In un mondo pervaso da profondissime ineguaglianze, con intere nazioni dilaniate dalla povertà e dalla fame, e con paesi sviluppati che combattono contro la stagnazione economica e alti tassi di disoccupazione o sottoccupazione, sembra che si possa affermare che il capitalismo inteso in senso ampio e nelle sue varie forme, come sistema economico ma soprattutto come sistema sociale abbia sostanzialmente fallito.

Vi sono segnali incontrovertibili che vanno in questa direzione. La continua formazione e il conseguente scoppio di bolle speculative sui mercati finanziari, che spesso vanno a colpire indiscriminatamente le persone meno abbienti e con minori possibilità di reagire a tali situazioni. Il precariato diffuso e quasi istituzionalizzato che maschera, e spesso altera in maniera consistente i dati sull’occupazione che sarebbero ben più drammatici. Lo strapotere delle multinazionali che sono pronte a sfruttare il bassissimo costo del lavoro nelle regioni più povere del mondo e allo stesso tempo riescono a eludere le tassazioni sui loro utili grazie a compiacenti paradisi fiscali, contribuendo alla incredibile concentrazione di ricchezza in pochi grandi centri finanziari a cui si contrappone il degrado e la povertà delle periferie. Considerando anche il deterioramento delle condizioni ambientali e climatiche, ci sembra di poter dire che i danni apportarti dal capitalismo a livello globale siano superiori ad ogni attuale e futuro beneficio se considerati a livello planetario. Per capire come si sia arrivati a questo punto occorre fare un passo indietro e guardare a come è nato e si sia sviluppato il liberismo economico.

Sebbene il termine “capitalismo” non sia stato usato prima della seconda metà del 1800, i concetti alla sua base hanno radici ben più lontane. Pensiamo ad esempio alla dottrina morale della Chiesa Cristiana che ha contribuito in maniera fondamentale a formare il pensiero e la mentalità di gran parte della popolazione europea durante il Medio Evo. Se da un lato attraverso le sacre scritture si lodava il valore etico del lavoro, dall’altro l’amore per il denaro era visto come una tentazione malefica in quanto la convinzione predominante era quella che il guadagno di una persona comportava invariabilmente la perdita per altri.

Ma nonostante questo i mercanti dell’epoca si comportavano fondamentalmente da moderni capitalisti, erano pronti ad accettare grandi rischi, garantivano e ricevevano credito, investivano ed entravano in competizione tra loro con l’obiettivo di ottenere profitti ed accumulare ricchezza. A partire dal 1400 la ricerca di nuovi mercati e nuove risorse diede una spinta cruciale all’espansione anche territoriale di alcune nazioni europee come la Spagna ed il Portogallo. Certamente la nascita del colonialismo fu causata da una molteplicità di fattori, ma è difficile negare che tra questi vi fossero anche la cupidigia e le ambizioni crescenti delle potentissime caste dei mercanti. Basti pensare a quello che diventò a partire dal 1600 la Compagnia Britannica delle Indie Orientali, l’impresa commerciale più potente dell’epoca che dominò la scena economica mondiale, incidendo pesantemente anche a livello politico e militare per oltre 250 anni.

L’elemento speculativo associato al possesso di capitali crebbe esponenzialmente, ma la prospettiva di enormi profitti si accompagnava al pericolo di clamorose perdite. La prima bolla speculativa per come la intendiamo oggi possiamo farla risalire al 1720, con il fallimento della English South Sea Company. Nei mesi precedenti il governo britannico aveva garantito a questa impresa il monopolio del commercio con il Sud America, offrendo diritti su territori controllati da altre nazioni o non ancora scoperti, dando il via ad una clamorosa follia speculativa di massa. Alla Royal Exchange di Londra, antesignana della moderna Borsa, vi fu una vera e propria corsa di un numero consistente di investitori all’acquisto delle azioni di questa compagnia facendo aumentare il loro prezzo da 100 a 905 sterline in solo un mese. Migliaia di persone investirono tutti i loro soldi aspettandosi grandi guadagni, ma andarono incontro alla perdita totale del loro denaro nell’estate del 1720 quando fu chiaro che la English South Sea Company non sarebbe stata in grado in alcun modo di fare affari in quei territori controllati militarmente da Spagna e Portogallo. Tra l’altro fu anche il primo clamoroso caso di insider trading, in quanto i fondatori della compagnia erano a conoscenza della scarsissima profittabilità dell’impresa ma furono tra i fautori della diffusione di notizie infondate mirate a scatenare la corsa all’acquisto.

