Dopo un’ attesa durata quattro anni la Banca Centrale Europea recentemente si è mossa per acquistare titoli, compresi quelli di Stato. Il presidente della Bce Mario Draghi è stato l’unico a creare queste condizioni. Ma non basta: anzi, paradossalmente il Quantitative Easing è un modo per calmierare le acque e rinviare a data ancora da destinarsi il cuore del problema dell’Euro: un modello di Banca Centrale e di approccio economico completamente fallimentari. Il sistema economico potrà ripartire perché tassi d’interesse negativi dovrebbero incentivare il rischio per l’investimento, e naturalmente l’aspetto più importante è sull’ export ovvero su come il Quantitative Easing di fatto stia già agendo sulla domanda estera. Il surplus commerciale dell’Italia dai dati dello scorso mese è arrivato alla cifra di 42,9 miliardi (fonte Istat) dietro solo a quello della Germania. Tuttavia, se come probabile i tassi d’interesse bassi che favoriscono la liquidità non alimenteranno la domanda interna, i consumi non potranno ripartire con buona pace di manovre elettorali come quella promossa dal governo italiano sul bonus Irpef da 80 euro. E questo è un grosso problema perché se nel medio-lungo periodo non ci sarà spesa nell’economia reale che a sua volta dovrà investire, i rischi di una nuova bolla finanziaria potranno riversarsi su quanto fatto dalle politiche monetarie non convenzionali del Presidente della Banca Centrale Europea.

Le colpe sono di un intero sistema che si basa troppo sul modello tedesco di economia di mercato, con una componente monetarista assai marcata. Non a caso i rispettivi interventi sui costi- in primis del lavoro- dimostrano chiaramente che i costi economici-oltre al benessere generale-di aderire ad una moneta unica senza che dietro vi sia uno stato a garantirla, esistono, sono molti e non si possono risolvere con ulteriore flessibilità. Molto spesso la flessibilità non cura, ma aggrava il problema. Abbiamo detto del possibile effetto di bolle speculative,ma un’ altra incognita si verrebbe a creare se un aumento dell’inflazione- con target posto al 2% – agirà come shock esogeno senza che vi sia corrispondenza nell’economia reale. E molti sono i dubbi su questa corrispondenza. Perché questo modello economico si basa esplicitamente sulla stabilità, non sulla crescita: la Bce non interviene su investimenti pubblici e privati, ma sulla moneta. La svalutazione dell’euro e in contemporanea un altro evento, percepito come positivo quale un abbassamento del prezzo del petrolio generano un effetto ricchezza la quale deve però essere spesa. Questo comporta che vi sia nelle scelte della domanda aggregata una preferenza per il consumo nel breve periodo, rispetto alla scelta di posticipare il consumo stesso: in altri termini dovrebbe prevalere un effetto sostituzione sull’effetto reddito.
Basterà tutto questo per porre rimedio ad un evidente problema di “trappola di liquidità” in modo tale da modificare quelle aspettative negative che bloccano la ripresa? Se non si agirà presto su variabili di tipo fiscale, istituzionale e non da ultimo redistributivo per assottigliare le diseguaglianze economiche – che sono una variabile da non sottovalutare in relazione al consumo- il Quantitative Easing potrebbe essere sì l’inizio, ma della fine. Per quanto riguarda il “dopo” l’unico augurio che ci si sente di fare è quello di rendere flessibile l’unica variabile che con maggiore flessibilità si può rendere tale, ovvero il tasso di cambio. I prezzi infatti a differenza dei fattori produttivi sono strumenti efficaci e assai più veloci e meglio sarebbe utilizzarli, possibilmente al momento giusto. La scelta dell’Unione monetaria implicava e implicherà anche in futuro, l’adesione ad architettura che nega la variazione del prezzo (non quella del capitale e del lavoro) più o meno come accadeva in certe economie del secolo scorso a pianificazione centralizzata. Dicono che sia il prezzo della libertà.