Si capisce subito che la famiglia Shibata non è esattamente come le altre. Il titolo giapponese – Mambiki kazoku letteralmente “la famiglia taccheggio”, più ancora della traduzione americana, Shoplifters -, fa già ampiamente intendere in quale territorio ci addentriamo. Il cinema di Hirokazu Koreeda aveva già ampiamente dimostrato il suo interesse per il nucleo fondamentale attorno al quale ruota l’esistenza umana, ma a differenza dei precedenti Father and Son, Little sister e lo stupendo Ritratto di famiglia con tempesta, questa pellicola è, se possibile, ancora più cruda e senza mediazioni. 

Gli Shibata, come dicevamo, sembrano usciti più da un film sulle borgate di Pasolini o da qualche periferia post-industriale alla Ken Loach che dall’opulento e ipertecnologico Giappone. I cinque (inizialmente) membri della famiglia allargata – nonna, padre, madre, figlio e zia (?) – condividono lo stesso tetto e perfino lo stesso letto, nelle misere due stanze di cui la loro casa dispone; eppure la loro esistenza è dignitosa e discreta. La loro è una povertà decorosa, una miseria decente, che devono però sudarsi ogni giorno con fatica. La piccola pensione dell’anziana basta a malapena a sostentarli e certo non può bastare la paga da fame che Osamu, il padre, guadagna come operaio a chiamata e, quando poi s’infortuna, bisogna tirare ulteriormente la cinghia. Anche le due donne, infatti, devono necessariamente lavorare: una in una lavanderia, l’altra, più giovane, in uno dei tanti club-privé che affollano il Giappone ossessionato dal sesso ma sempre più incapace a procreare. Non ci si stupisce, quindi, che Osamu abbia instradato il figlio all’arte del taccheggio. Le loro giornate seguono un percorso prestabilito e una dettagliata “lista della spesa” da spuntare; ma non rubano mai soldi. Seguono un preciso codice di condotta. Svelti di mano ed esperti nei trucchi del mestiere sgraffignano solo i prodotti necessari al resto della famiglia. 

Osamu non è certo il primo padre “immorale” messo in scena da Koreeda. Già in Ritratto di famiglia con tempesta il genitore, esperto bugiardo e investigatore doppiogiochista, non era esattamente un fulgido esempio per il figlio; ma, se quella pellicola trattava l’inarrestabile e doloroso scivolamento della classe media verso il proletariato, in Un affare di famiglia siamo ben oltre. La famiglia Shibata è già ai margini della società e dei suoi criteri di legalità e, come tutti i nuclei famigliari in lotta per la sopravvivenza, reputa legittimo arrabattarsi con ogni mezzo. Costretti a praticare un’economia domestica misurata al centesimo eppure, nonostante le ristrettezze, trovano lo spazio per accogliere un’altra bocca da sfamare. Non si leva neppure una flebile protesta quando Osamu torna a casa con una bambina, abbandonata dai genitori al freddo.

Non ci si può esimere dallo sfamare una bocca innocente; ma è solo un gesto umano o un rapimento? Come giudicare quest’atto impulsivo compiuto per umanità? Solo una morale antica, astorica – per usare un termine caro a Pasolini – può considerare senza remore come propri i figli di altri; semplicemente accettandoli come doni del cielo. È in questa “etica” incomprensibile ai ceti borghesi o piccolo-borghesi e, tantomeno, alla legge del Potere costituito, che risiede la forza del Cinema di Koreeda. La moralità dei suoi personaggi non distingue tra mestieri leciti e illeciti, decorosi o meno né, tantomeno, tra legami di sangue o di vita; ciò che importa è l’unione della famiglia e la famiglia sono coloro che respirano, dormono e ragionano sotto lo stesso tetto.

Sotto questi “buoni sentimenti” però si celano anche dei segreti che diventano sempre più evidenti. Dubbi che, disseminati lungo il film, iniziano a emergere svelando come la famiglia Shibata abbia infine origine da un fatto delittuoso. Allora appare chiaro come questa famiglia, questo concetto stesso di famiglia allargata oltre misura, non sia altro che una necessaria aggregazione di monadi sputate fuori dalla centrifuga di una società liquida senza più vincoli e legami; una forma di salvifica resistenza alla solitudine e alla ghettizzazione dei reietti ai margini del benessere. E sono proprio questi vincoli non sanguinei, in queste inumane e sterminate periferie urbane, ha rivelarsi ben più solidi e duraturi di qualunque famiglia “normale”.

Così Koreeda ci pone davanti all’interrogativo se sia meglio per un bambino avere un padre “adottivo” che passa le sue giornate a insegnare ai propri figli come sopravvivere rubando in una metropoli o se sia, invece, meglio e giusto che la bambina torni alla propria famiglia che la maltrattava? Mentre spicca l’assoluta mancanza di uno Stato che interviene solo dopo lunghi mesi, perché la famiglia “naturale” non aveva nemmeno sporto denuncia. Così anche per la famiglia Shibata arriva il momento di affrontare le conseguenze delle proprie azioni e le scelte non saranno facili. Un interrogativo giustamente coronato dalla Palma d’oro e dal finale aperto.