Statue di Hume, Alexander Stoddart

Nel diciottesimo secolo la Gran Bretagna era la nazione più capitalista in Europa e probabilmente nel mondo, non sorprende quindi che proprio qui pensatori come David Hume e Adam Smith iniziarono a gettare le basi del moderno liberismo. In realtà, almeno all’epoca, le discussioni erano focalizzate sul bene comune, ovvero il perseguimento di un ragionevole interesse personale doveva portare ad un beneficio per tutti, il vantaggio di qualcuno non avrebbe dovuto essere lo svantaggio di qualcun altro. L’impresa commerciale avrebbe dovuto promuovere delle virtù positive come la perseveranza, il rigore e la razionalità delle decisioni, la disciplina. Secondo Adam Smith l’affermazione di una società capitalistica (chiamata in realtà commercial society) avrebbe dovuto portare ad un incremento della ricchezza comune, un nuovo ordine sociale basato sulla cooperazione, senza l’intervento arbitrario dello Stato dove il rispetto per la libertà e la responsabilità individuale avrebbe portato ad una maggiore capacità di risolvere i conflitti attraverso i compromessi piuttosto che le guerre.

A partire dal diciannovesimo secolo diventa chiaro che la visione romantica della società commerciale concepita da Adam Smith lascia il posto ad un capitalismo industriale basato su fabbriche con macchinari sempre più efficienti e lavoro a basso costo. Le ricchezze iniziano ad accumularsi nelle mani dei pochi che hanno il capitale necessario per investire in miniere, agglomerati industriali e ferrovie, e le differenze tra ricchi e poveri iniziano a diventare molto visibili. Tutto questo diventa la base empirica per la crescita dei movimenti dei lavoratori ostili agli elementi fondamentali del capitalismo, nonché l’ambiente ideale per sviluppare feroci critiche al sistema come quelle apportate da Karl Marx nella sua opera più nota, Das Kapital del 1867. In risposta all’affermazione dei movimenti operai e delle teorie di Marx ed Engels, l’economista austriaco Ludwig Von Mises nel suo Nation, State and Economy del 1919 pone le fondamenta della dottrina economica chiamata neoliberismo, volta a superare la vecchia idea liberista in funzione antisocialista.

Ludwig von Mises

Mises considerava il socialismo distruttivo affermando che solo la libera fluttuazione dei prezzi garantita dalla concorrenza perfetta può portare a scelte razionali dei consumatori. Ancora una volta la soluzione proposta è la quasi totale assenza dell’intervento statale in economia, una regolamentazione minimale del lavoro ed un ridimensionamento del potere dei sindacati, mentre la tassazione e l’inflazione sono i veri nemici contro cui combattere. La Grande Depressione del 1929 e la seconda guerra mondiale sembrano portare l’idea neoliberista a svanire, aprendo le porte a due soluzioni diverse. Le nazioni occidentali e il Giappone, economicamente e materialmente in ginocchio dopo la guerra, daranno vita a quella che poi verrà chiamata l’era di John Maynard Keynes caratterizzata da aumenti della spesa pubblica volti a stimolare la domanda interna e ad una maggiore attenzione al Welfare ovvero al benessere sociale. In Unione Sovietica e nei suoi paesi satelliti è invece il modello alternativo della pianificazione economica centralizzata a farla da padrone.

