Come voi lettori ben sapete già, la prima parte di questo articolo/recensione conterrà una analisi senza anticipazioni del film, con tanto di retroscena pubblici e aneddoti inediti ai più. La seconda parte sarà invece dedicata ad un approfondimento comparato con abbondanti anticipazioni – Spoiler per gli anglofili –, ma il lettore sarà comunque opportunamente avvisato. Che dire, stavolta a differenza delle precedenti non si può affermare di essere partiti con speranze o aspettative di alcuna sorta. Dopo aver assistito allo squallido teatrino che ha visto Colin Trevorrow (Jurassic World) essere spodestato in favore dell’arcinoto pupazzo J. J. Abrams (Mission: Impossibile III, Super 8, Star Wars: Il risveglio della Forza) il 5 settembre del 2017, ci si poteva già rendere conto di una grave situazione per quanto concerne le volontà della produzione e ciò che il bistrattato regista aveva in mente di offrire ai fan.

Trevorrow ebbe ad ogni modo la possibilità di porre le basi per una sceneggiatura che venne in un secondo momento pesantemente modificata da Abrams e da Chris Terrio (Argo, Justice League). Secondo alcune indiscrezioni, al momento del cambio di consistenti parti narrative, Abrams si sarebbe persino rivolto a Lucas, il quale però sembra non essere stato tenuto molto in considerazione, tanto che non si è neppure presentato alla prima assoluta tenutasi a Los Angeles, fatto ritenuto assai grave e indice di una frattura al limite dell’irreparabile. Il padre della Saga era infatti persino andato alla prima di Solo, ad oggi ritenuto un conclamato flop sia contenutistico che formale. 

J. J. Abrams

Dopo aver mostrato il risultato finale a Bob Iger, il potentissimo AD e presidente del consiglio di amministrazione della The Walt Disney Company, ha ordinato una serie di reshootings, i quali, secondo Abrams stesso, sarebbero comunque inferiori rispetto a quelli apportati per Il Risveglio della Forza. Ma passiamo al retroscena più succoso. Come lo stesso John Boyega – Finn – ha confermato da Jimmy Fallon al Tonight Show, il copione del film venne accidentalmente dimenticato sotto il cuscino del letto di un albergo. Non appena fu trovato, venne messo in vendita su eBay per una somma che vagava dai sessantacinque agli ottantacinque dollari. Dopo aver affermato – più o meno scherzosamente – che probabilmente non avrebbe mai più con la produzione che ebbe modo di ingaggiarlo, la Disney si era già riappropriata del copione disperso, ma il danno era già stato fatto.

Sulla nota piattaforma Reddit sono comparse una serie di anticipazioni poi sommate in un unico blocco di leaks circa tre mesi fa. Le informazioni, evidentemente già sparse dopo la perdita del copione e alcune nuove indiscrezioni dal set, hanno dato modo di poter largamente intuire un clima difficile artisticamente e sicuramente non felice a livello attoriale. Rileggendo poi questi leaks non possiamo che rimanere sbigottiti: avevamo la trama del film già lustrata e servita da tempo, comodamente reperibile da chiunque. Il soggetto è un ircocervo messo insieme da Abrams, Chris Terrio, il trombato Trevorrow e il qui deludente Derek Connolly (Safety Not Guaranteed, Jurassic World – Il regno distrutto).  

La colonna sonora è nuovamente di John Williams (inutile anche citare la lunga lista di capolavori), che torna per l’ultima volta a dirigere un’orchestra sulle note di Star Wars. Le tracce in questo film sono sicuramente migliori rispetto alla pellicola di Johnson, tuttavia alcune sono riprese a piene mani rispettivamente dagli Episodi III e V. La produzione è – senza troppe sorprese – della oramai invisa Kathleen Kennedy, affiancata dallo stesso regista del film. La direzione della fotografia torna a Daniel Mindel, già impiegato da Abrams per Il Risveglio della Forza. Gli effetti speciali sono affidati ad un sicuro maestro del campo quale è Roger Guyett (Mars Attacks!, Salvate il soldato Ryan, Star Wars: Episodio III – La vendetta dei Sith), mentre le scenografie sono affidate altrettanto sapientemente a Rick Carter (Jurassic Park, Avatar, Sucker Punch, War Horse). Le riprese sono state invece effettuate principalmente presso i Pinewood Studios, vicino a Londra e nella valle di Uadi Rum, in Giordania. Inutile dire che il film andrebbe ovviamente visto in lingua originale, giacché il doppiaggio è sì scadente, ma poco meno rispetto ai due film precedenti, nonostante la direzione del doppiaggio non sia cambiata. Carlo Cosolo tratta male alcuni attori più marginali, ma almeno assicura il mitico Roberto Vairano nei panni di Palpatine. 

