Mentre gli italiani si apprestano ad affrontare la chiusura delle attività commerciali, senza dubbio l’atto più estremo dal dopoguerra, anticipato da rocambolesche fughe di bozze sulle neo (e già antiquate) zone rosse, improvvidi toni rasserenatori e accuse agli operatori sanitari sul non rispetto dei protocolli, mentre si sprecano le riverenze ai benefattori influencers che invitano a raccogliere donazioni per gli ospedali senza perder occasione per mostrarsi come nababbi caritatevoli, mentre i parlamentari grillini rigurgitano dal loro cilindro il coniglio del microcredito per la terapia intensiva e le Sardine, dopo cultura, baci e abbracci in piazza, paiono esser finite sotto salamoia, non ci resta (da ignoranti in campo medico) che guardare al dopo CoVid-19 con ragionevole pessimismo cosmico, nei giorni in cui si disquisisce sulle misure economiche da adottare il prima possibile e si avvia un indegno dialogo con le istituzioni europee.

Crisi programmata e abbandono del moribondo

I danni pre-pandemia li indichiamo per dovere di cronaca e per avere chiaro il quadro per il quale i medici a breve si troveranno costretti, ormai al lumicino per strutture, posti letto, attrezzature e quantità del personale, ad operare scelte da terzo mondo quali selezionare chi curare e chi no. 37 miliardi € tagliati al Servizio Sanitario Nazionale, carenza di almeno 8 mila medici e 35 mila infermieri, circa 2 mld € tagliati agli operatori sanitari, drastica riduzione del rapporto di posti letti per 1.000 abitanti, dai 3,9 ai 3,2 in 10 anni, già abbondantemente al di sotto della media europea. 

Ad essere da terzo mondo effettivamente non sono le conseguenze illustrate, ma la causa di tale penuria. Non è un mistero, anche se in simili momenti di frenesia si tende a tacere per emergenziale unità nazionale, che lo sfacelo della sanità pubblica derivi da sottoscrizioni ad impegni come l’Europact (improntato sulla riduzione della spesa pubblica per il welfare) e da imposizioni di bilancio restrittive espressamente contrarie a quanto la Costituzione sottintende al fine (esplicito) di tutelare il diritto inviolabile, in quanto «primario e fondamentale», alla salute dell’individuo e della collettività. Nell’era in cui la credibilità agli occhi dei partner europei figura tra i boni mores centrali, agire sulla retta via dei conti in ordine tramite la riduzione della spesa pubblica (anche in campo sanitario), indicata dagli optimates europei, finisce per surclassare ogni diritto fondamentale. In favore dell’aspirazione ad ottemperare ai doveri da vincolo esterno si è abdicato da tempo all’adempimento delle ordinarie quanto imprescindibili funzioni statali di cui oggi i fanatici liberisti del non interventismo economico si accorgono di necessitare, riscoprendosi improvvisamente pro-deficit tardivi per cause di forza maggiore e crisi per essi inaspettate. La storia della cicala e della formica. Ormai anche i lettini delle rianimazioni sanno che grazie ad una maggior spesa, concentrata sull’incremento dei posti in terapia intensiva, sulle specializzazioni dei medici e sulle strutture ospedaliere, si sarebbe potuto fronteggiare una simile evenienza critica in maniera se non risolutiva, vista l’alta ospedalizzazione data dal coronavirus, quantomeno più serena.

Insomma, lo Stato manca come ossigeno nel sangue. Sillogismo infelice con la malattia, vero, ma rende bene l’idea di una programmata crisi da assenza statale che, andatasi a sommare a quella strettamente sanitaria, in questi giorni viene semplicemente disvelata agli occhi dell’opinione pubblica a scapito di vite e di estrema difficoltà per i lavoratori nel SSN. Vale la pena far notare quanto la competenza sanitaria europea si dilegui e scompaia all’occorrenza, mentre nel momento in cui si debba porre la condicio sine qua le procedure d’infrazione fanno capolino e si traducono nel dover tagliare risorse dedicate ai capitoli di spesa per la sanità (tra gli altri), allora eccome se quest’ultima diventa affare europeo su cui metter parola, o vincolo; la tecnocrazia blu stellata ha la caratteristica di lanciare il sasso e nasconder la mano, intromettersi sui temi di “competenza nazionale” (come dichiarato più volte in questi giorni), decretando, in base ad arbitrarie conclusioni sull’indebitamento dello stato membro sotto esame, austerità drastica in grado di gambizzare un comparto essenziale e, nel caso italiano, un modello elogiato su scala internazionale. Il risultato è quello di aver indotto un intero paese alla soglia della morte e di averlo abbandonato lì dov’era.

Ad essere debellata, subito dopo il Coronavirus, dovrebbe essere l’Unione Europea, reale genesi di questa crisi programmata, che nelle sue direttive ha predisposto scientemente, anno dopo anno, lo smantellamento del SSN, portandolo a livelli di inaudita esiguità… se solo non vi fosse la vigente Scientology mediatica e culturale dedita a genuflettersi al cospetto del suddetto vincolo esterno che schiaccia quelle che vengono presentate come antistoriche reminiscenze di democrazia costituzionale. 

