Uno scarafaggio si aggira nell’umido seminterrato della famiglia Kim, attento a non perdere nessuna briciola salvifica che possa sostentare vuoti stomaci affamati e circospetto, per non essere sorpreso dai padroni di casa, una casa che ormai sente propria, l’habitat essenziale da cui ricavare linfa vitale. 

Ed è proprio lui, il piccolo insetto, ad essere emblema dei Kim: abituati a vivere nella penombra periferica di un appartamento da cui si intravede solo il grigio dell’asfalto, incarnano la nitida fotografia di una semioscurità al contempo umana e sociale. Se da un lato la famiglia risulta giovialmente assuefatta alle fattezze della propria condizione, dall’altro nutre il vivo desiderio e la profonda necessità di fuoriuscire da quella caverna platonica che rappresenta simultaneamente un rifugio ed una prigione. Una caverna dove le catene si fanno ogni giorno più costrittive, in una morsa soffocante che lascia scaturire l’esigenza di voltarsi verso la flebile luce dei raggi solari che penetrano a stento dal varco d’entrata, gli stessi che tentano di attraversare deboli e timidamente i vetri delle finestre del seminterrato dei Kim. Quanto potere nel tepore che lascia presagire l’incanto di un calore confortante e di una luce illuminante; così dirompente da conferire la forza di spezzare le catene, così mutilanti eppur rassicuranti, perché garanzia di un luogo che, sebbene angusto, si conosce e si riconosce quale casa. Ma la famiglia Kim decide di fuggire dalla stretta di quella condizione limitante, così come il prigioniero della caverna abbandona il suo giaciglio per rincorrere lo spiraglio di una realtà altra, più luminosa. 

Fuori dalla caverna, sdraiata nel verde sotto il cielo stellato, preludio platonico della contemplazione del sole, si trova la famiglia Park, intenta a lucidare il telescopio astronomico e ad evitare fastidiosi insetti. Abitanti di una splendida casa, gioiello incastonato ai vertici della società, vivono una dimensione in cui il superfluo diventa essenziale, la semplicità è ricercatezza, l’agiatezza una condizione ormai intrinseca ed irrinunciabile. Ed in un attimo la tentazione diviene irresistibile per i Kim, che non riescono a venir meno alla brama di diventare dei loro, riuscendo abilmente a trovare l’escamotage per lavorare al servizio dei Park, condividendo così lo stesso angolo di mondo illuminato.

Ma c’è chi invece nella caverna, divenuta loculo e rifugio, ha trovato la propria realtà ideale, chi non rifugge dalla catene ma si è plasmato perfettamente alle pareti della sua prigione, che vive come il migliore dei luoghi possibili. Il marito della precedente governante della ricca famiglia, allontanata dalle magistrali mosse sulla scacchiera dei Kim dalla casa dei Park, ha trovato nell’intestino di quel castello fatato il suo iperuranio: come lo scarafaggio iniziale vive proprio come un parassita interno al corpo alle spese di altri. E questo gli basta, il suo stesso esiguo angolo è per lui l’unico modello perfetto, ribaltando la secolare dinamica sociale secondo la quale il pesce grande divora il pesce piccolo, perché in questo caso è proprio quest’ultimo a fagocitare prima dietro poi fuori le quinte le risorse e la vita di chi è in cima alla scalata sociale, divenendo così protagonista di una tragedia che Bong Joon-ho rende a tratti anche commedia in un oscillare di antitesi.

Il riso è infatti misto al pianto, l’amore alla contesa, la vita alla morte e la dimora dei Park è al tempo stesso palazzo reale ed oscuro sottoscala, dove a sua volta questo è sia sicuro riparo che anticamera degli inferi, collocata in un abisso che si staglia nel delinearsi di un continuo sali-scendi. Le scale della casa, le discese e le salite della città segnano infatti il profondo divario tra le due realtà descritte in un’osmosi frenetica dove le viscere del degrado e della disperazione sia sociale che interiore si mescolano alle vette ideali di un mondo che è forse in fondo solo un’utopia.