Il canadese naturalizzato americano John Kenneth Galbraith è stato uno degli autori più letti della storia dell’economia. Professore universitario, diplomatico e ovviamente economista, è stato una delle figure più influenti nel panorama politico e accademico del ventesimo secolo. Nato nel 1908 in Ontario, Canada, da una famiglia contadina, Galbraith eredita dai genitori, sindacalisti dell’Unione Agricoltori Canadesi, la passione per la politica. Dopo aver ottenuto un diploma in Agraria all’Ontario Agricultural College vince una borsa di studio per l’Università di Berkeley in California, dove otterrà laurea e dottorato specializzandosi in Economia agricola. Nel 1934 inizierà ad insegnare ad Harvard, dove nel corso della sua vita, seppur in maniera intermittente, rimarrà per oltre 50 anni, diventando un’icona della prestigiosa università.

In quegli anni le teorie di John Maynard Keynes scaldavano gli animi degli economisti, perché promettevano soluzioni ai problemi più urgenti dell’epoca: la depressione economica e la disoccupazione. Proprio per approfondire le idee del padre della macroeconomia, nel 1937 Galbraith accettò una borsa di studio annuale presso l’università di Cambridge. Purtroppo Keynes si stava riprendendo da un attacco di cuore e Galbraith non poté frequentare i suoi corsi, ma l’impronta keynesiana sarà comunque ben visibile in tutto il suo lavoro.

Nella sua vita ha ricoperto l’incarico di capo-economista dell’American Farm Bureau Federation, la potente organizzazione delle aziende agricole statunitensi, ha assunto importanti posizioni governative nel corso della Seconda guerra mondiale, è stato nominato ambasciatore in India durante l’amministrazione Kennedy, e ha trovato il tempo per diventare un romanziere di successo e un esperto di arte orientale.

Galbraith (primo da sinistra) ambasciatore in India nel 1961

Ken Galbraith come amava farsi chiamare, è stato ammirato, invidiato e spesso criticato per la sua arguzia e la sua straordinaria abilità nel rendere comprensibili questioni estremamente complicate. Per queste ragioni è stato spesso inviso al mondo accademico tradizionalista; il Premio Nobel Paul Samuelson descrisse Galbraith come “il più importante economista americano per i non economisti” aggiungendo però che:

(…) sarà ricordato e letto quando la maggior parte di noi Premi Nobel sarà confinata nelle bibliografie di libri polverosi.

L’attacco al pensiero neoclassico

Nel suo complesso, possiamo definire il lavoro di Galbraith come una forte critica al pensiero economico neoclassico accompagnata da una analisi piuttosto impietosa nei confronti della moderna società capitalistica. Nel mirino di Galbraith finisce il “pensiero convenzionale”, ovvero l’insieme di idee comunemente accettate e date per vere, una sorta di saggezza unanimemente condivisa su cui le persone basano le loro decisioni nella vita di tutti i giorni.

Il suo approccio si può considerare rivoluzionario in quanto stabilisce la necessità di cambiare le nostre idee quando cambiano le situazioni. La sua critica è aspra nei confronti delle idee centrali delle teorie classiche, ma non perché le ritenga genericamente errate, bensì semplicemente sorpassate e non adatte al mondo contemporaneo, seguendo le sue parole:

L’obsolescenza di queste teorie è dovuta al fatto che quello che è conveniente è diventato sacrosanto e intoccabile.

Il sistema neoclassico diventa quindi superato in quanto descrive una società che non esiste più, sostituita da una società capitalistica molto diversa rispetto a quella di fine ‘700, quando Adam Smith elaborava la sua “Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni”. Nella critica di Galbraith al capitalismo moderno si possono trovare numerose teorie che sfidano l’ortodossia in campo economico, ma due in particolare sono considerate di grandissima importanza.