Passiamo ora ad una analisi, per il momento ancora senza anticipazioni. Ammettiamolo, questo film manca di epica, che è tuttavia compensata da una sovrabbondante e talvolta eccessiva azione. Siamo lontanissimi, qualitativamente parlando, dalla prima trilogia e altrettanto distanti dalla seconda che, fatte le dovute valutazioni del caso, è decisamente più godibile e soprattutto coerente con l’anima di Star Wars rispetto a questa finalmente conclusasi serie di sottoprodotti, i quali appaiono per molti aspetti più filmetti d’intrattenimento in stile Marvel.

Perché manca l’epica? Sarà l’assenza del tocco di Lucas, sarà l’ennesima volontà di recidere il collegamento artistico con il mondo classico della Saga o forse semplicemente l’aver incollato assieme troppi e scoordinati elementi, ottenendo così una pellicola raffazzonata che vorrebbe dare molte risposte ai fan delusi, ma che invece non può far altro che irritare il conoscitore del lore per mancate ammissioni e deplorevoli lacune. “Ci avete provato” verrebbe da dire, ma non ci siete riusciti e avete fatto pure il danno. Persino il fanservice risulta insufficiente agli occhi dell’appassionato, il quale noterà elementi di richiamo all’Universo Espanso e alla classicità di Star Wars ma storpiati o impropriamente utilizzati. Si arriva poi alle voragini – N.B. non buchi – di trama.

Troppe sono le domande a cui non si è voluta dare una risposta e per questi motivi, la narrazione risulta scollata persino dai precedenti due episodi targati Disney. L’Ascesa di Skywalker è, come si è avuto già modo di dire in precedenti recensioni riguardo surrogati di Star Wars, un film con elementi della Saga ma in un contesto e con filosofie di base non pertinenti all’immaginario creato da Lucas, risultando ciononostante una pellicola per certi aspetti dinamica, sciolta se non addirittura liquida, ma manchevole di reale pathos, orfana di quelle emozioni che potevamo trovare solo nella vecchia trilogia e in episodi della nuova – esempio fra tutti La vendetta dei Sith –. Persino i duelli con la spada laser a tratti risultano noiosi, mentre la sceneggiatura è semplicemente da cestinare. Passando all’analisi dei personaggi – contenente anticipazioni – si proseguirà con la consueta immersione fra gli elementi del film e dell’UE. Inutile dire che sarà un trionfo di spoiler d’ogni genere, si consiglia pertanto la lettura dopo una prima visione.

Uno dei poster ufficiali con i Sith trooper in bella vista

Leia Organa, interpretata da Carrie Fisher: una compianta e defunta attrice, colonna portante di Star Wars, qui ritrasposta per mezzo di scene tagliate e inutilizzate dai precedenti film e, diciamocelo pure, si vede. Non stiamo parlando di una vera e propria prestazione attoriale, quanto piuttosto di una presenza, l’ologramma di una attrice indispensabile e necessaria ai fini della trama e che si vuole sfruttare il più possibile per poi far uscire di scena velocemente. Una interpretazione postuma che per forza di cose non può essere dissimile da quella dei precedenti film. Chissà se l’eroina della Saga avrebbe apprezzato il lavoro in cui è stata inserita senza il personale consenso.

Luke Skywalker, interpretato da Mark Hamill: un ritorno alla tradizione di Star Wars. Rispetto al film Gli ultimi Jedi, stavolta Hamill interpreta un Luke originale, riagganciandosi agli albori filosofici del suo personaggio e divenendo protagonista di alcune palesi parentesi di fanservice. Sempre bravo l’attore, peccato per il personaggio sfruttato poco, ma non eccessivamente male. 

