Una settimana all’insegna delle montagne russe per le borse europee e in particolare per quella italiana che, dopo aver aperto la settimana in profondo rosso e dopo aver “rimbalzato” per un paio di sedute, chiude in territorio negativo a -1.49%. Tra gli ennesimi annunci della Bce, le dichiarazioni di Janet Yellen, numero uno della Federal Reserve, e l’ambiguità dei dati sulla ripresa economica, i mari della finanza rimangono agitati, nonostante il primo semestre dell’anno corrente si sia chiuso con delle prestazioni da record e inimmaginabili fino a sei mesi fa. 
 
A trainare il rally borsistico da gennaio a oggi sono stati i listini del Sud Europa, in particolare Milano che ha guadagnato il 12%, nonostante il trend non sia stato confermato negli ultimi giorni. A soffrire particolarmente nell’ultima seduta è stato il settore bancario con perdite diffuse (Ubi -3.45%, Unicredit -3.21% e Intesa -3.07%) causate dal tracollo del colosso bancario austriaco Erste, terzo istituto a livello europeo. La banca, il cui titolo è precipitato del 14% sui listini viennesi, ha annunciato che chiuderà l’anno in negativo a causa di un aumento dei crediti inesigibili (che si traducono in perdite nette) in Ungheria e Romania, allarmando così gli istituti di credito italiani che sono maggiormente esposti nell’est Europa. Tutto ciò nonostante la quotazione di Fineco, banca multimediale del gruppo Unicredit, abbia dato una scossa al settore, con il titolo che nelle prime sedute ha chiuso in rialzo dell’8%, con acquisti massicci da parte di investitori stranieri. Tra questi l’italiano trapiantato a Londra, noto sostenitore e finanziatore del premier Renzi, Davide Serra, capo del fondo speculativo Algebris. Lo “squalo delle Cayman”, come è stato ribattezzato, deve aver fiutato l’occasione, celebrando Fineco come “la più bella banca digitale del mondo” e dettando nuovi criteri di estetica finanziaria. 
 
E proprio le banche sono state protagoniste indiscusse del sopracitato rally, con la Banca Popolar di Milano capofila con un rialzo del 49%. Tuttavia, come molti analisti non hanno mancato di sottolineare, la ripresa finanziaria non si è tradotta in una ripresa della sconsolata economia reale. L’inflazione in Italia è tra le più basse dell’eurozona (0.3% a giugno) e contribuisce ai grattacapi del governatore della Bce Mario Draghi il quale, come ogni primo giovedì del mese, ha pronunciato il tradizionale discorso sulle strategie dell’Eurotower, confermando la volontà di tenere i tassi bassi ancora per lungo tempo (d’altronde non potrebbe essere altrimenti, data l’analoga decisione della Fed che ancora primeggia in campo finanziario). Eppure le parole di Draghi non sono riuscite ancora a raffreddare il cambio euro-dollaro che rimane in maniera ostinata sull’1.36. Ma è probabile che finché la Yellen non si deciderà per un’inversione di tendenza sui tassi (ovvero permettendo un rialzo che ne normalizzi il livello), il dollaro continuerà a rimanere debole, ostacolando l’export europeo e dunque la ripresa economica. Non a caso gli indici manifatturieri (purchasing managers index o PMI) del Vecchio Continente hanno sperimentato un calo, in controtendenza rispetto all’analogo indice cinese che ha raggiunto i massimi da sei mesi a 50.7, influenzando positivamente i listini asiatici, in particolare Tokyo che ha chiuso positivamente a 0.58%.
 
Settimana gloriosa per le borse americane il cui rally appare inarrestabile. Il Dow Jones ha superato la soglia psicologica dei 17mila punti mentre il Nasdaq ha chiuso in positivo a 0.63%. Con una disoccupazione al 6.1%, un’inflazione oltre le stime e un andamento del PIL sospetto (contrazione del 2.9% nel primo trimestre attribuita alla rigidità dell’inverno), i dubbi sull’economia reale non scalfiscono le apparenti certezze degli investitori, lgalvanizzati dall’accondiscendenza della Yellen. Proprio la numero uno della Fed ha dichiarato in settimana che la Banca Centrale non si assume né la responsabilità né il compito di prevenire l’instabilità finanziaria (leggasi potenziali bolle speculative), dato che questo non è lo scopo della politica monetaria e dato che a tal fine esistono regolamentazioni e supervisione implementati da enti appositi (come la SEC). Non sarà compito della Banca Centrale prevenire propriamente le bolle, ma forse lo sarebbe far di tutto per evitare di alimentarle. La politica ultra espansiva e accomodante ha semplicemente drogato i mercati di liquidità e la corsa dei listini ne è una conseguenza. Prima o poi è destinata ad arrestarsi: Yellen avvisata, mezza salvata.