Il boom economico keynesiano ebbe però vita breve. La stagnazione economica degli anni ’70 unita alla necessità di contrapporsi politicamente ed economicamente al blocco sovietico socialista riportarono in auge il pensiero neoliberista ed economisti come Friedrich Hayek e Milton Friedman diventarono il riferimento per le politiche economiche di Margaret Thatcher a Londra e Ronald Reagan negli Stati Uniti.  E’ l’inizio della fase più aggressiva del sistema neoliberista i cui teorici si dividono in due fazioni. Il neoliberismo angloamericano continua a vedere il mercato come un meccanismo in grado di raggiungere da solo il suo equilibrio. L’efficienza del mercato si realizza attraverso i meccanismi dei prezzi che a sua volta trovano nella concorrenza perfetta la loro ragione d’essere. Le ricette economiche proposte consistono in tagli della spesa pubblica, privatizzazioni, eliminazione o forte riduzione dei controlli sul mercato lasciato quasi completamente libero da vincoli o regolamentazioni.

In Europa si riprendono invece gli insegnamenti della scuola economica di Friburgo, riportando in auge i pensieri degli economisti tedeschi Walter Eucken e Ludwig Erhard che nella rivista “Ordo” fondata in realtà alla fine degli anni ‘30 sostenevano che il mercato lasciato a se stesso avrebbe favorito la formazione di cartelli e monopoli alterandone l’efficienza e impedendo la libera concorrenza. L’Ordoliberalismo si oppone quindi al rigoroso laissez faire, in quanto auspica una relazione stretta e collaborativa tra lo stato e il capitale privato. La supremazia del mercato non deve avvenire spontaneamente ma deve essere creata. Si arriva ad un ribaltamento completo del ruolo dello Stato pensato dagli economisti classici, che ben lontano da essere esclusivamente il garante della proprietà privata auspicato da Adam Smith, deve essere attivo nel modellare la società in funzione delle esigenze del mercato.

Milton Friedman

Se dal punto di vista economico i risultati delle politiche neoliberiste in tutte le loro sfumature sono stati altalenanti in termini di crescita e quantomeno dubbi a livello geopolitico, è dal punto di vista dei costi sociali che possono essere considerati un vero disastro. Il neoliberismo ha contribuito in maniera fondamentale a favorire la concentrazione di potere e ricchezza nelle mani di singoli individui o colossi multinazionali, in grado non solo di dettare legge in maniera quasi monopolistica sui mercati, ma allo stesso tempo di esercitare fortissimi pressioni politiche.

Per molti la grande crisi finanziaria del 2008 avrebbe dovuto segnare la fine delle politiche liberiste, constatandone in maniera definitiva ed inappellabile il fallimento. Invece la grande e profonda trasformazione che avrebbe dovuto porre fine al sistema universale neoliberista non solo non è stata attuata, ma in qualche modo la situazione è addirittura peggiorata. Il predominio della finanza sull’economia ha portato Wall Street ed in generale le Borse mondiali, ad avere più potere politico dei governanti stessi. Tutto è asservito alla logica del profitto. Persino nelle nazioni più ricche viene detto ai cittadini che non è possibile avere una maggiore protezione sociale, salari più alti, tassazioni progressive o semplicemente una legislazione più equa del sistema finanziario in quanto “lo stato perderebbe competitività”. Le elite neoliberiste continuano a promettere che le loro politiche porteranno a rapide crescite economiche di cui tutti beneficeranno, nel frattempo i lavoratori saranno però costretti ad accettare stipendi più bassi e tagli alla spesa pubblica che continueranno a peggiorare la loro qualità della vita.

La realtà è che malgrado il suo nome, l’era neoliberista si è dimostrata molto lontana dall’essere liberale, ha imposto una ortodossia economica in cui i pochi che hanno provato a dissentire sono stati trattati come eretici. Ma forse è proprio dalla crisi climatica e ambientale che potrebbe arrivare una svolta. Se il sospetto che questa nuova ed universale ricerca di sostenibilità sia solo la nuova veste con cui la lobby neoliberista cerca di intercettare nuovi mercati e potenziali clienti, è innegabile che nel lungo periodo le politiche del pensiero economico dominante potrebbero porre letteralmente fine alla nostra civiltà.  L’unica speranza è quella dell’insorgere di una nuova consapevolezza che ponga fine alla logica del profitto ad ogni costo, un nuovo Illuminismo come lo definisce il premio Nobel Joseph Stiglitz, che superi l’oscurantismo del mercato per ritrovare valori come la libertà, il rispetto ed il benessere comune.