Dall’inizio della sua attività accademica negli anni 50 fino alla sua morte avvenuta nel 1996 gli studi di Hyman Minsky sulle crisi finanziarie, pur attirando un piccolo stuolo di ammiratori, rimasero sostanzialmente ignorati dalla comunità scientifica. Fu solo nel 2007 con lo scoppio della crisi dei mutui subprime in America che molti si accorsero dei suoi lavori e di come fossero sensate le sue analisi.

Le ragioni alla base della poca considerazione ricevuta in vita sono dovute in gran parte al suo approccio anticonvenzionale e decisamente contrario ai rigidi criteri accademici dell’epoca. Pur avendo frequentato la facoltà di Matematica all’Università di Chicago non amava applicare formule complicate alle sue teorie economiche, che erano piuttosto il frutto dei suoi pensieri che elaborava in lezioni e libri. Uomo dotato di spiccata curiosità e con una grande quantità di interessi che spaziavano dall’arte alla filosofia non vedeva di buon occhio la crescente enfasi che veniva posta dagli economisti del tempo sui metodi quantitativi.

Cresciuto durante la Grande Depressione da genitori politicamente attivi negli ambienti socialisti americani, la sua vita accademica è stata caratterizzata dalla ricerca di risposte ad una sola fondamentale domanda “perché avvengono le crisi finanziarie?”. Non era certo un tema popolare in un periodo in cui vi era una fiducia quasi assoluta nell’efficienza del mercato, la prospettiva di una nuova grande crisi nelle economie sviluppate veniva vista come un’ipotesi estremamente remota.

Fu proprio contro queste certezze che Minksy elaborò la sua “ipotesi di instabilità finanziaria”, ovvero una dettagliata analisi in cui si dimostrava che sono proprio lunghi periodi di prosperità e crescita economica a piantare i semi della prossima crisi finanziaria. Le crisi per l’economista americano non avvengono in seguito a fattori esterni come guerre o carenza di materie prime, bensì è il sistema stesso a generare squilibri, in poche parole è la stessa stabilità ad essere destabilizzante.

Minsky spiega prima di tutto come l’investimento non sia altro che uno scambio, spendo denaro oggi per avere denaro domani. Un imprenditore spenderà oggi soldi per costruire una fabbrica e se tutto andrà bene questi si trasformeranno in profitti e quindi in denaro in periodi successivi. La provvista di denaro per iniziare l’attività potrà essere propria o di altri e in questo caso si parla di finanziamento.

Per Minsky esistono tre tipologie di finanziamento:

1) Hedge financing, letteralmente un finanziamento di copertura. E’ il più sicuro, aziende e privati si basano su flussi di denaro futuri piuttosto certi per ripagare i prestiti contratti, che normalmente sono di piccola entità e vengono concessi con relativa facilità dagli enti creditizi come le banche.

2) Speculative financing, decisamente più rischioso. Con la crescita della fiducia da parte sia di chi presta denaro che di chi lo richiede, si tendono a finanziare importi sempre maggiori a fronte di minori garanzie. Si pensa che la crescita economica sia costante e quindi aziende e privati avranno entrate in termini di profitti e redditi sempre maggiori, per cui non avranno difficoltà a ripagare gli interessi dei debiti contratti e al limite potranno rifinanziarsi per estinguere i debiti precedenti.

3) Ponzi financing, il nome preso da Charles Ponzi, ideatore della tristemente famosa truffa finanziaria dello schema piramidale, ne fa intuire la pericolosità. In un periodo di grande euforia economica le banche prestano denaro a imprese e privati nonostante questi probabilmente non saranno in grado di restituire nemmeno gli interessi, basandosi sull’idea che i prezzi dei beni dati a garanzia dei finanziamenti continueranno a crescere e quindi le coperture saranno sempre in essere anche a fronte di probabili insolvenze.

E’ proprio nella fase in cui il Ponzi financing è al suo picco che il sistema diventa estremamente vulnerabile. Se infatti per un qualsiasi motivo i beni dati in garanzia iniziano a perdere di valore, le aziende o i privati più indebitati saranno costretti a liquidare le loro posizioni causando un ulteriore diminuzione del prezzo dei beni. Ma una repentina discesa del prezzo di qualsiasi bene non può che scatenare il panico e quindi ulteriori vendite e ulteriori discese di prezzi facendo esplodere la bolla che si era creata.

