“La Corte dei Conti chiede 234 miliardi a Standard & Poor’s”.Così ha tuonato perentorio il Corriere della Sera, riprendendo un articolo uscito sul Finacial Times che illustra come sia arrivata sulle scrivanie delle tre principali agenzie di rating – S & P, Moody’s e Fitch – una citazione in giudizio con annesso risarcimento danni da parte della Corte dei Conti italiana. Una notizia che a primo impatto non può che far piacere; ad ogni onesto italiano sarà comparso in viso un sorriso appena lette queste brevi parole. Un inaspettato scatto d’orgoglio, di un organo della pubblica amministrazione, forse veramente indipendente e non colluso con gli sporchi giochi di potere, verrebbe da pensare. Il pensiero, in modo quasi matematico, ritorna all’anno scorso. Quando un coraggioso pm di Trani, il Dott. Michele Ruggiero, aveva chiesto il rinvio a giudizio di nove dirigenti di S&P e di Fitch, con l’accusa di manipolazione del mercato continuata e pluriaggravata. Vicenda a cui purtroppo – e stranamente – i media non hanno dato il giusto peso e la conseguente visibilità.

L’episodio, citato anche nel suddetto articolo del quotidiano di via Solferino, si era concluso con l’archiviazione per la posizione di Moody’s, mentre per le restanti parti il giudizio proseguirà in data 18 Febbraio p.v.. Proseguendo la lettura dell’articolo si evince però come le motivazioni dedotte dalla Corte dei Conti, al fine di screditare il giudizio di “BBB” che le agenzie avevano attribuito all’Italia, siano di carattere alquanto ambiguo. La Corte infatti sostiene che nel valutare l’affidabilità creditizia di un Paese, non si possa prescindere dal tenere in considerazione l’immenso patrimonio artistico, culturale e letterario. Oltreoceano hanno commentato la notizia come “non seria e priva di merito”, ribadendo che le valutazioni effettuate nel 2011 rispecchiano i principi di correttezza e le leggi in materia.

La questione, lungi dal concludersi in tempi brevi, sarà approfondita dai legali delle parti. Meritevoli di una riflessione sono tuttavia le parole della Corte. L’inclusione del patrimonio storico, artistico e culturale, nei beni che un Paese fornisce in garanzia, al fine di valutare la propria affidabilità creditizia, comporta che questi beni siano passibili di liquidazione. Esattamente come un privato ipoteca un bene immobile a fronte di un mutuo, lo Stato Italiano dovrebbe fornire in garanzia il Colosseo per dimostrare la sua solidità patrimoniale! È un chiaro avallo delle più sfrenate teorie neoliberiste, per le quali, in nome del risanamento dei conti pubblici, della competitività su scala globale e della ricerca spasmodica di fiducia sui mercati, bisogna costantemente procedere con le “necessarie” privatizzazioni e liberalizzazioni.

Tacitamente, sono ormai anni che le amministrazioni locali sono impegnate nella svendita di numerosi immobili dal valore storico e artistico, a privati connazionali o stranieri che siano, solo per far quadrare due conti nei loro bilanci e non chiudere il mandato ‘in rosso’. Ma una dichiarazione di questo calibro, rivolta nella fattispecie alle agenzie che coi loro giudizi influenzano i mercati, si potrebbe tranquillamente interpretare come un gigantesco cartello recante la scritta “VENDESI” proprio sopra le nostre teste. Inutile argomentare come dal titolo di un articolo si possa evincere tutto e il contrario di tutto. Una notizia che poteva rappresentare un buon inizio di giornata per ogni onesto italiano, si è rivelata una deludente e quotidiana brutta notizia.