Vi è un punto nella storia in cui gli Stati Uniti cessarono di utilizzare assiduamente la politica del big stick- residuo ottocentesco della politica di potenza- per affiancarvi (non sostituirvi) quella del cosiddetto soft power. Con tale termine si indica una politica estera dove, il potere coercitivo di una potenza egemone, non si esplica più con mezzi strettamente militari. Infatti, per muovere a piacimento le proprie pedine sullo scacchiere globale, gli Usa iniziarono a far perno su quella che, gramscianamente, può essere definita un’egemonia culturale prima ancora che politica. Il punto cardine di questa strategia fu però la dollar diplomacy: avvalendosi della posizione di privilegio assunta dal dollaro nei mercati internazionali, gli Usa sono stati in grado di stampare moneta a casa propria per comprare beni in casa altrui. Con il processo di de-dollarizzazione, però, in un’ottica di medio periodo ciò non sarà più possibile. Lungi dal fare filosofia oracolare in questa sede, con lo spostamento del baricentro valutario ad Est (Rublo e Renminbi stanno diventando importanti strumenti per ingenti transazioni globali), l’egemonia economica americana è arrancante.

Non sorprende, quindi, che gli Usa cerchino disperatamente di valorizzare i punti forti del suo apparato produttivo, garantendosi sbocchi commerciali dove allocare le proprie merci. Ciò che fa specie, però, è che le proposte commerciale made in Usa siano affette ancora da un atavico bonapartismo: tuttora essi pongono sulla propria testa la corona della leadership economica mondiale, considerando gli altri Stati come attori subalterni. Nel caso del TTIP, non hanno tutti i torti: se la leadership economica americana è messa in discussione nel medio periodo, l’economia degli Stati europei, considerando lo stesso lasso temporale, non accenna alla ripresa. Ma questo non esonera certamente gli Usa dal considerare gli Stati come attori economici particolari, dotati di una propria sovranità e portatori di interessi pubblici, ergo sociali.

A questo proposito, è interessante notare come vi siano non poche analogie fra il TTIP e l’ALCA, l’accordo commerciale che mirava alla creazione di un’enorme area di scambio sul continente americano, dall’Alaska all’Argentina (Cuba esclusa). Partiamo con la segretezza dei negoziati: in occasione della ratifica di un altro accordo commerciale, il TPP, il Rappresentate americano per il commercio Ron Kirk dichiarò la necessità di evitare l’acuirsi della tensione mantenendo una certa discrezione nei negoziati, poichè “Quando le bozze dell’Alca sono state rilasciate non sono stati più in grado di raggiungere un accordo finale”. Insomma, gli Usa imparando dai propri errori (deregolamentazione bancaria a parte) sanno bene quanto sia necessario far trasparire il meno possibile all’opinione pubblica, secondo alcuni artefice della stessa sconfitta in Vietnam.

Altro punto fondamentale è quello dell’arbitrato fra multinazionali e Stato: nel caso in cui uno Stato legiferi inficiando l’attività economica di una multinazionale sul proprio suolo, esso può essere citato in giudizio e costretto a concedere un indennizzo. Il deficit democratico di tali procedimenti giurisdizionali è evidente. Qui non si tratta dell’imposizione improvvisa di barriere tariffarie, bensì dell’introduzione di barriere non tariffarie (legislazione e regolamentazione interna) anche se esse hanno come fine la salute pubblica. Uno dei motivi principali della bocciatura dell’ALCA fu proprio l’opposizione, da parte di un Brasile demograficamente ed economicamente leader del sub-continente, alla risoluzione delle potenziali controversie in un tribunale creato ad hoc, sottoponendole invece alla OMC (dove il Brasile gode di un certo appoggio). Altro fermo oppositore dell’ALCA fu Chavez, che ne vedeva un continuum delle politiche imperialiste statunitensi, auspicando piuttosto alla creazione di un ALBA (Alternativa Bolivariana para las Americas).

