Elogiata da grandi economisti come Joseph Stiglitz, l’Abenomics (economia di Abe) ha contribuito in modo determinante a rivitalizzare il settore economico – e non solo- dello Stato nipponico. Specialmente grazie al suo primo ministro Shinzo Abe, il Nigel Farage giapponese in carica già da due anni con l’ala più conservatrice del partito liberale. Innanzitutto il dato che tra tutti sbalordisce è l’incremento di produzione industriale al 7% , numero che sorprende se paragonato a quello dell’eurozona  che  si attesta al 2% e in particolar modo all’Italia che piano piano sta svendendo tutto ( la produzione industriale del nostro paese non va oltre il 0,4%).

A onor del vero bisogna dire che l’Abenomics ha qualche effetto retroattivo, purtuttavia gestibile come il tasso di inflazione che si prevedeva attorno al 2% e che attualmente viaggia al 2.7% Non a caso il prezzo dei consumi è salito, ed è andato a impattare su un aumento dell’IVA al 8%. L’abbassamento generale dei consumi è stato però un fatto voluto e consequenziale alla svalutazione operata dal arcipelago orientale, svalutazione che ha portato più benefici che costi con un miglioramento del saldo delle partite correnti e una maggiore sostenibilità dell’output. Infatti il tasso di disoccupazione giapponese è minimo, cioè minore rispetto allo stesso tasso di disoccupazione considerato “fisiologico” del 6% raggiunto da Germania e Stati Uniti. In Giappone la disoccupazione viaggia al 3.7% qualcosa di superlativo nei confronti della stessa Cina che è al 4%. In compenso l’eurozona  registra un numero di disoccupati che ha toccato quota 12% e l’Italia è al 13%

La strategia di Tokyo per uscire definitivamente dalla recessione che aveva lasciato nelle secche il paese e che di fatto aveva provocato una stagnazione economica si sta dunque rivelando efficace. E si stanno raggiungendo tutti gli obiettivi prefissati: svalutazione del debito, sovranità monetaria, politiche monetarie ultra aggressive , interruzione di politiche deflative, crescita del Pil reale. In questo modo è stato reso più costoso l’import e al tempo stesso si è stimolata la ripresa del mercato interno grazie ad una riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese, incentivando i sussidi sulle aree maggiormente depresse (ecco il motivo per cui serve l’intervento dello stato) come quella che ha investito il paese nel 2011 a Fukushima.

L’Abenomics si è rivelata un successo non solo per quanto riguarda la ripresa economica, ma anche e soprattutto perché ha creato un connubio tra quest’ultima e la politica: infatti oltre alle misure economiche al servizio del paese il Giappone ha recentemente ottenuto l’Orientamento generale che cancella dalla Costituzione il “divieto di difesa comunitaria” imposto con la fine della Seconda Guerra Mondiale. Da una parte Shinzo Abe e il suo governo sono riusciti a riesumare il proprio paese dall’impasse che vigeva fin dal 1947, con la modifica dell’art. 9 al fine di permettere allo stato una maggiore deterrenza e indipendenza sul piano delle relazioni internazionali. Dall’altra, con una grande abilità strategica ha costretto Barack Obama a stare dalla sua parte in caso di attacco cinese (riguardo la contesa delle isole Sensaku). Di fatto non è tanto la guerra in sé , ma la sua prevenzione attraverso investimenti in sicurezza che, sollevando la spesa pubblica, genera maggiori posti di lavoro e un miglioramento complessivo dell’output

Eppure il governo di Abe è riuscito a imporre veti non trascurabili proprio sul TTIP, l’accordo commerciale proposto dagli stessi Stati Uniti, escludendo così l’abbattimento di dazi su determinati prodotti nipponici. Non a caso tra i detrattori del protezionismo giapponese troviamo proprio le lobby americane e in particolare quelle delle case automobilistiche. Certo, una politica di questo tipo volta a tutelare i propri interessi deve essere praticata con grande maestria e prudenza in modo tale da non produrre reazioni protezionistiche a catena da parte dei “vicini di casa” (beggar thy neighbor). Primo fra tutti la Cina, ma anche Stati Uniti ed Europa. Fin qui è però prevalsa la grande abilità del governo nipponico

Anche la politica interna va nella stessa direzione: basti pensare all’attuazione di un nuovo programma educativo volto non a “costruire scuole” bensì a riscrivere la storia in modo più oggettivo con l’obiettivo di rieducare lo spirito di gruppo, il patriottismo e il perduto rispetto delle tradizioni. E’ una politica che di certo non regala mance alla società civile e non si fa cameriera di entità sovranazionali; tanto per fornire un esempio il Giappone pur con il primo debito pubblico al mondo non ha mai chiesto alcun aiuto al Fondo Monetario Internazionale. Una politica da prendere dunque come esempio e che prima di tutto mira a riedificare le condizioni per avere uno Stato solido ed efficace, attraverso cioè la sovranità monetaria e la sicurezza (Machiavelli dixit).

Per dirla alla Mishima la vita umana sarà anche breve, ma quella degli stati è eterna. Specie per quelle nazioni che lottano ad ogni livello contro la decadenza- economica, morale, storica e politica- della nostra epoca. Il Sol Levante è una di queste nazioni e sta meritatamente ritrovando la propria strada. L’unica, che conduce verso una nuova alba