L’effetto dipendenza

Secondo Galbraith il capitalismo moderno è dominato dalle grandi imprese e caratterizzato da una abbondanza di desideri completamente inventati che sono il prodotto della pianificazione aziendale e della pubblicità. Nel suo libro “The Affluent Society”, tradotto in italiano come “La società opulenta”, pubblicato nel 1956, l’autore afferma:

Man mano che una società diventa più ricca, i desideri vengono creati sempre di più dal processo attraverso il quale vengono soddisfatti (…). I desideri diventano così dipendenti dalla produzione. In termini tecnici non si può più presumere che il benessere collettivo sia maggiore con un livello di produzione più elevato rispetto ad un livello inferiore. Una maggiore produzione è data semplicemente da un livello più alto di creazione dei desideri che a sua volta richiede un livello più alto di soddisfazione degli stessi. Questo processo prende il nome di Effetto Dipendenza.

Non sono quindi i consumatori ad avere l’ultima parola nel moderno sistema industriale, bensì le colossali multinazionali che producono beni e servizi: sono loro a decidere cosa produrre e sempre loro a plasmare i gusti del pubblico, in modo da indurli a comprare i loro prodotti.

L’economia ortodossa sostiene invece che l’iniziativa spetta al consumatore, che acquista beni e servizi sul mercato in base ai suoi desideri personali. Le teorie neoclassiche della scelta razionale del consumatore prendono i desideri come dati. Dire che i consumatori massimizzano la loro utilità, afferma Galbraith, pone l’importante domanda su come i consumatori formulino questi desideri. E, se i desideri devono essere creati attraverso la pubblicità, quanto possono essere urgenti e razionali? Inoltre, la teoria neoclassica della domanda dei consumatori, con la sua enfasi sulla sovranità di questi, implica che sia il mercato a dettare la composizione ottimale della produzione e dell’allocazione delle risorse. Questa visione, ha affermato Galbraith, ha poco senso:

Non si può difendere la produzione come soddisfazione dei desideri se è la stessa produzione a creare i desideri.

Le implicazioni di tutto ciò si fanno sentire anche in termini di politica economica, in quanto comporteranno una minore e probabilmente insufficiente allocazione di risorse destinata ai beni pubblici. La creazione di desideri artificiali attraverso la pubblicità e la propensione all’emulazione farà sì che, ad esempio, sarà considerato più importante avere nuove automobili piuttosto che nuove strade, o allo stesso modo i fumetti o nuovi costumi da bagno assumeranno rilevanza maggiore rispetto a scuole o piscine pubbliche. Un modo per contrastare questo squilibrio, secondo Galbraith, sarebbe quello di imporre tasse sulla vendita di beni e servizi di consumo, usando le maggiori entrate per aumentare la spesa nel settore pubblico.

La tecnostruttura delle grandi aziende

Il secondo grande contributo di Galbraith alla critica della teoria neoclassica risiede nella sua analisi della moderna realtà aziendale. Secondo i classici, il comportamento delle imprese è volto alla massimizzazione dei profitti. Per Galbraith invece questo può essere vero solo nelle piccole imprese, dove i proprietari gestiscono in prima persona i loro affari, ma non è certamente valido in quello che lui chiama il “settore della pianificazione”, riferendosi alle poche centinaia di colossi industriali che producono la metà dei beni dell’intero pianeta. In questi giganti vi è una distinzione netta tra proprietà e gestione: la prima è rappresentata da milioni di azionisti sparsi per il mondo che non hanno nessun controllo sulle operazioni dell’azienda, mentre la gestione è esercitata dalla “tecnostruttura”, ovvero una élite di professionisti composta da manager, addetti al marketing, ingegneri, scienziati e così via.