Numero di posti letto per pazienti acuti in Italia, dal 1980 a oggi (Organizzazione mondiale della sanità)

Tutto chiuso. Anche il MES. 

È ufficiale: il testo dell’ultimo di tre decreti firmati da Giuseppe Conte stabilisce la chiusura (non esattamente totale) delle attività commerciali. C’è un ulteriore chiusura, in aggiunta a quella dei confini orientali nei nostri confronti: la negoziazione del MES, o Fondo salva stati, per il quale congiuntamente Movimento 5 Stelle e Lega, ai tempi del loro governo di coalizione, avevano chiesto lo stop. Un mese fa, dopo il valzer cautelativo della “logica di pacchetto” condotto da Giuseppi, era emerso il reale stato dell’arte, con la riforma del fondo chiusa e solo dettagli tecnici da perfezionare, poiché i rappresentanti francesi (va specificato) sono stati gli unici a sollevare l’annosa questione delle single-limb CACs da allegare ai titoli di stato.

Nonostante la formale ratifica della riforma fosse prevista per aprile, l’Eurogruppo, il quale per la sua natura informale si è chiamato al di fuori del concetto di trasparenza (presupposto di per sé quantomai ostile per abbinare ai nostri titoli di stato delle clausole di ristrutturazione del debito sovrano), pone come tema di discussione nella prossima seduta del 16 marzo la finalizzazione del MES in vista della firma conclusiva. Al primo posto dell’ordine del giorno. Con un’emergenza sanitaria in Italia e l’espansione consistente della pandemia nel resto d’Europa; il CoVid-19 e le relative misure economiche sono al terzo posto, giusto prima delle varie ed eventuali. 

La priorità assoluta per l’Unione Europea non è il benessere della “grande famiglia europea”, è il MES. Nato e chiuso nel sotterfugio, con il meschino benestare di rappresentanti (di chi e soprattutto di quali interessi?) timorosi ora più che mai di non vedersi autorizzare briciole di concessioni sul bilancio. Quale momento migliore di questo, una crisi psicologica, oltre che sanitaria, per cedere quel che resta della sovranità? Prendendo in prestito le parole di Churchill, lo sottolinea il Presidente del Consiglio quanto sia “la nostra ora più buia” e lo ribadisce Gualtieri in audizione alla Commissione bilancio, in nome del clima di unità nazionale, ora non è tempo di strumentalizzare, né farne una “polemica politica”. La viruscrazia, sfruttata a mo’ di instrumentum regni dal dispotismo eurocratico, ha declassato a polemicuccia il dibattito politico e la contrarietà ad uno dei mezzi coercitivi della “cassetta degli attrezzi di cui dispone la UE per affrontare le crisi”, che all’Italia costerà, lo ricordiamo, almeno 125 mld €. Ad ogni modo, ora o più avanti (qualora in Eurogruppo si decidesse all’ultimo di rimescolare le carte delle priorità), sarebbe sufficiente evitare di firmare, dal momento che non vi è alcun obbligo a carico dell’Italia, se non quello autoimposto nella speranza senza garanzie di vedersi concedere della flessibilità (irrisoria) da figliastri. Ancora una volta ecco il filone conduttore della vita in Eurozona, pandemia o meno: il vincolo esterno, che poi non è altro che un ricatto.

Membri del “Management board” (in ordine da sx a dx): Rolf Strauch, Christophe Frankel, Françoise Blondeel, Klaus Regling, Kalin Anev Janse, Sofie de Beule-Roloff e David Eatough

L’Unione Europea non esiste e la BCE ci sta uccidendo

Il contagioso Coronavirus, immobilizzando gran parte delle imprese e delle attività commerciali aperte al pubblico su tutto il territorio nazionale, ci insegnerà, a conti fatti, che di smartworking non si campa e che lo scenario economico reale, una volta sconfitto il mostro, sarà fatto di macerie. Insomma, verrà il momento in cui dovremo chiederci quanto ci è costato riversare sulle numerosissime imprese e sui loro dipendenti (senza tutele soprattutto in questa emergenza) gli effetti di un approccio ideologico iniziale, oscillante tra il no razzismo e il no allarmismo, risoltosi infine in un barricamento pressoché totale. Allora di norma accade, nei paesi la cui Banca Centrale svolge le sue funzioni statutarie, che oltre ad intervenire sui tassi d’interesse, si decida di avviare una stagione di politiche monetarie espansive per ovviare al periodo di stallo e stimolare l’economia ferma o sull’orlo di una recessione. In altre parole monetizzare il debito e “pompare liquidità”, fare immissione monetaria, proporzionata all’entità dello shock e alla necessità di benzina per rimettere in piedi la nazione intera e promuovere politiche di occupazione. Ne sono un esempio di questi giorni Cina, USA, Giappone e Regno Unito, con i dovuti distinguo.