Palpatine/Darth Sidious, interpretato da Ian McDiarmid: egli è musica per le orecchie e godimento per gli occhi. Il mostro sacro del teatro e del cinema torna nei panni del decaduto imperatore galattico offrendoci un’ottima prestazione rovinata unicamente dalla sceneggiatura e dalle logiche imposte da una inetta regia e produzione. Le doti dell’attore non sono messe in discussione, anzi, in condizioni scomode e lontane dall’essere familiari, si è avuta l’ennesima dimostrazione di una professionalità e somma abilità già sperimentata nell’episodio conclusivo della prima trilogia nel 1983 e nella seconda trilogia uscita fra il 1999 e il 2005, dove l’attore britannico ha dato il meglio di sé stregando e consolidando la passione del fan. Monolitico interprete e gran personaggio, ma assolutamente non sfruttato in modo corretto e degno.

C-3PO, interpretato da Anthony Daniels: Il vero perno comico di questo film ed un pilastro della tradizione di Star Wars. Nonostante non sia stato sempre ed adeguatamente sfruttato, stavolta Daniels ha un ruolo più centrale, risultando non solo capace di magnetizzare piacevolmente le attenzioni dello spettatore come ai bei vecchi tempi, ma rendendosi unico protagonista delle più godibili ed ironiche scene del film. Come sempre ottima interpretazione dell’attore, il quale riesce a dar vita ad uno dei pochissimi personaggi davvero ben riusciti di questa fantomatica nuova trilogia e della Saga più in generale. 

C-3PO, il vero protagonista e colonna comica del film

Lando Calrissian, interpretato da Billy Dee Williams: un grande ritorno per un film che non merita. Il personaggio è toccato pianissimo, né glorificato né bistrattato, quasi lo si volesse preservare da ogni possibile strafalcione che ad ogni modo arriva puntuale ma non per colpa di Williams, ma degli evidenti problemi narrativi e di fondo che attanagliano il film. Incontestabile attore, personaggio tutto sommato godibile e coerente. 

Chewbacca, interpretato da Joonas Suotamo: il cestista finlandese continua a ben interpretare il pilota e guerriero Wookiee, offrendo una prestazione soddisfacente e il più in linea possibile con il testimone lasciato dal compianto e beneamato Peter Mayhew. 

Ben Solo/Kylo Ren, interpretato da Adam Driver: inespressivo, svogliato, ma paradossalmente il personaggio meglio riuscito in questo film – insieme a C-3PO – e con una evidente maturazione avvenuta nel corso di questa triplice débâcle che sono i surrogati Disney. Driver apaticamente scivola verso una prestazione riuscita, ma non esaltante, che risulta comunque idonea se considerata la scarsezza della sceneggiatura e delle idee dietro il film. Tutto sommato si tratta di una buona interpretazione, ma il personaggio è sfruttato e trattato malamente, essendo sbagliato il concetto creativo di base che lo ha originato. 

Rey, Interpretata da Daisy Ridley: non ci siamo proprio. Se con il precedente film si era avuto modo di apprezzare qualche lato interpretativo, stavolta siamo caduti davvero in basso. Ridley oggettivamente manca di abilità attoriali ed il personaggio è – ora si può affermare con certezza – una sonora pernacchia ad ogni logica e coerenza con la Saga. Per il momento rimane un mistero – che potrebbe far rivalutare quantomeno la saggezza dell’attrice – quale sia stato l’elemento narrativo proposto da Abrams e rifiutato categoricamente dalla giovane interprete britannica. Si aggiornerà questa voce non appena vi saranno informazioni concrete. Cattiva interpretazione, personaggio assolutamente senza alcun senso logico.

Lando Calrissian

Poe Dameron, interpretato da Oscar Isaac: un attore tutto sommato capace ma diretto male e vittima di una sceneggiatura che lo costringe – e non solo in questo film – a rivestire il ruolo di spalla anche comica, non riuscendo assolutamente a divertire, anzi. Qui si è persa una buna occasione per rivalutare il personaggio, ai complessivi e finali danni per la trama. 

