trascurabili sull’economia, ancora una volta non agendo direttamente sull’economia reale e sull’occupazione, ma soltanto su azzardi speculativi.

Ma qual è la strategia del “piano”? è stato realizzato un fondo, con una dotazione iniziale di 21 miliardi, di cui 16 provenienti dal bilancio europeo (ossia dai soldi –teoricamente- dei cittadini europei ai quali –altrettanto teoricamente- dovevano essere già destinati), ed i restanti dalla Bei (Banca europea degli investimenti). Il piano prevede che oltre 300 miliardi vengano distribuiti dal fondo in questione tra i vari Stati membri per finanziare una lunga lista di progetti che interesserebbero questi ultimi. Ma, un momento! 300 miliardi? Ma se ve ne sono appena 21! Ed ecco elegantemente servito un abbondante piatto di gustosa aria fritta. Con quella manciata di spiccioli di cui dispone, il fondo emette delle obbligazioni sul mercato, con le quali ritiene di riuscire a racimolare circa una sessantina di miliardi (sulla base delle solite vane promesse proprie del mondo speculativo). A questo punto, armati di fede e di speranza, i gestori del fondo auspicano di attirare nuovi ed altri investitori, così da moltiplicare magicamente le risorse iniziali, con una leva addirittura di 15:1, ed ottenere i –mai raggiungibili- 300 e passa miliardi.

Riassumendo: (pochi) soldi pubblici gestiti da un fondo privato, infornati nel mercato con un po’ di lievito nella speranza che questo possa accrescere le risorse. Risorse che dovrebbero andare a finanziare non ben definiti progetti, di dubbia utilità economica e occupazionale. Il tutto per un totale –nella più miracolosa delle speranze- di 300 miliardi, a mala pena il 2% della ricchezza prodotta annualmente dall’Europa. Insomma, il solito nulla, utile meramente a questi incapaci per dimostrare (male) che stiano facendo qualcosa. Nel frattempo siamo certi che nessuno sia tanto balordo da regalare soldi veri ad un fondo palesemente inutile e vacuo. Ops, scusate, uno c’è! Chi? Ma ovviamente il nostro geniale Presidente Renzi, che ha annunciato la partecipazione italiana al fondo, conferendo otto miliardi di euro (degli italiani) tramite la Cassa Depositi e Prestiti, la società che gestisce il finanziamento degli investimenti statali e di altri enti, e che dunque –ancora una volta in teoria- già da sola ben più capace del fondo di Juncker nello stimolare la ripresa sul territorio italiano. Mala tempora currunt.