Ma veniamo a noi, poveri membri di un’unione monetaria, impantanati nell’obbligo di rivolgerci alla tutt’altro che empatica Christine Lagarde per chiedere ciò che nei paesi sopra elencati è normalità. All’interno del superstato europeo in pasto ai mercati (solo quelli e la circolazione dei capitali non chiudono mai), un’immissione monetaria è pari alla biblica manna dal cielo, sorretta da una narrazione che vede nani della BCE scavare nelle miniere dell’Eurotower con sudore e fatica per recuperare pepite d’oro; nel magico mondo onirico dell’Euro la moneta infatti è raccontata come un bene scarso, prezioso, introvabile, così tanto che il richiamo all’azione governativa dei leader UE in notturna da parte di Christine per evitare una nuova crisi nera, viene molto prima di patetiche rassicurazioni da copione come “faremo tutto il possibile”.

La storia ci ha insegnato che ciò è da tradursi in un invito ai paesi a racimolare autonomamente soldi dirottandoli da taluni capitoli di spesa ad altri, ricorrendo peraltro alle famose riforme strutturali. Insomma, ci viene lasciata in mano la patata bollente, ce la dobbiamo cavare da soli perché la liquidità per l’untore Italia è in (perenne) esaurimento. Le uniche misure annunciate dalla BCE per uscire dal guado sono un QE da 120 mld € per il 2020, per rimpinguare le pance degli investitori su piazze finanziarie estere tramite l’acquisto di titoli di stato sul mercato secondario, e prestiti mirati alle banche (TLTRO). Ergo, nemmeno un becco d’un quattrino nella ben più bisognosa economia reale, la quale subisce direttamente il blocco in toto della vita industriale e commerciale.  Come se l’ansiogena situazione attuale non bastasse, Lagarde decide di dare all’Italia il colpo di grazia della giornata. In conferenza stampa dichiara l’indisponibilità da parte della BCE, sotto la sua direzione, di ridurre gli spreads, affossando i Btp italiani! 


La presidente della Commissione dell’Unione europea manda un imprescindibile messaggio all’Italia

La reazione non può che essere, ovviamente, l’esplosione immediata dello spread e corrispondente tonfo storico di Piazza Affari in chiusura a -16%. Un inaccettabile e sconcertante attacco a viso scoperto da parte della banca centrale in un momento di simile catastrofe sanitaria senza precedenti. Eccola la professionalità e la terzietà di Christine Lagarde, la cui esperienza presso il Fondo Monetario Internazionale si fa sentire tutta.

D’altra parte, a livello di Commissione Europea, Vladis Dombrovskis non ha tardato a confermare il modus operandi comodamente fatalista dell’istituzione da lui rappresentata nel fornire aiuti agli stati, con palliativi ritraenti l’impatto economico del virus “temporaneo” e l’aspettativa per l’economia che “rimbalzi rapidamente” semplicemente con misure adottate dai governi nazionali. Un perfetto loop della reazione istituzionale europea alla crisi del 2008. A dire il vero l’iniziale laconico “valuteremo” se concedere flessibilità sul deficit, pronunciato dalla Commissione Europea si è lievemente modificato nelle ultime ore con gli sviluppi dei contagi nella ex-locomotiva tedesca, già in difficoltà da mesi sulla produzione industriale, e ha condotto, al di là di grotteschi messaggi propagandistici alla Achille Starace, alla promessa di costituzione di un fondo da 25 mld €. Un fondo, ancora una volta. 25 miliardi da co-finanziare, suddividere fra gli stati e successive stringenti condizioni di spesa da rispettare per rientrare nella rosa dei paesi virtuosi. Questo, ahinoi, è l’iter per avere accesso ad un fondo europeo.

Occorre sempre tenere a mente che ogni singola concessione in una struttura economica basata sullo status debitorio cela più o meno velatamente condizioni e vincoli cogenti. Così come per l’annuncio del Ministro Gualtieri di richiesta di autorizzazione all’indebitamento attraverso l’incremento degli stanziamenti, passati da 6,35 mld, con accordato scomputo dal saldo di bilancio strutturale per misure emergenziali dette una tantum, a 20 mld € finali, pari ad un aumento in percentuale di 1,1% deficit/PIL. Nulla rispetto alla portata di liquidità che servirà per rimettere in moto il paese. Tralasciando il via libera complessivo che ancora deve arrivare, contrattando con la Commissione ogni milione di deficit su PIL peggio che in un suq (a proposito di mercati), non solo l’Italia ha già messo sul piatto l’adesione incondizionata al MES, da approvare immediatamente all’apertura dell’Eurogruppo, ma ha anche promesso una modifica dell’OMT (obiettivo di medio termine del saldo finale al netto delle misure speciali) dal pareggio di bilancio ad un avanzo strutturale di 0,5% del PIL. 

La beffa di una bella ipoteca su tutti i gioielli di famiglia, dai titoli di stato ai bilanci futuri, si accumulano sul danno di un’emergenza ospedaliera epocale. Uno Stato lacerato, annientato, sotto ricatto e sotto attacco dalle istituzioni che dovrebbero sorreggerlo. È sufficientemente esaustiva la gravità degli eventi e delle azioni per dimostrare quale sia il virus più dannoso?