Finn, interpretato da John Boyega: stesso discorso che vale per Isaac. Nonostante una lodevole energia recitativa, il personaggio è completamente fuori dalla linea e non colpisce né per comicità né per spessore. Fastidiosa è la nota non sviluppata che lo vorrebbe sensibile alla forza, la quale tuttavia giustifica l’utilizzo della spada laser nel primo episodio di questa risibile trilogia. Per quanto concerne i suoi “sentimenti” per Rey, se all’inizio vi sono margini utili per parlarne e capire meglio, a fine film tutto decade in una bolla di nulla assoluto. Non sapremo mai dunque, ma forse è meglio così. 

Generale Hux, interpretato da Domhnall Gleeson: una tragica scivolata per un attore capace, ma palesemente tirato per la giacchetta con modalità diverse per tutti e tre i film. In questo capitolo conclusivo il personaggio trova una fine poco degna, ma l’attore, nonostante la pessima sceneggiatura che lo riguarda, tenta di offrire la migliore prestazione possibile. 

Generale Alleante Pryde, Interpretato da Richard E. Grant: un discreto attore confezionato e consumato appositamente per questo film. Interpretazione buona, personaggio non esaltante né particolarmente vitale ai fini della già malandata trama. 

Jannah, interpretata da Naomi Ackie: un personaggio reietto talmente di poco conto e sostanzialmente marginale – nonché banale – da non lasciare alcuna possibilità alla emergente attrice di dimostrare alcuna capacità attoriale. Ruolo inutile, interprete da tenere sott’occhio.

Zorii Bliss, interpretata da Keri Russell: attrice in gamba nei panni di un personaggio sostanzialmente inutile ma formalmente necessario ai fini della sconclusionata trama. La capace interprete deve rivestire il ruolo di una criminale amica di Dameron, risultando però vittima di una regia senza alcuna visione complessiva e ossessionata dal volerla accoppiare al pilota della Resistenza. 

Maz Kanata, interpretata da Lupita Nyong’o: il ridimensionamento apportato da Johnson nel precedente film continua – e meno male – anche in questo tragico episodio finale. L’inspiegato e abbastanza insulso personaggio interpretato dalla talentuosissima Nyong’o da una parte viene mazzolato dall’inconsistenza di visione da parte di Abrams e della Disney, dall’altra non riceve neppure quelle minime attenzioni che sarebbero state quantomeno utili a capire il senso primigenio della sua comparsa. Maz Kanata è una pernacchia alla Saga, ma all’attrice non va imputato alcun demerito, nonostante l’interpretazione non spicchi in alcun modo.

Rose Tico, interpretata da Kelly Marie Tran: le doti attoriali ci potrebbero anche essere, come visto nel precedente film, ma l’utilità del personaggio non ha trovato alcuna conferma, anzi, in questa pellicola Abrams ridimensiona prepotentemente il ruolo rivestito dalla Tran e lo rilega ad una spalla/comparsa. Fine sciapa per un ruolo altrettanto sciapo. 

Finn e Poe Dameron

Ad arricchire il già citato cast troviamo Harrison Ford che torna nei panni di Han Solo. Cameo d’eccezione vede Denis Lawson tornare brevemente – troppo – nei panni dell’amatissimo asso della flotta ribelle Wedge Antilles. Warwick Davis torna a reinterpretare in un fulmineo cameo l’Ewok Wicket Widget Warrick, purtroppo rappresentato artisticamente male e assolutamente non in linea con quanto avevamo visto ne Il Ritorno dello Jedi. Mike Quinn e Bill Kipsang Rotich tornano rispettivamente a interpretare il primo e a dare la voce il secondo al pilota sullustiano Nien Nunb. I ricchi camei vocali – le voci dei Jedi passati e le voci nella testa di Kylo Ren create da Palpatine – vedono tornare James Earl Jones come Darth Vader, Hayden Christensen come Anakin Skywalker, Olivia d’Abo come Luminara Unduli, Ashlei Eckstein come Ahsoka Tano, Jennifer Hale come Aayla Secura, Samuel L. Jackson come Mace Windu, Ewan McGregor e Alec Guinness come Obi-Wan Kenobi, Franz Oz come Yoda, Angelique Perrin come Adi Gallia, Freddie Prinze Jr. come Kanan Jarrus e Liam Neeson come Qui-Gon Jinn.

