Innanzitutto, se ancora a qualcuno dovesse venire la tentazione, non accendete la televisione per nessun motivo. Vi trovereste a dover subire il personaggio più inflazionato, in termini di apparizioni televisive, nel periodo della manovra finanziaria. Nemmeno Babbo Natale durante le feste, anche presenziando in tutti gli spot pubblicitari di giocattoli e regali, potrebbe superarne il minutaggio. Ovviamente si parla del maratoneta di talk show più inviolabile d’Italia, Carlo Cottarelli, il revisore contabile la cui ospitata in trasmissioni d’attualità è imprescindibile per ogni conduttore che si rispetti; un uomo che, nella disgraziata epoca dove la scarsità della moneta la fa da padrona, passa alla storia come l’economista che sussurrava ai governi: «E le coperture?» E i governi, o meglio, il nostro governo, affannosamente le cerca.

Carlo Cottarelli

Ecco, di base, come nascono nella mente di chi si deve scervellare per far quadrare i conti dello Stato-famiglia tutte quelle tasse moralizzatrici che vanno dall’imposta sui cibi e bevande insalubri, a quelle sull’uso della plastica, passando sull’uso del contante, per giungere infine a un altro mantra: “se tutti pagano le tasse, tutti paghiamo meno”.

Partiamo da un presupposto: effettivamente le tasse possono essere utilizzate dallo Stato per indirizzare verso delle buone pratiche, nonostante sia un campo molto delicato, foriero di grande dibattito e i più liberali possano rabbrividire di fronte a un simile impiego di imposte, le cui funzioni primarie risiedono nel determinare (drenandola) la quantità di moneta in circolazione e definire quale valuta abbia corso legale all’interno di un territorio.

Tuttavia non solo tali tasse, definite “di scopo” vengono utilizzate nella manovra a venire come giustificazione per tentare di incrementare il gettito dello Stato e dar così vita alle celebri coperture di cottarelliana ossessione, ma quello in cui ci troviamo è un periodo economico in cui ogni singola intenzione di aumentare le entrate pubbliche tramite tasse qua e là, seppur gretine, eco-friendly e assolutamente alla moda a seconda del pensiero unico del momento, è controproducente per un incremento della domanda interna, il principale parametro che condurrebbe a un abbassamento del temutissimo debito pubblico con il quale ci hanno scartavetrato i neuroni per anni. E a dirla tutta, per colpire quanto davvero distrugge ambiente e organismi viventi, compresa la salute dell’essere umano, ci vorrebbero ben altre misure e ben più drastiche rispetto a una tassa sull’accumulo delle confezioni in plastica, a danno del consumatore medio.

A rendere ulteriormente amara questa misera vittoria di Pirro per il governo, nell’aver varato un provvedimento “salva-gettito” sull’onda del gretinismo ipocrita, tanto green quanto politically correct, non è nemmeno la cosiddetta sugar tax, accanto alla tassa sulla plastica usa e getta, ma sono altre due imposte dall’eco mediatica assai più ingannevole e insidiosa rispetto alle altre, osservandole sotto la luce divina dell’ossimorica tassa-buona che fa tanto bene allo Stato e, di concerto, anche ai cittadini.

La prima, dalla costante impronta forzatamente pedagogica, è la tassa sull’utilizzo del contante, in connubio con il tetto massimo della sua soglia di uso, da riportare gradualmente dai 3000 ai 1000 euro del periodo Monti, al pari di Francia e Portogallo, mentre la Germania non ha alcun limite. La misura che ha destato più malumori nella maggioranza e sta permettendo a Renzi, reduce dalla Leopolda Show, di girare il coltello nella piaga aperta e infettata delle manovre ristrette che si rispettino. Nient’altro che uno specchietto per le allodole in quanto a evasione, soprattutto se pensiamo che coloro i quali fungeranno da controllori e gestori delle manifestazioni monetarie saranno le istituzioni finanziarie private, poiché il contante è una forma monetaria gestita dallo Stato mentre tutte le altre sono coordinate da terzi, la cui affidabilità è tutta da discutere. Insomma, ci troviamo nello stesso fiabesco mondo di chi pretende di aver trovato il modo di eliminare l’evasione esattamente come ha abolito la povertà. Una storia già vista.

La seconda è un’imposta della quale si sente parlare da anni sempre più pedissequamente in Italia e in Europa: la web tax. Dopo aver fatto la ola per l’ennesima tassa da esporre rigorosamente in lingua inglese al pubblico pagante, anch’essa contro il mostro dell’evasione, cerchiamo di comprenderne qualche elemento in più. La web tax è pensata, a livello teorico, per trarre un minimo beneficio dagli ingenti guadagni che hanno le multinazionali operanti nel settore dei servizi digitali all’interno di un territorio nazionale. Si tratta di un provvedimento che cerca di colpire delle aziende i cui ingenti movimenti di denaro, per loro stessa natura, travalicano i confini nazionali e sono pertanto fuggevoli rispetto alla regolamentazione degli Stati nei quali operano, al di là del luogo in cui risiedono legalmente, il tutto molto più facilmente di altre imprese più radicate alla territorialità.

