L’economista torinese Piero Sraffa è stato un personaggio particolarmente interessante seppur poco noto al grande pubblico.  Estremamente colto e perfezionista quasi maniacale, Sraffa amava la solitudine, nutrendo una forma di intolleranza per la semplicità di pensiero. Generoso con i pochi amici e completamente disinteressato al potere, ha condotto un’esistenza in costante equilibrio tra una profonda insicurezza ed un estremismo settario. Nato nel 1898 a Torino da famiglia benestante, segue nei primi anni della sua vita la carriera del padre Angelo, prestigioso docente universitario. Sraffa si laurea nel 1920 in Giurisprudenza all’Università di Torino, con una tesi ad indirizzo economico “L’inflazione in Italia durante e dopo la guerra” il cui relatore è Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica, con cui rimarrà sempre in buoni rapporti.

Negli stessi anni conosce Antonio Gramsci, di cui sarebbe diventato il più grande amico e sul cui rapporto parleremo in seguito. Dopo la laurea ed una breve esperienza nel settore bancario, Sraffa studia per oltre un anno alla London School of Economics, ed in Inghilterra avrà modo di conoscere John Maynard Keynes che lo invita a collaborare sul suo Economic JournalTornato in Italia si dedica all’insegnamento presso l’Università di Perugia, ma dopo l’arresto di Gramsci e a causa della crescente tensione causata dalle sue origini ebraiche decide di accettare l’invito di Keynes a trasferirsi al Trinity College di Cambridge nel 1927.

Piero Sraffa

La carriera a Cambridge

E’ proprio al Trinity College che Sraffa denota la sua scarsa attitudine all’insegnamento. Da un lato sembra terrorizzato all’idea di fronteggiare gli studenti, dall’altro le sue teorie economiche finissime sono forse fin troppo elaborate anche per un pubblico qualificato.  E’ lo stesso Keynes in una lettera alla moglie Lydia Lobokova ad esprimere queste preoccupazioni, parlando del lavoro di Sraffa afferma: 

È molto interessante e originale ma mi chiedo se i suoi studenti lo capiranno a lezione.

Proprio per questo motivo dopo qualche anno di lezioni rimandate o completamente saltate da parte dell’economista torinese, Keynes decide di assecondare la grande sete di cultura e l’enorme passione per i libri di Sraffa, nominandolo bibliotecario della Marshall Library di Cambridge. Slegato dal ruolo di professore, Sraffa si dedica allo studio e intraprende una serie di rapporti con intellettuali ed economisti che avrebbero lasciato il segno negli anni a venire. In particolar modo si legò al filosofo e matematico Frank Ramsey che lo aiutò nell’elaborazione delle equazioni alla base dei suoi teoremi, e agli economisti Michal Kalecki e Nicholas Kaldor tra i maggiori esponenti della scuola post-keynesiana.

Di particolare importanza il suo rapporto con il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, considerato da molti uno dei pensatori più importanti del ventesimo secolo. Wittgestein attribuisce a Sraffa un ruolo decisivo nel concepimento della sua opera più importante “Philosophical Investigations” (ricerche filosofiche) pubblicata postuma nel 1953, affermando che dopo le conversazioni con lui si sentiva come “un albero al quale fossero stati tagliati tutti i rami”. Ma i rapporti interpersonali furono spesso conflittuali e insoddisfacenti, diversamente dallo smodato amore che Piero Sraffa provava per i libri. Il pensiero di un libro pubblicato in maniera perfetta era una delle ragioni di vita dell’economista, così come un piccolo errore di stampa veniva considerato un vero e proprio crimine. Molti ritengono che proprio l’amore maniacale per il collezionismo librario sia stata la vera causa dell’isolamento sociale di Sraffa. 

Caricatura di John Maynard Keynes

Il contributo alla teoria economica

Nonostante nella sua vita non sia stato uno scrittore particolarmente prolifico, tanto da far dire con ironia al Premio Nobel Amartya Sen che Sraffa considerava immorale scrivere più di una pagina al mese, i suoi numerosi articoli ed il suo unico libro “Produzione di merci a mezzo di merci” pubblicato nel 1960 hanno dato un contributo fondamentale al pensiero economico. Gran parte del lavoro di Sraffa è rivolto a recuperare la parte “ragionevole” del pensiero classico, cercando allo stesso tempo di confutare la teoria marginalista (che oggi chiameremmo neoclassica o neoliberista) che riteneva “aberrante”.

Nell’impostazione degli economisti classici come Adam Smith e David Ricardo, ma ripresa in seguito anche da Karl Marx per cui Sraffa non nascondeva le simpatie, è la quantità di lavoro a definire il valore di un dato bene. Per i marginalisti come Alfred Marshall o Frederick Von Hayek il valore del prodotto dipende invece dal grado di soddisfazione che i consumatori attribuiscono ai diversi prodotti, la soddisfazione o “utilità” tenderà a diminuire con il consumo di ogni unità aggiuntiva dello stesso bene. In pratica più il prodotto è desiderato e più è capace di soddisfare un bisogno e più vale. Per questo motivo la teoria marginalista si concentra sull’equilibrio economico e sulla ricerca di metodologie di allocazione delle risorse in modo efficiente. Ed è proprio questa ricerca spasmodica dell’efficienza, svuotata da ogni considerazione etica ed equitativa, la fonte delle maggiori critiche di Sraffa.