Sarebbe facile evitare tutto questo limitando il ricorso al credito al minimo, circoscrivendolo alla prima fase dell’Hedge financing, ma quando l’economia inizia a correre il richiamo del debito è irresistibile. Quando la crescita e le prospettive di guadagno sembrano sicure appare addirittura irrazionale non prendere denaro a prestito per conseguire maggiori profitti. Lo stesso vale per le banche, se le insolvenze sono minime perché non prestare più denaro? Ecco quindi dimostrata l’idea di Minsky, è la stessa prosperità ad aprire la porta alla fragilità finanziaria.

Certo oggi le teorie dell’economista americano possono sembrare banali, quasi ovvie alla luce della grande crisi iniziata nel 2007, ma per decenni dalla metà fino alla fine del secolo scorso, l’impatto del debito privato e del sistema finanziario in economia veniva considerato totalmente marginale al fine dello studio delle evoluzioni macroeconomiche.

Minsky rivolse le sue critiche sia agli economisti di stampo keynesiano che a quelli di formazione classica. Ai primi rimproverava di aver in qualche modo semplificato eccessivamente il pensiero di John Maynard Keynes, da suo grandissimo ammiratore Minsky sosteneva che il pensiero dell’economista di Cambridge era molto più sofisticato rispetto alla rappresentazione grezza dei modelli di riferimento dell’epoca, che non prendevano minimamente in considerazione i mercati finanziari. Per lo stesso motivo sfidava i circoli accademici classici che ritenevano il sistema finanziario del tutto marginale nel processo in cui il mercato per natura si autoregolamenta. 

Keynes

Come accennato all’inizio l’influenza del pensiero di Minsky in Economia è stata alquanto limitata fino al 1998 quando un investitore professionale, Paul McCulley gestore dei fondi PIMCO iniziò a rendere popolari le sue intuizioni coniando il termine “Minsky Moment”.  Provando a spiegare la crisi finanziaria che colpì in quegli anni la Russia, McCulley affermò che il momento di Minsky era quello in cui il debito raggiungeva livelli talmente alti che i prezzi dei beni sottostanti iniziavano a crollare. Con la crisi dei mutui subprime, iniziata nel 2007, i ragionamenti di Hyman Minsky diventarono talmente chiari ed esplicativi che vennero presi in considerazione da tutta la comunità economico finanziaria. Ad oggi il termine Minsky Moment è diventato per analisti ed operatori finanziari sinonimo di crisi finanziaria.

Coerentemente con quanto da lui affermato, ovvero che le Teorie Generali erano semplicemente sciocchezze, la qualità della sua “Ipotesi di instabilità finanziaria” è tanto più elevata quanto serva per spiegare situazioni specifiche. A Minsky non interessava dare una soluzione valida per qualsiasi scenario, bensì fornire risposte a precise domande, in contesti di economie avanzate e di mercati sofisticati.

La sua ritrosia alla potenza di modelli matematici ed equazioni ha sicuramente contribuito al suo isolamento sul piano accademico, ma l’importanza del suo lavoro, che è anche il suo grande lascito al mondo economico, è stata quella di mettere in luce gli aspetti fondamentali su cui focalizzarsi piuttosto che strutturare la sua teoria in modelli quantitativi.

E sicuramente l’osservazione del debito e dell’instabilità finanziaria è diventato uno dei principali temi di discussione degli economisti contemporanei. La stessa Janet Yellen ex presidente della Federal Reserve affermò in un discorso prima del suo insediamento che tutti avrebbero dovuto leggere Minsky e tenere sempre a mente le sue analisi.

Quello che sembra certo è che Hyman Minsky sarà sempre vittima della sua stessa teoria, ovvero quanto più la crisi economica sembrerà lontana i suoi avvertimenti tenderanno ad avere sempre meno peso fino quasi a scomparire, d’altronde nessuno vuole sentirsi dire che la prossima grande crisi globale è dietro l’angolo.