Lo ha detto il Fondo Monetario Internazionale. Lo hanno ribadito le agenzie di rating. L’Eurozona rischia una terza, letale recessione. Per quanto le profezie dell’FMI e di Moody’s&Co. abbiano più volte lasciato a desiderare, per una volta potrebbero (purtroppo) aver ragione. D’altronde, non è difficile prevedere quanto, di fatto, è sotto gli occhi di tutti. Dopo essere stata travolta dal collasso finanziario del 2008, dopo essere stata colpita dalla crisi legata alla debito sovrano tra il 2011 e il 2012, l’Eurozona assiste impotente ad uno scenario desolante: crescita e inflazione nulle o negative associate a tassi di interesse ai minimi storici. Esattamente la funesta situazione predetta da Rudi Dornbusch in un suo famoso scritto, datato 1996, dall’emblematico titolo “Eurofantasies”, in cui l’economista tedesco rintracciava, in tempi non sospetti, le debolezze della moneta unica europea, accusata principale dell’attuale impasse europea. Nel mirino di Dornbusch vi era, in primo luogo, la farraginosa elaborazione dell’euro e l’assoluta inappropriatezza dei modelli di riferimento, in particolare la Teoria delle Aree Valutarie Ottimali (Optimal Currency Areas in inglese), proposto dall’economista Robert Mundell già negli anni ’60. Secondo tale teoria un’unione monetaria può apportare apportare sostanziali benefici agli stati (o regioni) partecipanti poste alcune condizioni che devono essere simultaneamente valide, quali un’elevata intensità degli scambi commerciali, la presenza di una politica fiscale comune e, soprattutto, la perfetta mobilità dei fattori di produzione. Secondo Mundell è soprattutto la totale mobilità del lavoro a garantire quella flessibilità di prezzi e salari in grado di attenuare eventuali shock asimmetrici all’interno dell’unione, non più gestibili dai singoli stati tramite strumenti monetari propri. In altre parole, gli shock negativi non sarebbero più assorbiti tramite la manipolazione del tasso di cambio (irrevocabilmente fisso all’interno di un’unione monetaria), ma tramite la flessibilità della forza lavoro che, per assunto, deve potersi spostare senza eccessive frizioni all’interno dell’unione. Così, se uno stato soffre di scarsa competitività, l’alternativa ad un crollo dei prezzi e dei salari (la deflazione, nel caso di una moneta unica, prende, infatti, il posto della svalutazione) è data dal trasferimento dei lavoratori oltre in confini nazionali.

Stando ai criteri fissati di Mundell, è evidente che l’Europa non è e non è mai stata un’area valutaria ottimale (o un’oca, per utilizzare l’espressione inglese), non solo per l’assenza di una politica fiscale comune, ma soprattutto per la bassissima mobilità della forza lavoro, dovuta alle barriere linguistiche e socio-culturali. Infatti, quanto può essere ragionevole assumere che un operaio siciliano possa trasferirsi senza batter ciglio nelle lande tedesche qualora le condizioni di mercato lo richiedano? Ed è altresì evidente che l’implementazione di una moneta unica non ha trasformato l’Europa in un’area ottimale, come vorrebbe la teoria delle aree valutarie ottimali endogene e come avevano previsto gli ottimisti report della Commissione Europea negli anni ’80: le asimmetrie tra gli stati, invece di attenuarsi, sono, de facto, aumentate (vedi, su tutti, il caso del surplus commercial tedesco).  Attualizzando le intuizioni di Dornbusch, le odierne riforme volte a flessibilizzare il mondo lavorativo non sono altro che l’implementazione di una condizione implicita nel Trattato di Maastricht: abbandonato il tasso di cambio come strumento monetario, si rende necessario costruire un mercato del lavoro competitivo, dove sia facile assumere quanto licenziare (“flessibilità in entrata e in uscita” direbbe Davide Serra) e dove il lavoratore sia il più mobile possibile. Non si tratta di un’opportunità o di una possibilità, ma di una stretta (quanto irragionevole) necessità, resa ancor più urgente dal fatto che una comune politica fiscale per affrontare shock asimmetrici rimane, legittimamente, fuori questione. È lo sciagurato tentativo di correggere una delle deficienze strutturali dovute ad assunti falsi e presuntuosi. “Lo scenario più probabile è che l’Unione Monetaria Europea si farà ma l’Europa non risolverà i suoi problemi né in termini valutari né in termini di prosperità […]. Se mai vi è stata una cattiva idea, questa è stata l’Unione Monetaria Europea”. Così scriveva Dornbusch, allievo di Mundell, nel lontano 1996. Ogni tanto anche gli economisti (purtroppo) ci prendono.