Due fenomeni su tutti hanno dominato la settimana dei mercati, caratterizzata da alta tensione e volatilità: il botto positivo del mercato obbligazionario e il tonfo di quello azionario dopo settimane di rally. Protagonisti del primo soprattutto Italia e Grecia, a dimostrazione che gli investitori continuano a credere nei Piigs, gli ex fanalini di coda dell’Eurozona. Atene è tornata con furore sul mercato dei bond a medio periodo, da cui mancava da ben quattro anni, collezionando ordini per 20 miliardi a fronte di un’obbligazione a 5 anni da 3 miliardi. Domanda che ha dunque superato l’offerta di quasi sette volte (incredibile se si pensa che nei momenti di crisi più acuta lo spread sui titoli greci toccava il 20%!).

Rilancio finanziario che, tuttavia, contrasta fortemente con il clima teso che ancora si respira nel paese dove ieri un ordigno è esploso, senza provocare gravi conseguenze, proprio di fronte alla Banca Centrale della Grecia. Anche i titoli di stato italiano continuano ad attirare capitali: perfettamente riusciti i collocamento di Bot e Btp, con tassi ai minimi storici (il tasso sul Btp a tre anni per la prima volta sotto l’1%), non lontani dagli analoghi Treasury americani. Fatto sospetto se si considera che mentre dagli Usa sono arrivati dati macroeconomici incoraggianti, soprattutto sul mercato del lavoro, l’Italia, invece, sembra non vedere ancora l’uscita dal tunnel. Dato confermato anche dal Wall Street Journal che ha espresso perplessità sull’entusiasmo degli investitori, descrivendo l’Italia come un paese di vecchi in cui le riforme sono state annunciate per anni ma quasi mai attuate e affermando che le possibilità di un ulteriore guadagno sul mercato italiano sono piuttosto limitate.

Completamente diversa la situazione sui listini azionari di tutto il mondo: è stata una settimana cominciata e chiusa in rosso. Se per le prime sedute si è parlato di prese di beneficio (ossia vendite da parte degli investitori per beneficiare della crescita del mercato delle scorse settimane), i sospetti che il rally sia giunto alla fine si sono rafforzati con il trascorrere dei giorni. Male tutte le borse europee (con Milano che chiude meglio di tutte a -1.07% con l’unico rimbalzo di Mps a +6.08%), sulla scia negativa del mercato americano, su cui ha pesato in particolare il crollo dei titoli tecnologici. L’high tech, infatti, ha perso in maniera trasversale, con pesanti ribassi tanto sulle aziende leader (Facebook, ad esempio, ha ceduto il 20% rispetto ai massimi dell’anno) quanto su quelle medio-piccole. Molto colpito il settore biotech che nell’ultimo quinquennio aveva garantito agli investitori ritorni anche del 250% ma che ha dimostrato in questa settimana tutta la sua vulnerabilità. Già a marzo l’indice biotech aveva perso l’11% e ad aprile promette di far peggio. La sensazione che i titoli del Nasdaq (chiusura a -1.14%) abbiano raggiunto la massima quotazione sostenibile ha creato un clima di tensione a livello mondiale. Non serve d’altronde neanche dar credito a previsioni apocalittiche: gli effetti dell’elevata volatilità di borsa sull’economia mondiale globalizzata sono tristemente noti. I primi a risentire dell’incertezza sul mercato americano, sono state le piazze asiatiche. Tokyo ha chiuso in calo del 2.4%, con una cessione settimanale del 7%, ai minimi da giugno dell’anno scorso. Sul tonfo nipponico hanno anche pesato le attese deluse degli investitori che aspettavano ulteriori stimoli monetari della Bank of Japan che, tuttavia, non sono arrivati. Hanno giocato sicuramente un ruolo importante le nuove indiscrezioni sulla scricchiolante stabilità cinese: esportazione e importazioni a Marzo sono calati ulteriormente, mettendo in dubbio la palma di primo trader mondiale ma soprattutto gettando ombre sulla capacità cinese di crescere al 7.5% (e infatti le autorità hanno definito “accettabile” anche un tasso di crescita leggermente inferiore).

Tutto ciò nella settimana in cui la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno emesso il loro verdetto riguardo la condizione dell’economia mondiale, confermando previsioni positive ma mettendo in guardia da possibili politiche monetarie restrittive, certificando de facto l’assuefazione dei mercati alla droga liquidità. Non che la disintossicazione sia prevista a breve: la Fed ha confermato la politica soft sul tapering (la riduzione progressiva di stimoli monetari) mentre la Bce sta discutendo proprio in questi giorni sulla possibilità di lanciare politiche monetarie non convenzionali. L’incertezza di Draghi&Co. ha pesato, tuttavia, sul tasso di cambio euro/dollaro, che dopo giorni di calma, è tornato a salire, con la valuta europea saldamente sopra la soglia 1.38. Non a caso si inizia a parlare di “spread” monetario: una posizione accomodante (quindi pro-espansione monetaria) della banca centrale, Bce o Fed che sia, provoca un deprezzamento della propria moneta a svantaggio dell’altra. Il tasso di cambio sarebbe dunque divenuto una misura della propensione delle banche centrali a misure espansive.

Tra le varie opzioni per scongiurare il fantasma deflazione, l’Eurotower starebbe valutando anche l’eventuale cartolarizzazione dei crediti delle banche alle imprese, nonostante il mercato delle Abs (Asset-Backed Securities, ovvero titoli aventi a garanzia attivi sottostanti) sia fermo dal crac della Lehman Brothers del 2008. La Storia dovrebbe indurre alla prudenza in materia di cartolarizzazioni, ma l’economia deve correre, pena scenari apocalittici. Il passato, allora, si può dimenticare in fretta.