Ma le analogie non si fermano, e approdano al settore agroalimentare. Negli Stati Uniti le regole nel settore sono molto più blande rispetto a quelle europee, e soprattutto rispetto a quelle italiane. In un tessuto industriale italiano forgiato sulle Pmi, che nell’agrolimentare ( e non solo) sfiorano non di rado l’eccellenza, la sopravvivenza delle stesse sarebbe a rischio nel caso di un’invasione di beni alimentari statunitensi a basso valore aggiunto, ergo dalla qualità inferiore. Tralasciando questa lapalissiana convinzione, il problema si pone sulla sicurezza dei beni potenzialmente importati: è cosa nota l’utilizzo di antibiotici ed ormoni negli Stati Uniti per il trattamento del bestiame. Mangiando bistecche che contengono estroprogestinici significherebbe, de facto, sperimentare un ciclo di pillole anticoncezionali anche su individui maschili (tenuto conto, naturalmente, della frequenza di assunzione e della resistenza alla cottura di tali sostanze). In America Latina la Monsanto, multinazionale nel campo delle biotecnologie che detiene il monopolio degli OGM a livello mondiale, è interessata soprattutto alla coltura della soia. Nonostante il progetto dell’ALCA si sia arenato, è notizia recente che il governo argentino abbia emanato una legge ad hoc per tutelare gli interessi della compagnia. Poichè dal raccolto di soia OGM si ottiene una quantità di semi maggiore del dovuto, le eccedenze sono state commercializzate senza i dovuti controlli ed i contadini hanno iniziato a coltivare soia OGM con semi della proprietà della Monsansanto. La multinazionale, gelosa dei propri brevetti, ha fatto pressioni sul governo argentino affichè, nel caso i semi dei contadini vengano contaminati da quelli della Monsanto, essi divengono proprietà della stessa.

Essendo gli Stati Uniti un Paese dalla produzione capital intensive (specializzata quindi in servizi e nella produzione tecnologica), secondo il paradosso di Leontief essi dovrebbero specializzarsi in attività produttive richiedenti un’alta percentuale di capitale per poi esportare, importando invece beni da quei paesi dove la produzione è labour intensive. Pur difettando di una specializzazione, il paradosso ci aiuta a capire la discrasia di valutazione che gli Usa fanno nei confronti delle proprie esportazioni capital intensive e delle importazioni che vedono come intensivo il fattore lavoro. Il custodire abilmente i propri brevetti è segno che, il libero mercato va bene, ma soltanto per i beni a bassa percentuale di capitale, come quelli agroalimentari. Lì gli Stati Uniti possono vantare di una grande produzione e magari di economie di scala, con costi medi decrescenti, battendo sulla quantità (e sul prezzo) i propri competitors. Bombardare l’Europa e l’America Latina di beni a lavoro intensivo, contando sul fatto che i salari statunitensi sono decisamente più bassi di quelli europei, rientra perfettamente in quest’ottica. Gli Usa importerebbero materie prime e semilavorati dall’America Latina, per poi rivendere in loco il bene finale. I beni americani arriverebbero sui due mercati in questione alleggeriti dal carico dei dazi, e smantellerebbero la concorrenza interna, come detto in precedenza, sia dal lato della quantità che da quello dei prezzi. Per i beni e servizi ad alta percentuale di capitale, invece, si tengono ben stretto l’oligopolio: saranno sicuramente esportati anche in mancanza di una specializzazione, ma senza inficiarne il prezzo nè facilitandone la liberalizzazione. La stessa storia si ebbe con la ratifica del TPP per la Nuova Zelanda, che contestava le strategie commerciali aggressive degli Usa in nel settore produttivo dove i brevetti contano maggiormente, l’industria farmaceutica.

Insomma, risulta facile notare come sia l’ALCA che il TPP siano antesignani di quello che sta per avvenire in Europa, e quindi in Italia, con il TTIP. Un trattato dall’impatto economico e sociale ancora non del tutto quantificabile, ma dagli infimi vantaggi: le stime dicono che, in 13 anni, il Pil aumenterebbe appena dello 0,03% annuo. (1) Il tutto introducendo un darwinismo industriale secondo cui, nel caso in cui uno Stato abbia un vantaggio comparato in un settore, esso debba specializzarsi riallocando al suo interno la manodopera proveniente dagli altri settori. Come se riconvertire un lavoratore equivalga a riconvertire un’azienda. Ma per sopravvivere ciò sarà necessario, poichè competere nello stesso settore con grandi produzioni sarà impossibile: la stessa domanda interna verrà dirottata verso i beni esteri, dalla qualità e dal prezzo minore, con relativo peggioramento delle partite correnti. E’ logico che gli Stati Uniti chiederanno un contraltare all’abbattimento dei dazi e all’aumento delle esportazione europee nel loro mercato. La ratifica dell’ALCA venne fermata dal colpo di reni di Stati forti che, pur non vantando la solidità di quelli europei, intuirono quelle che sarebbero state le conseguenze. In Europa, nel XIX secolo, nacque lo Stato moderno. In Europa, nel caso di ratifica del TTIP, lo Stato moderno morirà.

“La scuola insegna, ma non ha scolari” Antonio Gramsci

 

(1) CEPR