Niente da fare, Abrams è riuscito, non si capisce se più per provocazione o stupidità, a dividere per l’ennesima volta un bacino di fan già lacerato da scismi e profonde differenze di visione. Il regista, in una dichiarazione di poco successiva all’uscita del film, ha affermato che è normale che i fan – non gli occasionali, ma gli appassionati di lunga data e conoscitori dell’UE – siano arrabbiati per come si è sviluppato questo film. Ha poi rincarato, non è nuovamente chiaro se seriamente o sfottendo, affermando che l’appassionato ha ragione ad arrabbiarsi, tuttavia sapeva di non poter accontentare tutti, proprio perché si tratta di Star wars. Bene, sicuramente non rinnegare tutto un apparato artistico e filosofico, fra razze aliene, pianeti, atmosfere e valori antropologici, poteva essere un buon punto di partenza per quantomeno attenuare possibili critiche o mitigare le ire di alcuni fan, ma passiamo oltre, ai danni veri. Questo film è sbrigativo, affannato, pressato insieme per concludere qualcosa che non doveva neppure iniziare. 

Non ce la si può prendere con l’immissione di un bacio saffico o di una – forse attesa da molti – scena d’affetto fra Rey e Ben, quanto piuttosto con un generale tono inconsistente, sì dinamizzato ma al contempo privo di quid. Se la memoria di chi scrive non inganna, questo è inoltre l’unico film di Star Wars dove viene pronunciata una volgarità: “culo”, lanciata da Dameron a C-3PO. Scene che vorrebbero essere comiche non riescono a far sorridere e anzi disturbando ancora di più chi vorrebbe godersi il film e che preferirebbe capire qualcosa in più di ciò che il regista sta facendo/disfacendo. Inoltre c’è troppo materiale per una pellicola che dura troppo poco, un’oca da foi gras pronta ad esplodere. Anche il fan meno attento, ma magari un poco più esperto di cinema, avrà notato che il film va avanti grazie ad una serie di interminabili MacGuffins che non fanno altro che intoppare per poi smuovere forzatamente la trama, rendendola banale e scontata, privando oltretutto le scene che potrebbero davvero risultare interessanti di qualsiasi imprevedibilità e spessore. 

Bisogna riconoscere che i tre film targati Disney sono uno a sé stante, scollegati fra loro sia nelle intenzioni che nelle visioni a breve termine – quelle a lungo non sono neanche scorgibili – quasi fossero in conflitto e competizione fra loro: è una gara a chi riesce meglio a far cassa col marchio, verrebbe da pensare. Inizia Abrams stravolgendo il materiale a disposizione, poi conclude copiando Episodio IV. Poi arriva Johnson che svia, prende una tangente a tratti interessante ma che deraglia per incompetenza e finisce per scopiazzare dove gli pare Episodio V. Trevorrow, designato regista per l’ultimo film, viene trombato per paura che possa andare troppo male e torna al volante Abrams, il quale infierisce nuovamente accatastando cose una sopra l’altra per poi alzare le mani, con quel suo solito fare da regista maestro di effetti speciali e scenografici ma con zero fantasia e zero immaginazione. Perché c’è da ammetterlo: visivamente il film è impressionante, ma ci vuole poco a spiazzare con fiocchi, fronzoli e merletti. 