“La società opulenta” di J.K. Galbraith

Normalmente in queste grandi aziende non è possibile per il piccolo azionista avere un controllo diretto sul management. Se non è d’accordo con le decisioni prese dai vertici aziendali la soluzione più semplice è quella di venderne le azioni e comprare quote di altre società. Diventa quindi difficile pensare che la tecnostruttura abbia come obiettivo prioritario la massimizzazione del profitto di milioni di anonimi azionisti, e infatti secondo Galbraith i reali obiettivi sono la sopravvivenza e la crescita.
Per sopravvivenza si intende la necessità di ottenere un profitto sufficiente a rendere gli azionisti moderatamente soddisfatti e a trovare risorse per nuovi investimenti, mentre la crescita aziendale è vista come un modo per ottenere vantaggi finanziari, in termini di premi o incrementi di stipendio, per la stessa tecnostruttura.

Nella teoria classica, gli oligopolisti restringono la loro produzione in modo da far alzare i prezzi e quindi massimizzare i profitti; secondo Galbraith, invece, i prezzi vengono fissati a livelli relativamente bassi in modo da ottenere un profitto decente, ma con l’obiettivo principale di far aumentare le vendite e la produzione e di conseguenza far avere alla tecnostruttura vantaggi in termini di cospicui bonus.
Il modo per contrastare l’oligopolio, secondo l’ortodossia economica, è il lasseiz-faire, la libera concorrenza che porterà nel lungo periodo le forze economiche a produrre il miglior risultato possibile per il benessere collettivo; al contrario Galbraith vede la necessità di un ruolo notevolmente ampliato per lo Stato nell’economia moderna.

Nella sua opera principale, “The New Industrial State”, ovvero “Il Nuovo Stato Industriale”, pubblicato nel 1968, afferma quanto sia essenziale che lo Stato strappi il controllo della pianificazione economica alle tecnostrutture, riportando in primo piano lo scopo del benessere pubblico. Questo potrà essere fatto in vari modi, ad esempio attraverso la creazione di una agenzia pubblica che controlli i livelli dei prezzi delle grandi imprese e di una autorità statale di pianificazione, che coordini l’attività economica. Galbraith si è spinto anche oltre chiedendo la redistribuzione del reddito da parte del governo attraverso il controllo pubblico degli stipendi dei dirigenti e una tassazione fortemente progressiva, attirandosi le ire dell’establishment economico americano dell’epoca che lo ha marchiato come “bolscevico”.

Le critiche alle sue teorie

L’attacco di Galbraith all’economia classica ha prodotto reazioni a volte anche durissime da parte di molti economisti, tra i quali alcuni Premi Nobel. Milton Friedman pensava che tutto il lavoro di Galbraith portasse a negare il libero arbitrio del consumatore, e quindi di fatto a sostenere l’autorità morale dell’aristocrazia industriale, che poteva quindi determinare a piacimento le volontà dei consumatori.

Un altro economista, Robert Solow, affermava che la principale obiezione che Galbraith, così come altri riformatori, poneva al libero mercato era quella di frustrare la realizzazione delle loro riforme, in quanto il libero mercato consente alle persone di avere ciò che vogliono e non quello che vogliono i riformatori.

Paul Krugman è arrivato a definire Galbraith come:

Uno dei tanti autori che scrivono esclusivamente per il pubblico, al contrario di quelli che scrivono per il mondo accademico, e che pertanto non sono tenuti a fare diagnosi accurate e possono offrire risposte semplicistiche a problemi economici complessi.

D’altronde come scritto da Stephanie Flanders sul Financial Times il giorno della sua morte, avvenuta nel 2006 alla veneranda età di quasi 98 anni, Galbraith credeva fortemente che l’economia non fosse una scienza, bensì una continua interpretazione delle attuali circostanze, e per questo motivo per spiegarne le implicazioni non erano necessarie complesse teorie immutabili nel tempo.

Non sono mancati ovviamente anche gli estimatori, ad esempio Amartya Sen, che ha sempre sostenuto come Galbraith fosse senza dubbio uno degli economisti più influenti di sempre e il suo “The Affluent Society” così colmo di intuizioni di primissimo livello da essere date per scontate, tanto da fargli affermare che leggere questo libro “(…) è come leggere oggi l’Amleto di Shakespeare e credere che sia pieno di citazioni”.