Lavoro, lavoroo, lavoro… al pari di un mantra questa parola viene ripetuta in maniera quasi asfissiante, detta e reiterata, sempre e comunque, in ogni nostro (o altrui) gesto e pensiero: lavoro. Quello che hai, quello che non hai e quello che non ti verrà mai dato. La produzione italiana ulteriormente in calo, la tassazione e le bollette in ripida salita. E ancora le banche ladre e tiranne che prima ti prosciugano e poi non ti concedono il benché minimo credito (tanto che il governatore di Banca d’Italia Visco consiglia alle imprese di cercare capitali sul mercato in maniera sempre maggiore; eh già, andiamo a sottometterci un altro po’ agli stranieri, che non guasta!). Gli stessi istituti creditizi intanto fagocitano denaro estero (BCE) a quintali –pagato dagli italiani- per poi defecare quantità mostruose di debito, il cui fetore si fa pubblico. A condire il tutto la solita disoccupazione, che se in generale è impercettibilmente diminuita, sul fronte giovanile non fa che salire. Nello stesso momento si discute del Jobs Act (ecco il mantra che ritorna: “lavoro!”) e dell’articolo 18, di Renzi e compagnia da una parte, di Baffino e Bersani dall’altra, e i sindacati in mezzo (più qualche alleanza di centrodestra vittima di altrettante divisioni interne). Un dibattito, come sempre, assolutamente sterile. Intanto il mantra stona e cambia intonazione: Niente lavoro.

Vero è che l’articolo in questione è riferibile ad un contesto lavorativo il quale –nel bene e nel male- risulta completamente stravolto rispetto al momento in cui lo statuto dei lavoratori entrò in vigore. I sindacati, da parte loro, sono oramai enti altrettanto preistorici e lo sciopero è futile strumento di contestazione, soprattutto quando chi incrocia le braccia lo fa seguendo le direttive di chi -godendo di pieno stipendio- ha nella pratica scarso interesse per il singolo lavoratore. Ad ogni modo, considerando varie ed eventuali, si può giungere alla conclusione che anche questo Jobs Act non ha nulla di rivoluzionario, non è niente di risolutivo e c’è poco da battibeccare. È una quisquilia, cronaca per giornali, un nulla di fatto. Gli interventi che bisognerebbe realizzare son di ben altra fattura, ma non è questa la sede in cui parlarne, perché mentre c’è chi lotta per uno stipendio nemmeno lontanamente dignitoso, intanto dei loschi finanzieri…No. Non è l’inizio di una favola, ma di cruda realtà. Come continua? Con “poco tempo fa”. Non più tardi del 2012 infatti la Deutsche Bank (quella dei biondi che comandano) fece scandalo dedicandosi ad una branca del tutto particolare (ma non nuova) di obbligazioni: i death bond. Cos’erano? Cosa sono? Una scommessa sulla durata della vita di una persona. Spieghiamoci meglio: immaginiamo che qualcuno sia molto in avanti con l’età o sia comunque gravemente malato (ed è inutile insistere sul fatto che detti mali sono incrementati dalla stessa società inquinata e frenetica in cui viviamo). Immaginiamo ora che questo qualcuno abbia bisogno di denaro per le cure (a maggior ragione costose in tempi di crisi). Fatto? Perfetto. Ora portiamo alla mente l’immagine di un imbrillantinato figuro dal naso fino stretto nel suo gessato. Le vedete le narici dilatate e l’occhio in estasi? Esatto, sta subodorando il losco e potenzialmente redditizio affare: monetizzare la polizza sulla vita del disgraziato pagandola una percentuale decisamente più bassa del suo valore, per poi immetterla sul mercato. “venghino signori venghino! Chi scommette di più? Ce la farà il signor Tizio a superare l’anno? Questo lo diamo a 3! Forsa signori forza! Guardatelo, studiatelo! Vedete com’è emaciato, apatico, smorto? Avrà sì e no dieci giorni. Lo do a 4…mi voglio svenare, a 7!”.

Vi sembra spirito di cattivo gusto? Eppure è più o meno esattamente quanto successo. Una scommessa sulla vita o sulla morte di una persona. E prima la vitti…il cliente va al creatore maggiore è il profitto. E come si diceva non si tratta nemmeno di una novità, essendo un’invenzione americana risalente agli anni Ottanta (il periodo d’oro del vero “wolf of Wall Street”, per capirci). La banca tedesca fu semplicemente la prima ad importare questo macabro, immorale (mi si venga in aiuto per aggettivi peggiori) tipo di speculazione (che immorale lo è per definizione), per poi allargarsi su tutto il territorio comunitario. Negli ultimi due anni non se n’è praticamente sentito più parlare, che come al solito i “distrattori mediatici” lavorano indefessi. Probabilmente –e a maggior ragione- circolano ancora. Da notare che come sempre i grossi investitori sono aziende importanti e banche, quindi, riassumendo: le banche chiudono i rubinetti per mancanza di liquidità, anche se di questa si fanno riempire da altre banche, straniere. Se gli istituti creditizi necessitano di fondi è perché hanno speculato in maniera erronea denaro privato, che crea debito coperto pubblicamente. Le politiche di austerity tagliano la spesa e i servizi, le pensioni, i salari. La disoccupazione avanza inesorabile. La gente è alla fame. “Cos’altro possiamo prender loro?” si chiederanno le banche. “Quel poco fiato rimastogli”, risponderanno. Ah, ma il vero problema sono l’articolo 18 e il precariato. Come no. Quando neanche la morte può attendere.