Sraffa dimostra l’impossibilità di concepire il capitale come una merce, di cui il profitto possa essere considerato il prezzo, essendo il capitale un insieme di mezzi di produzione eterogenei. Quindi il capitale non può essere misurato in termini di valore, indipendentemente dalla determinazione dei valori delle merci che lo costituiscono e anteriormente ad essa. Se questo non è possibile allora non è possibile nemmeno misurare il prodotto marginale del capitale, e nemmeno quello del lavoro. La conclusione è che non esiste la possibilità di risolvere il problema distributivo adottando l’impianto marginalista.

Amartya Sen

Con le sue complesse ricerche ed attraverso rigorosissimi teoremi matematici Sraffa è riuscito a risolvere in maniera logica il problema dei rapporti di scambio, il punto tradizionalmente debole degli economisti classici che era stata la causa dell’abbandono dell’impostazione classica a favore dell’aproccio marginalista. La sua ricostruzione magistrale delle opere di David Ricardo contribuì a rivalutarne in maniera esponenziale il pensiero e a chiarirne i punti travisati dalla predominante cultura neoclassica, tanto da valergli nel 1961 l’attribuzione della medaglia Söderström della Royal Swedish Academy of Sciences, antesignana del Nobel per l’economia introdotto solo nel 1969.

Anche la tormentata pubblicazione del suo unico libro può essere presa ad esempio della complessità non solo dei temi trattati ma anche della personalità dell’autore. Nell’idea originale avrebbe dovuto essere un testo molto corposo, comprensivo di una parte storica e di una elaborata critica all’economia politica.

In realtà è lo stesso Sraffa ad ammettere che gran parte della stesura del libro risale alla fine degli anni Venti, e che gli ci sono voluti 30 anni e 20 chilogrammi di note scritte a mano e più volte abbandonate per giungere alla stampa del volume di sole 120 pagine. L’insoddisfazione per non essere riuscito nella ciclopica impresa che si era autoimposto si evidenzia nella prefazione dove Sraffa afferma che la sua opera è una mera “premessa” auspicando che la critica vera e propria all’economia politica venga tentata “più tardi da qualcuno più giovane e meglio attrezzato per l’impresa”.  Numerosi sono gli aneddoti riportati anche nella produzione fisica del libro, con Sraffa che ottiene dall’editore Giulio Einaudi, figlio dell’amico Luigi, di poter interloquire direttamente con il tipografo, rimarcando l’importanza di spazi, virgolette e tipologia di caratteri. Ovviamente il risultato finale risulterà molto insoddisfacente per Sraffa che contesterà anche la fascetta del libro.

Antonio Gramsci

I rapporti con Gramsci

Piero Sraffa conobbe Antonio Gramsci a Torino nel primo dopoguerra, iniziando a collaborare giovanissimo alla rivista “L’Ordine Nuovo” creata proprio nel 1919 da colui che due anni più tardi fu tra i fondatori del partito comunista italiano. Un’amicizia importante che venne vissuta dapprima con frequentazioni a Torino e a Roma, e poi in via epistolare in seguito all’arresto di Gramsci avvenuto nel novembre 1926. I due si confrontano su molti temi, dall’analisi economica alle soluzioni politiche, ma Sraffa tenendo fede al suo carattere, matura una sua visione che non sempre è in linea con quella di Gramsci e tantomeno con quella del Partito Comunista, a cui comunque Sraffa non si iscriverà mai.

Sraffa sottolineava l’importanza di un fronte comune tra borghesi, socialisti e comunisti per contrastare l’avanzata del movimento fascista e soprattutto per gestire la transizione una volta caduto il regime, Gramsci invece rimase fedele alla linea del partito, ovvero della necessità di instaurare una vera e propria dittatura del proletariato attraverso il socialismo reale, senza lasciare spazio ad alcun compromesso. E questo che farà dire a Sraffa in uno degli scambi epistolari “che il Partito comunista, oggi, non può fare niente o quasi niente di positivo”. 

Dopo l’incarcerazione di Gramsci il rapporto continua attraverso una fitta corrispondenza. Sraffa oltre ad occuparsi delle questioni legali relative alla possibile scarcerazione, farà anche da tramite tra Gramsci e il Partito Comunista Italiano confinato a Parigi. Proprio il rapporto epistolare ha dato adito a molte illazioni, alcuni sostengono che Sraffa fosse in realtà uno strumento nelle mani del PCI e del PCUS di Togliatti per controllare l’indisciplinato Gramsci, che cominciava a manifestare qualche segnale di dissenso con il comitato centrale. In realtà il disallineamento del partito dal suo fondatore rafforzò la fiducia tra Sraffa e l’amico. Da “comunista indisciplinato” Sraffa si mostrò insofferente e poco propenso a ubbidire alla rigorosa disciplina dell’epoca. Questa reiterata dimostrazione di lealtà ed amicizia con Gramsci provocò qualche dissidio con Togliatti, per molti storici questa sarebbe anche la causa per cui nel dopoguerra la figura di Sraffa fu messa per lungo tempo da parte.

Si capisce quindi come la figura eccentrica e per certi versi misteriosa di Piero Sraffa meriti comunque una riflessione attenta, sia per il contributo economico rilevantissimo per la dottrina eterodossa, ma soprattutto per la sua sfida intellettuale, quella di portare ogni ragionamento alla massima complessità possibile, in modo da sfidare chiunque ad affrontare criticamente le proprie convinzioni per trarne ancora più forza.