Non stupisce infatti che, a seguito di noti episodi di evasione fiscale da parte delle multinazionali tech verso i sistemi tributari statali, la necessità di formulare una legge apposita per tali strutture sia passata in cima alle priorità della politica del Vecchio Continente, e per i singoli paesi e per l’Unione nella sua interezza, anche per non scadere nel rischio di esser dipinti come indulgenti verso Over The Top e Internet Service Provider e aguzzini con i deboli, tra cittadini e piccole aziende. Un inquietante quadro… realistico.

Nella manovra del 2020 sarà riservata un’imposta del 3% sui ricavi relativi al territorio nazionale (i quali devono superare i 750 milioni di euro) per le aziende che offrono servizi digitali online, di cui almeno 25 milioni di euro derivanti da vendite online dirette o tramite rivenditori e vendita di spazi pubblicitari, il tutto per un ipotetico gettito entrante calcolato generosamente attorno a 700 milioni di euro. Una cifra irrisoria per un bilancio statale, non troppo rilevante se distribuita fra i giganti dei servizi digitali, ma sufficientemente fastidiosa per chi era abituato a non doversi preoccupare troppo di una regolamentazione seria da parte di Stati sempre più invisibili di fronte al loro strapotere su scala globale.

A ben vedere però, persino questo lodevole tentativo italiano di tassazione, dopo aver scopiazzato quello francese introdotto a luglio di quest’anno, ha la sua peculiare fregatura. Occorre leggere il testo della manovra: con una vaghezza formale unica nel definire le aziende colpite da tale tassa, sono escluse dal pagamento quelle che, nell’erogare servizi online (quali contenuti digitali, servizi di comunicazione e di pagamento), forniscono servizi finanziari da parte di entità finanziarie regolamentate e cedono dati da parte di queste ultime. Praticamente parliamo di tutte le multinazionali che fanno dell’utilizzo dei dati per la sharing economy il loro fondamento: Netflix, Deliveroo, Spotify, Airbnb, Uber… una disfatta.

In sostanza, di insalubri in confronto alla psicosi della green-sugar-plastic free-web tax vi sono solo queste maledette convinzioni instillate nei nostri encefali nel corso degli anni, tra scarsità, uno Stato la cui gestione di bilancio equivale a quella famigliare, e tasse che servono a finanziare la spesa pubblica. Sono dure a morire, è una triade che ci ha moralizzati al fine di accettare un inferno economico e tasse ridicole come quelle menzionate, simboliche di questa manovra, che più che essere di scopo sono di scherno.

Da incidere sul marmo: uno Stato a moneta sovrana non ha bisogno di tasse per finanziarsi; emette per fronteggiare le spese che gli sono necessarie. Questo in contesti normali, va da sé. Se si pensasse di poter coprire la spesa pubblica con il gettito, non solo le tassucole menzionate e la nuova tassa per le partite IVA sarebbero insufficienti e condurrebbero a voler aumentare sempre di più la tassazione (andando a smentire il rassicurante Conte), a seconda dell’ammontare di spesa che si intenderebbe fare, non solo graverebbero (e ad oggi lo fanno) sui ceti medi, ma soprattutto sarebbe un gigantesco falso storico, dal momento che lo Stato è il primo e unico emettitore di moneta. Per questo lineare motivo non deve chiederla a nessun altro, tantomeno a un privato cittadino.

Le tasse pedagogiche dai nobili intenti, peraltro ben distanti da una pura filosofia della libertà d’azione dell’individuo, contraddicendo lo stesso pensiero unico dominante, non sono una rivoluzione popolar-populista grillina, bensì un metodo più soave (miserabile, ad oggi) e già noto, di farci ingoiare la pillola del doverne pagare ancora e ancora per contribuire al finanziamento della spesa pubblica. E dovremmo esser felici nel farlo, con la vana speranza di pagarne di meno, un giorno, forse. Ce lo ripetono senza interruzione, mentre seguitiamo a veder pressoché costante quella linea che segna il saldo primario italiano.

Un’altra cosa, infine, è certa: quelli bravi, i buoni, non ce l’hanno fatta. Rispettando ossequiosamente le regole avrebbero dovuto strappare all’Unione Europea concessioni su concessioni, riuscendo a tenere in piedi la baracca governativa, oltre al bilancio, come i migliori dei leccapiedi. Invece è solo perpetuo fallimento, che non mancherà di assimilare le ulteriori correzioni di Bruxelles.