Quando in tempi tecnologicamente lontani nacque internet, già vi navigavano pirati informatici. Tutti ricorderemo dunque i “corsi di prevenzione” (chiamiamoli così) che, verso adulti o minori, venivano fatti in tv, da aziende, e sullo stesso web, sui pericoli che quest’ultimo poteva nascondere. A tutt’oggi le insidie orditevi son simili, come i virus che potrebbero infettare i nostri computer, le truffe finanziarie, gli adescamenti di ragazze e ragazzini, e molto altro. Contro questi in realtà a poco servono i “filtri famiglia”, né tanto meno gli antivirus.
Ad ogni modo, se volessimo pensare essere per lo più questi gli “inganni” telematici, ci sbagliamo di grosso. Esiste infatti un internet più profondo, più fosco, ed immenso. Lo chiamano darknet, deep web o, con non troppa fantasia, il lato oscuro della rete. Ma di che cosa si tratta?
Si tenga presente l’immensità del world wide web e la mostruosa quantità di informazioni in esso contenute. Ora si pensi che esso non rappresenta che appena l’1% dei dati circolanti sul web invisibile, più grande del primo di oltre 500 volte (!). Si tratta di un sistema di siti e servizi web non normalmente rintracciabili con motori di ricerca tradizionali. Un posto assolutamente privo di regole e controlli, che ha come assoluto e principale obiettivo la protezione della privacy. Un club riservato dove circolano quotidianamente non più di 400mila persone in tutto il mondo, rispetto agli oltre 2miliardi di utenti che ogni giorno razzolano nel web “in chiaro” (con un rapporto circa 5000:1). Per fare un esempio, nella sola Roma, la quale ha una popolazione fissa di circa 3 milioni di abitanti, soltanto 540 si muovono nelle profondità di internet . Ma a che cosa serve?

Come appena detto la caratteristica principale è la privacy (comunque mai assoluta e totale) offerta a chi vi naviga. Con semplici applicazioni, programmi e browser è possibile infatti nascondere il proprio indirizzo IP,  la propria “targa” di riconoscimento . Molti vi accedono anche soltanto per sfuggire al controllo smodato ed invadente della maggior parte dei motori di ricerca (Google e Facebook in primis, dove la sicurezza e riservatezza dei dati è fortemente dubbia) o di altri servizi che captano ogni nostra possibile informazione ottenibile. Altri per cogliervi uno spropositato quantitativo di notizie non altrimenti reperibili ; per capirci, è la fonte principale di wikileaks. Altri, purtroppo, per compiere tutta una serie di operazioni decisamente poco pulite. Se infatti su internet normale non avete problemi a trovare i vostri cd o libri preferiti, nel deep web con la stessa facilità si possono ottenere armi, droga, documenti falsi, killer a pagamento (avete letto bene), files pedopornografici, e tutta un’infinita serie di altri escrementi illegali.

Ma ancora qualcos’altro che attira la nostra attenzione, in parte migliore ed in parte peggiore delle sopracitate oscenità: i servizi finanziari. Nell’oscurità della rete infatti pare scontato dire che non vengono utilizzate modalità di pagamento rintracciabili, pertanto niente contanti, né bonifici né carte prepagate. Si utilizzano solamente i bitcoins. È una cripto-moneta, ossia regolata da algoritmi matematici. Non è assolutamente legata ad alcun controllo governativo o bancario (il che per certi versi potrebbe essere un incredibile vantaggio), ma soprattutto può, con tutta una serie di trucchetti, diventare anonima.
E con “trucchetti” si intendono un’enorme quantità di “servizi nascosti” atti esattamente a nascondere dati e provenienza di quelle “monete”. Si capiranno allora le tremende opzioni offerte da questa possibilità. Oltre infatti all’acquisto di stupefacenti – o peggio-, si può riciclare denaro sporco, e con esso speculare sugli stessi bitcoins – già essi grosso oggetto di investimento- o su altre operazioni finanziarie di natura decisamente dubbia. Allo stesso modo, tramite altri passaggi, si potrà approdare verso le “sicure” spiagge delle isole Cayman. Ma vi è qualcosa di ancor più preoccupante.
I bitcoins infatti sono utilizzati anche sulla rete normale, addirittura nei negozi online vengono utilizzati otto volte su dieci, e solo una volta su dieci dollari, o euro. Sono mesi che si parla di come alcune tra le più grosse compagnie informatiche stiano facendo di tutto per ottenere il permesso di emissione delle cripto-monete. Qualcuna, come Facebook, c’è anche riuscita. E guarda caso proprio Zuckerberg con la sua società ha appena aperto il suo sito alla navigazione anonima, al deep web, permettendo agli utenti di accedere al social network continuando ad utilizzare il sistema criptato ed anonimo. E questo non soltanto amplierà potenzialmente l’utenza (da tempo i membri di fb hanno superato il miliardo di persone, la compagnia non soffrirà di certo per qualche numero in meno), ma permetterà di incanalare una nuova mostruosa quantità di denaro (potenzialmente sporco) altrimenti non reperibile. Gli inganni della tecnica.