Verrebbe quasi da porre ad Abrams una serie di domande, una dietro l’altra, a perdifiato: come fa Palpatine ad essere ancora fisicamente in vita dopo la disintegrazione avvenuta in Episodio VI? Come fanno intere parti della Morte Nera II ad essere ancora solide e compatte su una delle lune di Endor? Dove e con che mezzi Palpatine ha costruito una simile flotta di Star Destroyer? Quando e con chi Palpatine ha concepito un figlio che sarà poi padre di Rey? Domande a cui forse non riceveremo mai risposta. Neanche a farlo apposta, le ambientazioni – a parte brevi apparizioni di pianeti come Bespin, Endor e Tatooine – sono tutte fuori dalla linea della Saga. Non parliamo poi delle razze aliene: a parte lo Wookiee Chewbacca, l’Ewok Wicket Warrick – di cui potevano usare il pupazzo originale anziché una versione da pelle d’oca – ed un seriamente improbabile figlio del compianto ammiraglio Mon Cala Gial Ackbar di nome Aftab, non c’è ombra di specie familiari, tutto ciò che appare è nuovo, ma ha quell’inconfondibile gusto Disney; sono quelle stesse creature aliene che si potrebbero incontrare in Guardiani della Galassia o in un qualsiasi film Pixar. Non si tratta dell’Ascesa di Skywalker – scelta del titolo abbastanza squallida – ma di Rey Palpatine, la quale a fine film, rientrando in un solco noto a chi bazzica l’UE, mostrerà la sua spada laser con lama gialla, a conferma del suo ruolo di Sentinella Jedi. 

Altro elemento che la qualifica in tal senso è dato dalle sue abilità curative, infatti alcuni poteri della forza appartenenti all’UE sono presenti, ma saturati nell’utilizzo sia per quanto riguarda le modalità che le quantità. Il force healing appunto, che Kylo Ren riceve da Rey e che lui stesso adopera verso la fine del film per rivitalizzare la Jedi, non è fuori luogo, anzi, si tratta di un potere riconosciuto e accettato e che confermerà ulteriormente il ruolo della Jedi a fine film. Tuttavia al regista e alla produzione, visto l’utilizzo che ne fanno, andrebbe posta questa domanda: e Qui-Gon Jinn? Non poteva essere salvato anche lui con lo stesso stratagemma? Forse no, d’altro canto Rey è sempre stata una palese Mary Sue fin dall’inizio e solo successivamente, ma non a caso come vedremo, è stata resa nipote di uno dei più potenti fruitori della forza mai esistiti, il che secondo alcuni giustificherebbe il suo essere così “over power”.

A differenza inoltre del buon gusto di Lucas, questo film, come i due precedenti, è platealmente cafone, al limite del kitsch – elemento tipico del materiale Disney –. Una piccola nota va spesa per quei pagliacci dei cavalieri di Ren, mai sfruttati fino ad ora e in questo film – similmente a come accaduto nei precedenti due per quanto riguarda il Capitano Phasma – trattati e rappresentati davvero con i piedi, ma ci può stare, d’altro canto non hanno mai rappresentato nulla ai fini della trama. Vista e considerata la loro presenza scenica, più adatta ad un film post apocalittico, fra armature ed armi buffonesche, potevano a maggior ragione essere omessi del tutto. Le analisi serie vertono invece sulle origini essenziali di questo film, il quale manca sì di una visione complessiva, ma affonda le sue radici – rubate – in là negli anni.

Kylo Ren assieme ai suoi inutili e parecchio scarsi cavalieri

Appare evidente che l’UE è stato quantomeno stravolto per creare questa nuova trama, decisamente più banale. Sappiamo infatti che Palpatine ebbe senza alcun dubbio una concubina di nome Roganda Ismaren, una relazione con Sly Moore e probabilmente anche qualche figlio. Uno di questi, potrebbe essere il tanto discusso Triclops, ancora oggi oggetto di curiosità da parte dei fan più edotti. Personaggio ancora più interessante e incredibilmente simile a Rey è Ken, figlio di Triclops e supposto nipote di Palpatine, il quale non solo condivide con la cercatrice di rottami un nome composto da tre lettere, ma ha dei trascorsi quasi identici: orfano abbandonato, ottime relazioni con i droidi, potente nella forza, allievo di Luke Skywalker nonché alleato della Nuova Repubblica. Ulteriore elemento che avvicina i due personaggi è una serie di dialoghi molto simili fra loro, rispettivamente presenti nella serie di libri Jedi Prince e nel film in questione.

