Uomini senza radici. Questa è la premessa e allo stesso tempo l’implicazione del sistema ideologico alla base dell’apparentemente ineluttabile capitalismo globale. Il processo di integrazione economica, a partire da quello europeo, presuppone, per la sua perfetta realizzazione, una specifica quanto ovvia condizione: l’assoluta mobilità dei fattori di produzione. L’intero assetto politico-economico deve essere, dunque, volto a garantire la massima flessibilità tanto del capitale quanto del lavoro. A spostarsi il più rapidamente possibile, assecondando le mutevoli condizioni di mercato, non devono essere solo le risorse materiali, ma anche i lavoratori che, non a caso, finiscono per essere concepiti come veri automi. 
 
L’assunto filosofico di fondo è che i lavoratori, qualora il gioco di domanda e offerta richieda di allocare il capitale altrove, siano pronti a far le valigie e a cambiar dimora, con buona pace delle plausibili relazioni umane e del legame con la propria terra. Uomini senza una comunità di appartenenza, la cui aristotelica e naturale attitudine allo “zoon politikon” (il famoso “animale politico”) è sacrificata in nome della mobilità perfetta e assoluta. In altre parole, l’idea alla base del capitalismo globale è che ciascun agente si comporti come una monade o, per utilizzare le parole del filosofo francese contemporaneo Michéa, come un “atomo assoluto”, ovvero sciolto (“absolutus“) da qualsiasi legame sociale. La metafisica capitalista, tutta centrata su un individualismo di matrice protestante, è, così, volta alla creazione dell’homo novus, incarnazione compiuta dell’homo oeconomicus, perseguente solo ed esclusivamente i propri interessi proprio perché sradicato da qualsiasi forma di vita relazionale. 
 
Mobilità che è un elemento consolidato dell’economia americana ma che tanto va di moda anche nell’Italia renziana. Basta considerare la bozza della riforma della PA, la quale prevede il trasferimento senza assenso dei dipendenti pubblici fino a cento chilometri, per “motivate esigenze tecniche, organizzative e produttive”. Mobilità che fa rima e binomio con un’altra parolina magica, ennesimo mantra di questi tempi: flessibilità. L’homo novus deve essere non solo perfettamente mobile, ma anche multiforme, capace di cambiare arte e mestiere qualora l’economia lo richieda, come se non esistessero a priori delle vere vocazioni lavorative. Le scelte occupazionali, da espressione della libertà della persona, si riducono ad essere in maniera sistematica (dunque non temporanea come nel caso di una contingente recessione economica) mere conseguenze delle condizioni di mercato. Uno scenario che viene reso meno inquietante da rassicuranti espressioni quali “flexsecurity” che, in chiave europea, rappresenterebbe il connubio tra sicurezza occupazionale e flessibilità. 
 
L’uomo con radici (sociali, professionali e territoriali) non garba al capitalismo globale, fondato sul movimento perenne e proteso verso un progresso senza limiti: esso, come suggerisce ancora Michéa, coccola l’ideale di un “uomo senza qualità” (o meglio, un uomo infinitamente flessibile e malleabile) che “non è a casa sua da nessuna parte” (internazionalismo imperante di retaggio illuminista) e che “vive un’esistenza di rotture e di traslochi”. Di fronte a questo capitalismo ideale che atomizza, snaturandole, le masse dei lavoratori riecheggia il monito sturziano sull’impossibilità di un’economia monadizzata e sulla necessità di concepire organicamente il sistema economico, proprio perché derivante dalla persona, che racchiude in sé in maniera indissolubile individualità e socialità.