È con un’indistinta, pallida nebbia, da cui lentamente appare un vecchio vaporetto in lontananza, che Robert Eggers introduce il suo ultimo film: The Lighthouse. Vincitore del Premio Fipresci (Federazione Italiana della Stampa Cinematografica) alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes e acclamato dalla critica di tutto il mondo, il nuovo lavoro del regista americano sembra aver attirato intorno a sé un’aura di culto e ammirazione. Eggers, che fu in grado di shockare la scena del cinema indipendente statunitense nel 2015 con la sua opera prima, The Witch, è maestro nel ricreare ambientazioni misteriose e folkloristiche, tingendo il tutto di oscurità e vene gotiche.

Fine ‘800. Il giovane Ephraim Winslow (Robert Pattinson) ha abbandonato le segherie del Nordamerica per imbarcarsi in una nuova avventura: essere l’assistente del guardiano di un faro, Thomas Wake (Willem Dafoe). I due sbarcano su un’isola sperduta dove non vi è altro che una piccola casa e la torre del faro, che deve sempre rimanere acceso. L’isola, che è più che altro una roccia in mezzo al mare, è lontana da ogni cosa, immersa nel gelido Oceano Atlantico. Tra superstizioni, ubriacature, allucinazioni, sirene e mostri marini, i due personaggi inizieranno un lento e progressivo cammino disperato verso la pazzia, in seguito a una terribile tempesta che impedirà il loro ritorno sulla terra ferma.

Quella a cui assistiamo è una minuziosa riproduzione di quello stile post-gotico e fantastico di fine Ottocento, vivo nelle nostre menti grazie a vari scrittori, primo fra tutti Edgar Allan Poe o il più recente H.P. Lovecraft. Eggers riporta alla luce uno stile visivo perfetto per questo genere di trame cupe, tipico di alcuni capolavori del genere gotico nell’era del cinema muto, come Il Carretto fantasma (Körkarlen, Svezia, 1921) diretto da Victor Sjöström, oppure Il Vampiro (Vampyr, Francia, Germania, 1932) del grande maestro danese Carl Theodor Dreyer. Non è quindi un caso che fu proposto proprio a Eggers qualche anno fa di girare un remake americano di Nosferatu (Germania, 1922), il capolavoro di Murnau.

Winslow sembra un ragazzo riservato, che lavora sodo stando lontano dall’alcool e pensando solo a quando il lavoro sarà finito e potrà essere pagato; Wake invece è un vecchio lupo di mare, con tanto di pipa e gamba malconcia, che starnazza canzoni marinaresche e beve gin fino a ubriacarsi. Il rapporto tra i due inizia in maniera molto distaccata, sciogliendosi poi verso la fine del loro impegno sull’isola, che doveva inizialmente durare quattro settimane. Winslow è scettico e poco a conoscenza delle superstizioni del mare, per cui, dopo essere stato ripetutamente preso di mira da un gabbiano cieco da un occhio, in preda a un raptus d’ira uccide l’animale, il che porta sventura e un improvviso cambiamento metereologico. I due aspettano con ansia l’arrivo del vaporetto che li avrebbe riportati a casa, ma a causa di una tempesta nessuno si presenta e i due si devono arrangiare con quello che hanno per sopravvivere e aspettare che il tempo si calmi.

Da qui in poi Winslow non si negherà più all’alcool e inizierà anche lui a bere, sino all’assuefazione, tanto da non riuscire più a lavorare senza. Il rapporto tra i due si complica, riuscendo a essere amichevole e sincero solo se sotto l’effetto del gin. È infatti solo nei momenti di ebbrezza che i due sembrano potersi dire le verità sul loro passato o riuscire ad apprezzarsi. La situazione porta velocemente i due a perdere ogni coscienza del tempo, tanto da non sapere più da quanto sono bloccati sull’isola, e lo stesso spettatore non sa più a chi dei due dar retta.

The Lighthouse si conferma una metaforica rappresentazione dell’ossessione, in cui vi è un inesperto e mortale Prometeo che non conosce cosa sia davvero il fuoco, ma che vuole a tutti i costi avvicinarsi ad esso per poi tenerlo tutto per sé. Questo Prometeo, infatti, è egoista e figlio di questo tempo, mette a repentaglio ogni cosa per il mero piacere di assecondare l’ossessione; non vi è alcun barlume di condivisione, nemmeno nel destino crudele al quale siamo destinati. Il personaggio di Robert Pattinson cade presto in una morbosa invidia per il rapporto che il vecchio guardiano ha col faro: solo Wake, infatti, fa da guardia alla lampada nel turno di notte mentre al più giovane dei due spetta spalare il carbone, mantenere il motore in funzione e pulire la casa.

Il film, nella sua costruzione narrativa, ci introduce in una vorticosa spirale che cresce costantemente di intensità, ma abbandona troppo velocemente quell’universo misterioso e fantastico lasciandoci spettatori di un caos molto, forse troppo, umano. Si sente infatti la mancanza, con il proseguire delle vicende, di continuità di elementi mitologici e folkloristici ai quali assistiamo troppe poche volte. Manca anche quel colpo di scena finale tipico del film di mistero, ce lo si aspetta un po’ per tutto il terzo atto senza vederlo mai arrivare. È una scelta conscia quella di Eggers, che punta più a un cinema di sensazione più che alla trama da giallo, quasi questa potesse involgarire il suo lavoro così preciso. A stupirci è, infatti, più che altro l’atmosfera in cui siamo immersi; l’ombrosa messa in scena e l’accurata ricostruzione artistica sono il palcoscenico perfetto per le sontuose interpretazioni di Dafoe e Pattinson, che reggono sulle loro stanche spalle una trama molto poco elaborata che riesce comunque a trasformarsi in un intricato thriller psicologico.