Quando Ken incontrò Luke, quest’ultimo gli chiese quale fosse il suo cognome, ma il ragazzo rispose che i suoi guardiani droidi non gliene avevano mai dato uno. Nel film, precisamente sul pianeta desertico di Pasaana, ha luogo uno scambio di battute praticamente identico fra Rey ed una giovane indigena. Ma ciò che più sbalordisce è la narrazione della scoperta da parte di Ken delle sue origini e le seguenti reazioni. Preso dallo sconforto, poiché oramai certo di appartenere al malvagio lignaggio di Palpatine, troverà le rassicurazioni di Luke Skywalker, il quale lo convincerà a mantenere un percorso benevolo, senza dare importanza alle sue origini. Cambiate i nomi ai personaggi e avrete sostanzialmente la stessa identica storia. 

Sly Moore e Triclops

Alla Disney sapevano dunque? Abrams si è davvero ispirato all’UE? troppe sembrano le coincidenze, quel che è certo è che del mondo creato da Lucas e dai fan a loro poco importa, ma un conoscitore attento non ha potuto fare a meno di notare queste somiglianze. Per quanto concerne la trama generale di questo film, si possono trovare tantissimi collegamenti con la nota collana Dark Empire scritta da Tom Veitch e illustrata da Cam Kennedy. I sei fumetti in questione – oltretutto lodati e apprezzati da Lucas – vedevano l’imperatore rinato per mezzo di cloni, ideati per ospitare lo spirito del defunto sovrano galattico. Non stupisce quindi la linea di dialogo del film in cui Palpatine afferma che una volta ucciso fisicamente da Rey durante un sacrificio, il suo spirito si sarebbe impossessato del corpo della nipote. Per la disperazione dei detrattori dell’UE, ancora una volta la mancanza plateale di fantasia ha condotto non solo alla riproposizione di Palpatine come antagonista principale – Snoke infatti è e rimarrà un personaggio ridicolo – ma all’utilizzo del lore originario di Star Wars, vituperato sulla carta, ma rimodellato secondo le inette logiche di uso e consumo della Disney.

Pensiamo ad Exegol, il cosiddetto pianeta occulto dei Sith, sede dell’Ordine Finale e dello zoccolo duro dei cultisti del lato oscuro. Il fan della domenica se la beve, il fan appassionato invece sa che in realtà si sta parlando di Byss, il pianeta capitale dell’Impero Oscuro, un luogo quasi irraggiungibile e divenuto bacino per rinvigorire il Signore dei Sith, essendo il sistema detentore di una grande energia legata alla Forza. Se concettualmente Exegol è Byss, fisicamente potremmo compararlo a Ziost, pianeta di ghiaccio come quello mostrato nella pellicola, che nell’UE funge da roccaforte e una delle capitali degli antichi Sith assieme a Korriban, Dromund Kaas e Yavin IV.

Lodevoli sono invece i riferimenti all’antica lingua dei fruitori del lato oscuro, alla Vecchia Repubblica e punto relativamente positivo è rappresentato dalla “canonizzazione” di molti storici Sith – Darth Andeddu, Darth Revan, Darth Tenebrous, Darth Phobos e Darth Desolous –, protagonisti di alcune delle parentesi più note ed avvincenti della Saga. Senza considerare il braccio meccanico che parte da non si sa dove e che solleva Palpatine, il cambio di vestiti dell’ex imperatore dopo aver adoperato un force draining – potere del lato oscuro esistente nell’UE – e altri dettagli o inventati o esagerati, possiamo intravedere in questa pellicola alcuni elementi tipici ripresi direttamente dal lore che è stato de facto cestinato il 25 aprile del 2014. Vi fosse almeno la buona creanza di ammetterlo, ma sappiamo che ciò, con tutta probabilità, non avverrà mai. Appare invece stantio questo eccessivo dualismo fra Palpatine, che viene identificato come l’incarnazione di tutti i Sith e Rey, vessillifera di tutti i Jedi, quasi fosse una partita di non si capisce bene quale sport. Per quanto riguarda la scena madre, dove si era in attesa del sacrificio di Rey, ma non uccidendo Palpatine, bensì sé stessa – il che sarebbe stato un gesto oltremodo eroico e molto apprezzabile – veniamo travolti da un escamotaggio risibile ma purtroppo giustificato dalle logiche registiche. Da quel momento in poi, il film è definitivamente perduto.

