Dopo una trattativa durata cinque anni, il 23 febbraio 2015 è stato siglato un nuovo protocollo fra l’Italia e la Svizzera in merito alle materie fiscali e altre questioni minori . Questo accordo è stato salutato, sia dal governo che dalla stampa nazionale, come il primo importante passo per combattere l’esportazione illegale di capitali e la rete dei paradisi fiscali. Esso prevede uno scambio di informazioni fra il paese elvetico e la nostra nazione in maniera libera e chiara a partire dal 2017, con riferimento alle operazioni fiscali attuate a partire dalla firma del nuovo protocollo. Inoltre è prevista per i cittadini italiani che hanno conti illegali una voluntary disclosure , in modo da sanare la loro posizione nei confronti delle autorità nazionali. A seguito di questa nuova intesa è arrivata in breve tempo anche l’accordo con il Liechtenstein , mentre sono in corso trattative con il principato di Monaco e il Vaticano.

Eppure, dietro l’euforia esibita da Renzi (in misura minore da Padoan) si allungano pesanti ombre su questa fatidica lotta al sistema off-shore. L’accordo appena siglato con la Svizzera non entrerà realmente in vigore fino alla ratifica di entrambi i parlamenti entro il 2017, con tutti gli imprevisti sul percorso. Lo scambio di informazioni, nucleo fondamentale di questa lotta, riguarderà solo le operazioni effettuata dal 2015, mentre il passato rimarrà coperto dal segreto.
Ma l’aspetto più inaccettabile dell’accordo è proprio la voluntary disclosure con cui i criminali possono regolarizzare la propria posizione ad un prezzo irrisorio. De facto, è una sanatoria di massa (o l’ennesimo odioso condono) in cui gli evasori pagheranno fra il 7% e il 12% di tassazione su i capitali esportati illegalmente. Ma questo vale solo per le operazioni finanziare condotte dopo il 2009, mentre per quelle dal 2005 al 2009 cadrà l’oblio , sancendo l’impunibilità. Un clausola di questa portata non può che costituire un incentivo per i grossi evasori a riportare in Italia il denaro sporco dalla Svizzera, sapendo benissimo di non rischiare praticamente niente, per poi tornare ad esportarlo in altri paradisi fiscali, sapendo di contare su una sostanziale “grazia continua”. Il tutto avviene in uno Stato, come quello italiano, dove l’onesto cittadino si ritrova una pressione fiscale reale che supera il 55% e per errori marginali viene sistematicamente vessato da Equitalia e l’Agenzia delle Entrate.

La stesso rientro dei capitali è difficile da stimare data la struttura oscura del mondo off-shore. I depositi illegali degli italiani in Svizzera sono stimati fra una forbice di 100/160 miliardi di €, mentre si attende un ritorno che oscillerà fra i 10/37 miliardi di € (realisticamente sarà una cifra decisamente inferiore). In poche parole un fallimento, dato che il grosso dei capitali saranno stati sicuramente spostati in altri paradisi fiscali dell’immensa rete globale, al riparo dagli occhi inefficienti del fisco italiano.
La battaglia condotta contro il sistem off-shore da parte degli stati nazionali e degli enti sovranazionali assomiglia ad un immenso finto gioco, dove le vere “isole del tesoro” vengono costantemente protette, mentre si da in pasto alla folla qualche piccolo evasore, come quelli che usano ancora gli “spalloni” per portare il contante in Svizzera. Al contrario le migliaia di miliardi di dollari generati dalle operazioni sporche delle multinazionali e dall’élites planetarie continueranno a godere del tacito favore del sistema bancario e della protezione della classe politica, due facce della stessa medaglia. Tutto ciò spiega la lentezza della lotta da parte delle autorità e la mancata attenzione verso i maggiori capisaldi del mondo off-shore, i quali non risiedono soltanto in lontane isole tropicali, ma nelle città globali, come Londra e la sua City finanziaria, cuore dell’immenso impero off-shore anglosassone, praticamente inattaccabile con i metodi attuali.