Copertina del quinto volume di Dark Empire, da cui il film prende palesemente molti spunti narrativi

Noi altri ci si accontenta di ciò che si ha già: una solida e completa esalogia, più che esaustiva nelle domande che si pone e nelle risposte che fornisce ed un vasto Universo Espanso – il vero canone di Star Wars – capace di soddisfare ogni esigenza del vero appassionato della Saga, che ben si distanzia dal fan della domenica che fa poca distinzione fra quello che gli viene fatto ingurgitare. Rispettando con un poco di ilarità l’opinione di chi considera l’ascesa di Skywalker un bel film, se non addirittura un capolavoro, dobbiamo cercare di fare uno sforzo: non si può pretendere che tutti abbiamo buon gusto o le capacità minime per fare una analisi completa e soprattutto contestualizzata. Chi scrive ad esempio, non si diverte a criticare questo e i due film precedenti tanto per, ma lo fa con cognizione di causa, soffrendo nel constatare la triste fine che ha fatto una Saga catalizzatrice di passioni ed entusiasmi, oggi ridotta ad una maltrattata mucca da mungere fino all’ultima goccia, senza neppure dare il minimo riguardo e manifesto ringraziamento per tutto ciò che è stato elaborato e creato nei decenni passati. È in effetti ben più complicato criticare con il rischio di essere messi alla berlina che accontentarsi di tutto ciò che ci viene propinato, scambiando ciò che si riceve per qualcosa che non è quel che ci era stato annunciato. Perché diciamocelo, a parte alcuni buoni esperimenti – Rogue One e la serie The Mandalorian – la Disney e i suoi esecutori materiali hanno gambizzato Star Wars, troncandone la qualità artistica e depauperando tutta l’impalcatura filosofica e politica creata da Lucas e dai fan, senza considerare poi le operazioni di disonestà intellettuale quali il rubacchiare – certo sì, in casa – elementi ben più alti e interessanti appartenenti all’UE. 

Se la trilogia classica è stata caratterizzata dalle emozioni e la prequel dalla ponderatezza, questa accozzaglia di film risulta semplicemente trash, ma non tanto per i contenuti in sé, che come abbiamo visto sono in parte ripresi – anche se molti si ostinano a non vederlo – dal reale canone della Saga, quanto piuttosto per le modalità di rappresentazione, per il pressapochismo e il generale poco rispetto per quel che è realmente Star Wars agli occhi di un vero appassionato. Spaventa il fatto che molti difensori a spada tratta della Disney – ma anche parecchi detrattori attenti – abbiano trovato parallelismi fra il finale di questo film e il mattone della Marvel Avengers: Endgame. Se c’era qualcosa per cui Star wars spiccava era proprio l’originalità dei finali, magari non sempre imprevedibili, ma sicuramente emozionanti, iconici, non di certo standardizzati e impacchettati per mezzo di frasette fatte e che solo qualche boccalone potrebbe scambiare per pietre miliari del cinema. Sai poi che cinema: in tempi in cui tutto è remake, tutto è scopiazzare e spizzicare da altre pellicole, Star Wars, se non in casi sicuri e studiati a tavolino, non doveva neppure essere toccato. Il danno è stato fatto, ma forse non tutto è andato perduto. Questa balorda trilogia targata Disney potrebbe a suo modo portare i giovani incuriositi a scoprire le vere origini e l’anima pulsante della Saga, la quale nonostante le costanti sberle, ancora vive e permane per la gioia di noi irriducibili appassionati e di coloro che assaporeranno in futuro l’ebrezza di queste scoperte. Altro che Marvel: nonostante ogni possibile violenza che riceverà, Star Wars avrà sempre i suoi difensori, consci del passato e dell’immane lavoro svolto fra “creatore” e “fruitori”. A Mickey Mouse finiranno tanti ma sporchi soldi, mentre a George Lucas, a Star Wars e al suo Universo Espanso, sarà riconosciuta imperitura e immacolata gloria. La Forza è e sarà con noi, sempre.